La morte del giovane afroamericano Michael Brown nella città di Ferguson e la decisione del Gran Jury dello stato del Missouri di non incriminare l’agente-assassino Darren Wilson, hanno suscitato sdegno in tutti gli Stati Uniti e hanno riportato a galla la mai sopita questione razziale. L’ennesimo nero ucciso da un poliziotto bianco nell’America eletta dal “mondo libero”, patria dei diritti civili e dell’uguaglianza, baluardo mondiale contro le discriminazioni e le violazioni dei diritti umani. Nemmeno la festa del Thanksgiving day, le inevitabili dimissioni dalla polizia dell’agente Wilson e il Black Friday, il più grande shopping day del mondo, sono riuscite a frenare la rabbia delle migliaia di cittadini statunitensi indignati per l’ennesimo atto d’ingiustizia. Oltre al danno la beffa: la sana rabbia degli afroamericani e degli ultimi della società nasce non tanto dall’assurda morte di Michael Brown, quanto dalla decisione della magistratura di lavarsene le mani, facendola passare liscia ad un assassino conclamato, la cui unica fortuna è quella di essere bianco in una società ancora profondamente razzista.

Già, perché la questione razziale è tutt’altro che superata negli Stati Uniti del primo presidente nero della storia di questa superpotenza, forse sarà cosa del passato nelle grandi metropoli dai grattacieli scintillanti, ma non è così nell’America profonda, quella di Ferguson, ad esempio, dove il 95% della polizia è bianca in una comunità formata dal 66% di afroamericani. Ma gli Stati Uniti sono un paese razzista? Se si guardano alcuni dati statistici riguardanti la popolazione carceraria, si nota, ad esempio che nelle prigioni statali più del 41% dei detenuti sono neri, senza parlare di quelle federali, dove si arriva a sfiorare il 50%. Secondo l’avvocato per i diritti civili Alec Karakatsanis: “gli Stati Uniti mandano in carcere i neri ad un tasso quasi sei volte superiore a quello del Sud Africa dell’Apartheid”, parole che danno un’idea di quella che è la situazione oltreoceano e che aiutano, in parte, a darsi una risposta . La discriminazione è complementare all’esclusione sociale, due piaghe autoalimentantesi, che portano i neri e gli ispanici a delinquere o, ad esempio, ad arruolarsi in massa nell’esercito , spesso unica alternativa per non finire nel vortice delle gang o della droga. Il problema è quindi anche, e soprattutto, sociale. La triste vicenda di Michael Brown ha portato a galla le macroscopiche contraddizioni di questo paese. Le migliaia di manifestanti, oltre a denunciare la discriminazione razziale, protestano anche contro la brutalità delle forze di polizia. In questa settimana per le strade delle cittadina di Ferguson si sono viste scene che ricordano, con le dovute proporzioni, quelle di Praga o Budapest nel pieno della guerra fredda: polizia e guardia nazionale in versione antisommossa, mezzi blindati e pestaggi sfrenati.

Una situazione che si fa sempre più seria, tanto da aver portato il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura a denunciare formalmente la brutalità delle forze di sicurezza statunitensi e ad esortare Washington a fare piena luce sull’accaduto. Non è infatti la prima volta che la polizia è messa sotto accusa per i suoi metodi discutibili e per la violenza gratuita con la quale si pone a garante dell’ordine costituito. Sono decine e decine i casi di omicidio che hanno per protagonisti agenti di polizia: la morte poche settimane fa di un dodicenne afroamericano a Cleveland o la sconvolgente uccisione di Milton Hall, un homeless di 49 anni trucidato da otto poliziotti in Michigan con ben 46 colpi di pistola1 , solo per citarne alcuni. Come sostiene Enrico Beltramini su Limes, a Ferguson e, aggiungo io, in tutti gli Stati Uniti, non è in discussione solo il rapporto tra polizia e questione razziale, in gioco c’è molto di più; è in discussione il rapporto tra ordine e democrazia: la tutela della democrazia è un valore superiore a quello dell’ordine, oppure i poliziotti, in quanto espressione dell’ordine, vanno difesi in ogni caso e giudicati in modo diverso dagli altri cittadini? 2 I fatti di Ferguson non cambieranno certo l’America ,ma è comunque un segnale importante, un campanello d’allarme per questo gigante in declino che, dopo anni di relativa stabilità, torna a fare i conti con il passato e con le sue contraddizioni.

1http://www.youtube.com/watch?v=2Iigvm5iPkU

2http://temi.repubblica.it/limes/a-ferguson-e-in-discussione-il-rapporto-tra-ordine-e-democrazia/67511