Abya Yala è l’antico nome dell’America. È la terra nobile che accoglie tutti: la Patria Grande. In questa terra tutti sono migranti. Gli stessi indios vi arrivarono dal nord percorrendo lo Stretto di Bering. Per questo l’America, secondo la definizione del filosofo argentino Alberto Buela, è l’ospitante. Una terra capace di accogliere ed ospitare. Ma l’albergare dell’ospite sul suolo americano esige lo sforzo di mettere radici. E mettendo radici, fecondando l’America, l’uomo inizia heideggerianamente a dimorare: egli diventa americano. Ma cosa significa essere americano, e soprattutto essere ispanoamericano?

Come è ben noto il nome America è un’invenzione europea. Una certa forma di colonizzazione culturale ha imposto l’idea che questo immenso continente non esistesse finché non è stato scoperto proprio dagli europei. Tuttavia, in realtà furono loro ad essere scoperti, visto che sul continente americano vi si imbatterono per caso. Senza considerare che gli asiatici conoscevano ben prima l’esistenza di questa terra al di là del mare. Si narra che un monaco cinese dal nome Hui Shen intorno al V secolo d. C. si aggirasse per il Centro America e che le terre dell’odierno Guatemala avessero preso questo nome in onore del Buddha Gautama.

Il continente scoperto venne comunque considerato terra di nessuno. Cosa che comportò la negazione di qualsiasi diritto alla terra, all’autodeterminazione ed alla sovranità per la popolazione indigena. Ma se la colonizzazione ispanica, pur non estranea ad episodi di brutale violenza, non volle mai formare un impero schiavistico, dato che ogni singolo indio veniva considerato un suddito del Regno, lo stesso discorso non si può fare per il modello di colonizzazione anglosassone che arrivò a descrivere la popolazione autoctona alla stregua di entità subumana meritevole di annichilimento.

Per questo, non essendosi mai mischiato alla componente indigena, l’anglosassone è rimasto un trapiantato in America. La sua coscienza ha continuato a rimanere tipicamente europea. Ma questa coscienza europea era del tutto particolare. Era già profondamente impregnata del germe antimetafisico della modernità. Era una coscienza deviata dall’influenza del messianismo giudaico-protestante, dalla mentalità mercantilista e successivamente dall’universalismo illuministico.

Jennie Augusta Brownscombe, 1914

Così l’Ispanoamerica, questo grande spazio geografico che dal Rio Grande arriva fino alla Terra del Fuoco, a partire dal XVI secolo, ha intrapreso un cammino diverso non solo dal resto del continente ma, più in generale, da quello che oggi definiamo Occidente. La coscienza ispanoamericana è rimasta premoderna. Essa è il risultato della simbiosi tra due visioni del mondo complete di valori: la visione tellurica propria degli indigeni e la visione cattolica tardo-medievale della hispanidad. Così l’americanità si afferma nella hispanidad. E questa è direttamente collegata all’essere religioso cattolico.

Il carattere di ispanici compete sia agli spagnoli che ai portoghesi. Già in passato letterati portoghesi di prim’ordine, tra cui il più famoso poeta portoghese Luis de Camoes, definirono se stessi ed il loro popolo come ispanici. Ed in tempi più recenti il filosofo brasiliano Galvao de Souza non ebbe timori ad affermare con forza la sua appartenenza alla hispanidad.

Dunque, non si può negare l’hispanidad in relazione al continente iberoamericano. Enfatizzare la sola componente indigena in modo da costruire una schema (pur valido) di opposizione alle forme di colonialismo culturale ed economico occidentaliste significa negare cinque secoli di storia in cui indios ed ispanici (cui successivamente si sono aggiunti altri popoli europei) si sono mescolati creando un essere comune ed autentico. Così, l’Ispanoamerica costituisce un’unità storico-culturale che ha formato un’ecumene con un preciso profilo. Essa possiede una religione comune (la religione cattolica), una lingua comune (gallico-castigliano) ed infine un nemico comune (l’anglosassone).

Luís Vaz de Camões

La storia di questo rapporto conflittuale con il mondo anglosassone, secondo il già citato Buela, si divide in due epoche storiche. La prima va dagli inizi del XIX secolo fino al 1918. Questa è la fase in cui la Gran Bretagna esercita il suo dominio talassocratico sul resto del globo. Essa grazie alle sue organizzazione segrete (forme più o meno deviate di massoneria che ancora oggi agiscono sottotraccia per decidere i destini politici degli Stati dell’Ispanoamerica) cercò di impedire ogni tipo di progettualità volta all’unificazione di questa vasta dimensione spaziale dividendola in diversi Stati incapaci di pensare al loro divenire storico.

La seconda fase inizia con il termine della Prima Guerra Mondiale ed arriva fino ai giorni nostri. Questa è la fase in cui l’imperialismo britannico esaurisce la sua forza propulsiva e viene rimpiazzato dalla voracità del gigante nordamericano e dall’ideologia messianica del destino manifesto: ovvero, l’idea che gli Stati Uniti come Messia-Popolo portino avanti un progetto, monocentrico ed universalistico al contempo, che accomuna i destini di tutti i popoli della terra.

