Il quarto sabato consecutivo di manifestazioni antigovernative del movimento di protesta dei cosiddetti gilet gialli si è concluso con un bilancio da bollettino di guerra: 89mila agenti di polizia schierati in tutto il paese, 1723 persone identificate – delle quali 1220 poste in stato di fermo, ed oltre 200 feriti. Da parte delle forze dell’ordine si è assistito al ricorso di mezzi blindati, gendarmi a cavallo, granate assordanti, gas lacrimogeni e proiettili di gomma, mentre dal mattino a tarda sera i manifestanti hanno lanciato continui assalti ai quartieri del centro storico, dato fuoco a decine di automobili, saccheggiato esercizi commerciali ed edifici, sullo sfondo di pesanti scontri con la polizia e violenze di varia natura.

Per un giorno intero nella capitale francese è stato in vigore un tacito stato d’emergenza: dispiegamento straordinario di 8mila agenti di polizia, chiusura coatta di grandi magazzini, musei e di 30 stazioni della metropolitana, sospensione dei servizi di noleggio di bicilette, ritiro di migliaia di oggetti d’arredo urbano, come fioriere e panchine, potenzialmente utilizzabili come armi improvvisate, centinaia di arresti preventivi di cittadini, manifestanti e non, sulla base del sospetto già dalle 5 del mattino. Inoltre, sebbene l’attenzione delle telecamere, nazionali ed estere, si sia concentrata completamente sulla gigantesca manifestazione parigina avente come motto “Macron démission!”, i gilet gialli hanno dato luogo a scontri e vandalismi nelle principali città del paese, da Tolosa a Bordeaux, da Lille a Lione.

L’ondata di sdegno popolare contro carovita e alienamento della classe dirigente dai reali bisogni della società civile è arrivata anche in Italia, Paesi Bassi, Germania e Belgio. A Bruxelles la rivolta d’importazione ha presto assunto i connotati di un’insurrezione improvvisata e si è conclusa con scontri e arresti. In attesa di sapere quali saranno gli sviluppi di questa protesta organizzata è giunto il tempo di un resoconto.

Il consenso dell’elettorato verso Macron è scemato rapidamente, stando ai periodici sondaggi realizzati per saggiare l’umore dei francesi: dal 64% del maggio 2017 (fonte Ifop) al 21% di dicembre di quest’anno (fonte Istituto Kantar-Sofres-One Point). Colui che, nei sogni dell’establishment comunitario, avrebbe dovuto trasformarsi nel restauratore dell’europeismo e nel costruttore di una UE più forte, è invece diventato il presidente più impopolare della storia di Francia a soltanto un anno e mezzo dal suo insediamento. Diversi quartieri di Parigi sono inagibili a causa delle violenze che hanno scosso la città nelle ultime settimane e il sindaco Anne Hidalgo ha stimato che i danneggiamenti realizzati dai manifestanti nel corso del mese di proteste peseranno sul bilancio metropolitano per oltre 8 milioni di euro.

Nonostante gli atti eclatanti di vandalismo, i saccheggiamenti, i roghi e le violenze, il consenso dei francesi verso il movimento dei gilet gialli sembrerebbe aumentare con il passare del tempo e si attesterebbe oggi all’84% (France Info). Inoltre, secondo un sondaggio di Ipsos realizzato su richiesta di Macron, se i gilet gialli dessero vita ad una lista in occasione delle elezioni parlamentari europee, potrebbero ottenere il 12% dei voti, convertendosi nella terza forza politica nazionale.

Mentre in sede di governo si fanno sempre più insistenti le voci di un possibile rimpasto, Macron sembra molto interessato ad approfondire una pista investigativa emersa in questi giorni, ossia la possibilità di una longa manus straniera dietro i gilet gialli, sulla quale il Segretariato Generale della Difesa e della Sicurezza Nazionale ha già aperto un fascicolo.

