Macri lo hizo” letteralmente “Macri ce l’ha fatta”, è una frase piuttosto ricorrente nei discorsi quotidiani di rappresentanti della classe media che ironicamente sbeffeggiano l’operato del Presidente della nazione argentina. Se poi a recitare questo mantra sono dei ragazzi di circa trent’anni che mai come quest’anno si sono riuniti per giocare a calcetto nel mese di gennaio (equivalente al nostro agosto), allora la valenza di queste parole si amplifica ancor di più. Significa, in soldoni, che molte persone di classe media non sono riuscite a godere di più di pochi giorni di vacanza nel mese più caldo dell’anno, quando lo smog di Buenos Aires diventa irrespirabile e le tormente elettriche fanno rimpiangere di non avere una spiaggia nelle vicinanze. Tuttavia, ciò che rende sempre più soffocante la vita nella capitale argentina, ma anche in tutto il paese, è la galoppante svalutazione del peso rispetto al dollaro, la moneta di riferimento.

Esattamente un anno fa, con 1 dollaro si compravano 19 pesos, mentre adesso con la stessa banconota statunitense se ne possono comprare addirittura 40. Stiamo parlando, quindi, di un dimezzamento netto del valore del peso in appena dodici mesi. Il tutto figlio dell’accordo tra il governo di Maurizio Macri e l’FMI, che nel settembre scorso ha confermato un prestito record di 57 miliardi di dollari da restituire in tre anni, il primo dei quali sarà di pura campagna elettorale, viste le elezioni che si profilano ad ottobre prossimo. L’economia traballante del paese sudamericano, che ha già vissuto quattro recessioni economiche dopo il primo mandato di Juan Domingo Perón, ossia nel 1958, nel 1976, nel 1989 e, soprattutto, nel 2001. Ed è proprio lo spettro di quella crisi che a dicembre compirà diciotto anni il timore di molti argentini.

Lagarde e Macri

La grande preoccupazione della classe media deriva, essenzialmente, da varie politiche di austerity che sono state messe in atto. Il governo, in primis, ha effettuato una serie di manovre come quella di ridurre gli investimenti nel settore pubblico, con una diminuzione del 15% del budget ad esse solitamente dedicato. La seconda mossa è stata quella di eliminare i sussidi a servizi come gas, elettricità e trasporti, con un aumento generico delle tariffe di un 500% in pochi mesi. Su tutte, però, spicca la decisione di Macri di commissariare il Ministero della Salute riducendolo a mero settore gestito in teoria dal Ministro dello Sviluppo. In un contesto del genere, non sono mancate le proteste in un gennaio piovoso a livello climatico ma torrido per quanto riguarda lo stato d’animo della popolazione, che si è vista minacciata anche da un caso di hantavirus, un virus passato da ratti, nella località di Lomas de Zamora, nella provincia sud di Buenos Aires.

L’aria che tira al di fuori della Casa Rosada è stantia e risente dell’amarezza di un’ampia fetta della popolazione che non riesce neanche ad andare in vacanza. Molti, difatti, hanno dovuto rinunciare alle loro consuete migrazioni in Uruguay, dove le spiagge sull’Oceano fanno invidia a quelle brasiliane, per via di un cambio di valuta che rende proibitivo recarsi nel paese vicino anche per pochi giorni.

In sostanza, l’Argentina, da sempre conosciuta come il ‘Granaio del mondo’ per l’enorme quantità di frumento esportato e venduto, è adesso un’economia zoppa che dipende dalle concessioni dei vari organigrammi internazionali, con dei crediti che probabilmente non riusciranno ad essere saldati nei tempi richiesti. La perfetta scusa per l’FMI e coloro che vi bazzicano attorno di sedersi a banchettare sul tavolo di Buenos Aires, dove la portata principale sarà quella di una nazione messa in un tritacarne dalle lobby e dai soliti influssi dogmatici e dispotici del sistema liberista mondiale.