Il nemico comune ha ininterrottamente cercato di rompere l’unità continentale dei popoli ispanoamericani: dal Proyecto de Unidad Hispanoamericana di San Martin e Simon Bolivar fino alla “Comunità Organizzata” di Peron ed all’ALBA (Alianza Bolivariana para America Latina y el Caribe) di Hugo Chavez. E questo nemico ha imposto allo spazio ispanoamericano una subordinazione ideologica che ha impedito lo sviluppo concreto di  progettualità geopolitica e di un pensiero teorico capace di visione d’insieme e di lungo periodo.

Secondo lo studioso argentino di Relazioni Internazionali Marcelo Gullo Omodeo questa subordinazione ideologica si è sviluppata lungo quattro direttrici principali:

1) L’ispanofobia;

2) L’imposizione della dottrina economica del libero scambio;

3) I piccoli nazionalismi;

4) L’imposizione dell’universalismo illuministico (volto alla costruzione su scala globale di un “impero” ispirato dall’ideologia liberal-democratica) che pensa la diversità senza l’unità e non comprende che l’universo è in realtà un pluriverso.

Queste quattro linee di subordinazione ideologica fanno da corollario ad altrettante forme di alienazione che hanno determinato un vero e proprio oblio dell’essere ispanoamericano:

1) L’alienazione linguistica (con la sostituzione dello spagnolo e del portoghese con l’inglese);

2) L’alienazione religiosa (con il progressivo rimpiazzo del cattolicesimo con le sette protestanti evangeliche di origine nordamericana);

3) L’alienazione politica (con il progetto della Patria Grande sostituito dal mondialismo neoliberale o da forme di nazionalismo volte a minare l’unità del continente);

4) L’alienazione culturale che si manifesta in una intellettualità da imitazione.

Queste forme di alienazione hanno trasformato l’Ispanoamerica in una immensa colonia continentale. A ciò si aggiunga che la propaganda statunitense ha contribuito per decenni, con la complicità di élite politiche e intellettuali egemonizzate dal pensiero liberale, a denigrare ed ostracizzare la scienza geopolitica proprio quando il problema essenziale del Sud America era di natura geopolitica.

Hugo Chavez

La scarsa importanza attribuita alla geopolitica nel momento in cui il suo studio e la sua applicazione sono fioriti negli USA, di fatto, è stato il più grave limite del pensiero ispanoamericano. Il pensatore argentino Norberto Ceresole (già consigliere di Hugo Chavez), facendo propria la massima dello studioso italiano Carlo Terraciano secondo la quale la geopolitica è l’avvio per una presa di coscienza che porti alla liberazione dei popoli, arrivò ad affermare che lo studio delle geopolitica avrebbe messo in discussione l’egemonia nordamericana sul continente.

Ceresole, a questo proposito, fu il primo a valutare l’esigenza di stabilire connessioni tra l’Ispanoamerica e l’Eurasia in modo tale da progettare e sviluppare meccanismi volti alla crescita delle rispettive potenze. E fu il primo a proporre una visione dicotomica civiltà del denaro contro civiltà della fede capace di esplicarsi in un modello di geopolitica della liberazione orientata verso la costruzione di allineamenti orizzontali (periferia/periferia) e non più verticali (centro/periferia). Una simile prospettiva è stata proposta anche dal pensatore brasiliano Andre Martin attraverso il concetto di meridionalismo: una teoria geopolitica volta alla realizzazione di un’alleanza strategica tra i Paesi del sud del mondo (Africa ed Asia comprese) contro il “nord”, e per il raggiungimento del medesimo livello di sviluppo dell’emisfero settentrionale.

Sulla necessità dello sviluppo economico, della cooperazione e dell’unità della Patria Grande ispanoamericana ha spesso posto l’accento anche il già citato Gullo Omodeo autore della fondamentale Teoria de la insubordinacion fundante.

Hugo Chavez

Nell’anno della morte di Hugo Chavez (il 2013) il Venezuela assunse questa teoria come pilastro della propria azione in politica estera e come ideale attraverso il quale costruire il proprio sistema di relazioni internazionali. Questo approccio teorico avrebbe dovuto portare il Paese a superare la fase di mera insubordinazione ideologica e di raggiungere, attraverso lo sforzo congiunto di popolo e classe politico-dirigente, lo stadio di Stato industrializzato. Un progetto che è stato condizionato in modo negativo sia dalla diffusa corruzione, sia dalla quinta colonna collaborazionista con l’imperialismo statunitense che dalla progressiva recrudescenza del regime sanzionatorio imposto alla Repubblica bolivariana.