A chi giova una Francia in preda al caos? Che Macron avesse in mente di riportare il suo paese ai fasti imperiali dell’epoca gollista attraverso una tacita politica di potenza neo-napoleonica fu chiaro sin dal principio, così come fu ugualmente chiaro che le sue aspirazioni avrebbero inevitabilmente dato luogo ad attriti in sede europea, con la Russia e con gli Stati Uniti. Ed è proprio a Mosca e Washington che l’intelligence dell’Eliseo starebbe puntando il dito. Del resto, Donald Trump, il muscolare neo-presidente della prima potenza militare del mondo, non ha mai nascosto il suo appoggio ai gilet gialli e neanche la sua antipatia verso Macron.

L’Occidente non è mai stato così diviso come in questi ultimi anni e condividere valori ed ideali comuni e l’appartenenza alla più importante alleanza militare del mondo, la Nato, sembra non bastare più. Finita l’epoca dell’egemonia culturale e politica del Partito Democratico, con più fallimenti che successi sia in casa che all’estero, lo Stato profondo ha visto in Trump l’uomo ideale per tirar fuori dal cassetto dei ricordi una vecchia ambizione mai realmente abbandonata: il progetto per un nuovo secolo americanoNon solo Cina, Russia e mondo arabo-islamico, ma anche un’Europa unita e indipendente (da Washington) rappresenterebbe una minaccia per le ambizioni di dominio statunitensi e proprio in questo scenario trovano contestualizzazione gli attacchi dell’amministrazione Trump all’asse franco-tedesco e l’aperto sostegno alla variegata piattaforma, ancora in via di definizione, del populismo sovranista di destra e dell’euroscetticismo.

La situazione in Francia è talmente grave che recentemente Le Figaro, citando una fonte anonima in contatto con la presidenza, ha pubblicato l’estratto di un’informativa dei servizi segreti della Repubblica alla presidenza che denuncerebbe il rischio di un colpo di Stato da parte dei gilet gialli qualora le forze dell’ordine dovessero fallire nel contenere le violenze nei prossimi mesi e le proteste non dovessero cessare. Sempre i servizi segreti hanno aumentato il monitoraggio della rete e della messaggistica istantanea, notando un incremento degli appelli ad armarsi e causare mortiInoltre, lo scenario d’insurrezione dei gilet gialli, per capacità destabilizzante controbilanciata da un’organizzazione apparentemente inesistente e spontanea, ricorda molto i movimenti di protesta tipici delle cosiddette rivoluzioni colorate ideate da Gene Sharp all’epoca dell’ultima fase della guerra fredda.

Alla luce di questi elementi risulta facile capire perché in casa Macron si stia facendo largo l’idea della regia straniera. Stati Uniti a parte, è di queste ultime ore la notizia di un fantomatico collegamento tra i gilet gialli ed il CremlinoL’Alliance for Securing Democracy (ASD), un’unità di monitoraggio antirussa del German Marshall Fund, ha scoperto che 600 profili Twitter, noti per promuovere posizioni pro-Putin, avrebbero agitato la rete nei giorni delle violenze, contribuendo a far diventare virale l’hashtag #giletsjaunesL’Asd ha anche fatto notare come i media russi, da Sputnik a Russia Today, siano tra i più presenti sul suolo francese per coprire gli eventi sin dall’inizio delle proteste e come i loro servizi siano largamente falsi e antigovernativi, realizzati ad hoc per alimentare il malcontento fra i consumatori di notizie.

Insomma, Macron corre ai ripari tirando fuori l’ipotesi della congiura: se gli Stati Uniti appoggiano i gilet gialli e sperano in un suo rovesciamento, dalla Russia si alimenterebbe invece il malcontento attraverso meticolose operazioni non convenzionali di manipolazione dell’informazione tese a screditare ulteriormente una presidenza già debole. Nel frattempo, mentre proteste e indagini proseguono, sarebbe bene riprendere una citazione attribuita a Klemens von Metternich:

Quando Parigi starnutisce, l’Europa prende il raffreddore.