Nel 1992 lo scienziato politico Francis Fukuyama dava alle stampe La fine della storia e l’ultimo uomo, approfondendo alcune riflessioni sviluppate tre anni prima per The National Interest con il breve saggio “The End of History?”. La tesi centrale del libro è la seguente: la fine della guerra fredda è da leggere come l’inizio della fine della storia dell’umanità, intesa come lo scontro dialettico fra opposte visioni del mondo in lotta per affermarsi a livello universale o regionale. Gli Stati Uniti, l’Europa occidentale e i satelliti sparsi per il mondo avevano vinto la battaglia contro l’impero sovietico, che non era solamente geopolitica e militare, ma anzitutto culturale ed ideologica.

Per Fukuyama, ma non solo, la guerra fredda è stata uno scontro fra valori e meccanismi delle società capitalistiche, come la democrazia liberale, il primato dell’individualismo sulla comunità, le libertà negative, il cosmopolitismo e la massificazione di pensieri, identità e costumi, e quelli delle società aspiranti al comunismo, sostanzialmente opposti ad essi. L’Occidente non aveva vinto sul Secondo mondo per la maggiore potenza economica e militare, ma per l’attrattività dello stile di vita offerto, e la graduale caduta dei regimi comunisti nell’Europa centro-orientale attraverso rivoluzioni popolari dal basso sarebbe stata la prova di ciò.

Il nuovo secolo avrebbe spianato la strada all’alba di un’ultima, lunga e complessa fase storica dell’umanità: l’incamminamento globale verso il progresso. Il progresso, nella visione di Fukuyama, è modellato secondo criteri occidentali. Fine della storia significherebbe, quindi, occidentalizzazione dell’intero pianeta, ossia l’estensione dei nostri valori sociali, culturali, politici ed economici a tutte le altre civiltà. Secondo il politologo non ci sarebbe scampo a questo processo: è universale ed unidirezionale, il resto del mondo potrà scontrarvisi, ma alla fine soccomberà e accetterà esso come destino comune e ultimo a tutti gli uomini.

Le previsioni di Fukuyama furono accolte calorosamente nell’ambiente liberale euroamericano degli anni ’90, che furono la decade del cosiddetto “momento unipolare”, ossia del primato indiscusso degli Stati Uniti sul mondo. Infatti, le dittature comuniste cadevano una dopo l’altra, sulla spinta di forze interne e genuine o di rivoluzioni colorate pianificate dall’esterno, in America latina finiva l’era delle dittature militari, gli ultimi baluardi di autocrazia si chiudevano in se stessi cessando di esportare i loro valori nel mondo, e i paesi occidentali erano considerati quasi ovunque con prestigio poiché eletti come modelli ideali di “società del benessere”.

Eppure, agli occhi dei detrattori di Fukuyama il mondo è ben lontano dall’entrare nella fine della storia: le democrazie liberali mostrano tutte le loro falle nello stesso Occidente, mentre l’ultima ondata di democratizzazione è stata arrestata dal brusco aumento di modelli politici apparentemente più funzionanti e di natura illiberale, dall’Europa all’Asia, il processo omologante e appiattente della globalizzazione sta incontrando l’opposizione di localismi e nazionalismi, e le grandi civiltà mondiali sembrano aver congelato ogni proposito di occidentalizzazione in favore di politiche identitarie.

Si tratta di eventi che, ad un primo sguardo, giocano in favore di un’altra tesi sullo sviluppo del mondo post-bipolare elaborata negli stessi anni: lo scontro di civiltà di Samuel Huntington. Lo stesso Fukuyama, inoltre, ha recentemente fatto un mea culpa, sostenendo di aver sottovalutato certe dinamiche e che la fine della storia è probabilmente posticipata a tempo indeterminato. Ma questo non significa che Fukuyama abbia avuto torto, perché è lapalissiano che nel mondo esistano forze sociali e politiche che intransigentemente lavorano per annullare le peculiarità dei loro contesti di riferimento in favore di progetti di occidentalizzazione: da Taiwan all’Ucraina, passando per l’America latina.

Samuel Huntington

I detrattori di Fukuyama usano spesso come argomentazione di base che il fiorire degli identitarismi, etnici e religiosi, il terrorismo islamista, l’affacciarsi della Cina sul mondo con un proprio sogno di società, e la primavera illiberale da Budapest a Mosca, siano le prove che lo scienziato politico era in errore. Potrebbero anche avere ragione, perché la futurologia non è scienza ma fantapolitica, ma dimostrano di non avere letto integralmente le tesi dell’autore.

Già nel 1989, nel breve saggio per The National Interest, Fukuyama spiegava che il percorso dell’umanità verso la fine della storia non sarebbe stato pacifico, ma ricco di turbolenze, scontri e divisioni, causati soprattutto dal risorgere violento delle identità e dei nazionalismi in tutte quelle parti del mondo sconvolte dai danni della globalizzazione, intimorite dalla tremenda espansione dei valori occidentali, o alla ricerca di un ritorno al passato alimentato da sentimenti nostalgici e dalla disillusione verso il futuro.

A questo proposito è fondamentale riportare uno dei passaggi più importanti dell’intera opera:

[Ciò che scrivo] Non è per dire che non ci saranno più eventi con i quali riempire le pagine dei annali di relazioni internazionali di Foreign Affairs, perché la vittoria del liberalismo è avvenuta primariamente nel campo delle idee, o della coscienza, ed è ancora incompleta nel mondo reale e materiale.

Le società occidentali continuano ad essere viste come un faro da raggiungere ma, come ribadito dallo stesso Fukuyama, l’assenza di un “piano per il mondo” non basato esclusivamente su una visione economicistica sembra aver alimentato l’interruzione del cammino verso la fine della storia e il ritorno in scena di religioni e nazionalismi anche nella stessa “Europa post-storica”.

Francis Fukuyama

Queste forze, nazionalismo e religione, sono però destinate a soccombere in quanto aventi un seguito popolare molto più esiguo che nei secoli precedenti, mentre il liberalismo continuerebbe ad esercitare un fascino impermeabile agli ostacoli della storia.

Tuttavia, come sottolineato dal politologo, l’ostinatezza con la quale le classi politiche e le forze sociali liberali tentano di sopprimere ogni pulsione identitaria fra le masse ancora attaccate a valori patriottici o religiosi non potrà che allungare lo stallo temporale, perché tali sentimenti andrebbero tutelati nelle democrazie liberali e non combattuti.

L’unica forza che Fukuyama ritiene realmente in grado di sfidare la fine della storia è l’islam politico che, però, a differenza del fascismo e del comunismo, non può esercitare pretese universalistiche in quanto ristretto al mondo musulmano e fortemente inviso altrove. E l’argomento centrale della nuova puntata di Confini sarà proprio il confronto tra le identità con la fine della storia, perché come Fukuyama ha spiegato recentemente su The American Interest:

al momento, sembra che Huntington stia vincendo.