Una situazione che ha portato all’attuale stato di golpe permanente a seguito dell’auto-proclamazione a Presidente del massone e filo-americano Juan Guaidó. Massoneria che, alla pari della crescente lobby evangelica, ha avuto un ruolo di non poco rilievo nel successo del “trumpista” Jair Bolsonaro in Brasile. Nazione in cui l’essere ispanoamericano, nel giro di pochi decenni, anche a causa di talune scellerate politiche del Partito dei Lavoratori, è rapidamente scivolato nell’oblio più totale.

Di fatto, l’evangelicalismo di origine anglosassone costituisce una delle più gravi minacce all’identità del continente. Questo, essendo impostato su di una struttura elastica che consente teoricamente a chiunque sia in grado di leggere la Bibbia di diventare un predicatore, si pone in netta contrapposizione con quella tradizionale impostazione gerarchica della vita su cui si fonda l’essere ispanoamericano.

Il successo di queste deviate forme religiose si fonda esclusivamente sulla loro totale consustanzialità col conservatorismo neoliberista. Negli ultimi trentanni le conversioni a queste sette in Brasile si sono più che triplicate. Queste hanno ricoperto il vuoto lasciato dalle sinistre che, facendosi carico di altre questioni sociali (diritti civili in primo luogo), hanno finito con l’ignorare i diritti dei lavoratori e gli strati sociali più poveri.

Tuttavia, questi personaggi che interpretano abusivamente alcuni passaggi del testo biblico hanno ampiamente tratto profitto da quelle stesse persone che si prefiggevano di aiutare. E l’hanno fatto sulla base della cosiddetta teologia della prosperità: una presunta dottrina religiosa fondata sull’idea che devolvendo denaro, pregando ed aderendo ad un rigido sistema comportamentale ci si assicuri una ricompensa materiale in questo mondo. Una dottrina che ben si presta a paragoni ed alleanze con quel messianismo giudaico, assolutamente anticristico, improntato alla costruzione di un Regno di Israele “in terra” al quale ogni popolo sarà sottomesso.

Juan Guaidó

Non è dunque un caso se i più popolari pastori evangelici brasiliani siano anche alcuni tra i personaggi più ricchi del Paese. Questi, tra le altre cose, hanno trasformato i poveri brasiliani in un mercato da sfruttare e controllare al momento del voto. Ed è grazie a loro che è stato eletto l’evangelico Bolsonaro ispirato dal “guru” neoconservatore Olavo de Carvalho: filosofo autoproclamato ed agitatore politico residente (non sorprendentemente) negli Stati Uniti che ben conosce le dinamiche dell’utilizzo strumentale di un messaggio religioso per fini politici.

L’idea del trionfo dell’individualità sul collettivo ed il mito della “libertà da ogni ideologia”, quando al contrario il neoliberalismo è la forma più abietta di ideologia (tra l’altro estremamente abile nel mascherarsi sotto vari forme, non ultima la versione nazional-populista propugnata dall’ideologo del trumpismo Steve Bannon), hanno favorito l’ascesa politica del nuovo Presidente brasiliano altrettanto non sorprendentemente subito arruolato nella rete bannoniana.

A questo proposito è utile ricordare che esistono due forme ben distinte di populismo: un vero populismo, assolutamente inclusivo, che fa del popolo il soggetto e fine dell’azione politica e che ragiona in termini di grandi spazi; ed un falso populismo postmoderno, piccolo nazionalista, che trasforma il popolo in mero pubblico consumatore e che, costruito ad hoc in sede nordamericana, ha come unico obiettivo quello di sradicare i popoli dalla loro naturale collocazione storico-spirituale per cooptarli nel nuovo progetto egemonico nordamericano. Ed appare abbastanza evidente che il “populismo in salsa carioca” di Jair Bolsonaro appartenga a questa seconda forma.

Jair Bolsonaro

Dunque, alla pari di quello europeo, è solo riscoprendo la propria autenticità che l’essere ispanoamericano può resistere a questa nuova ondata di nordamericanizzazione. E questo essere non può che riscoprire se stesso attraverso l’utopia, assecondando un disegno metastorico che impone all’Ispanoamerica l’unità. E questo essere pensa se stesso attraverso un tempo esistenziale che, anteponendo l’essere qui (l’essere radicato) all’essere qualcuno proprio della mentalità anglosassone, sottolinea la temporalità dell’attesa e l’estasi dell’avvenire.

Il pensiero teorico-politico ispanoamericano deve dunque smettere di pensare esclusivamente nei termini di ciò che è qui ora (una modalità di pensiero imposta anche all’Europa) ed iniziare a pensare a ciò che può e deve essere.  

La storia ha insegnato che i popoli incapaci di difendersi e di lottare per la propria identità politico-culturale sono destinati a scomparire. Così se l’Ispanoamerica, alla pari dell’Europa, non torna ad essere se stessa e non si allontana dall’imposta nordamericanizzazione, scomparirà nel vuoto dei valori artificiali costruiti nei centri imperiali ad uso e consumo delle periferie colonizzate.