Ce lo potrebbe spiegare un neofita del buddismo, quanto uno psicologo da rotocalco, laureatosi con 66/110: la causa principale del nostro dolore risiede nelle aspettative che nutriamo nei confronti degli altri. Di disillusione in disillusione, la vita si riempie progressivamente di dolore e in un atteggiamento di paralizzante deresponsabilizzazione, soffriamo ogni qual volta ci rendiamo conto di aver sopravvalutato il nostro prossimo, delegandogli, insieme al resto, l’onere dell’agire. Lo diremo in termini brutali, che galvanizzeranno i cultori del genere pulp (quanto dell’horror, sull’esempio The Exorcism of Emily Rose), “non si cava sangue dal muro” e se interrogando i palmi delle nostre mani non ci resta che serrarle a pugno a contenerci le mosche, la colpa è innanzitutto nostra.

Non stiamo parlando di psicologia ma di Papa Francesco. Mossi dalle interpretazioni escatologiche più ottimiste, molti di noi avevano visto in Bergoglio l’uomo che avrebbe potuto scuotere dalle fondamenta la Babele europea; lui che aveva vissuto in un’Argentina messa in ginocchio dalla speculazione finanziaria, ci era sembrato la persona più adatta a stracciare il bavero dei Signori del Tempo, tenia solium di un baraccone sovietico che ci ostiniamo a chiamare, con decrescente entusiasmo, Unione Europea. La visita al Parlamento di Strasburgo dello scorso 25 novembre, poteva essere l’occasione buona per dare un colpo di maglio all’Unione. Essa versa in una condizione di grave debolezza, corrosa com’è dall’euroscetticismo. Ma non solo, in occasione del recente G20, l’Europa è stata indicata come l’untore dell’economia globale e a questi due nuovi aspetti, continua a fare da sfondo l’ormai cronico deficit democratico che la ammorba, cui si somma quello morale, causato dallo scandalo Juncker. Per non dire dell’avventurismo in politica estera che, benedetto dal Nobel per la Pace, si è palesato in un significativo contributo a scatenare una guerra civile a ridosso dei propri confini, tacendone la crudeltà attraverso i media allineati. Poi ci sono i dati economici, la disoccupazione, la condizione giovanile, la solitudine. Tutte situazioni che in buona sostanza Bergoglio dimostra di conoscere.

Ma un’Europa tanto conciata, già definita da Franco Freda nei termini di “una vecchia baldracca che ha puttaneggiato in tutti i bordelli”, non può far altro che dispensare insegnamenti di vita, esibendo le proprie piaghe da decubito ed illustrando la propria cartella clinica a chiunque le capiti a tiro, con tanto di margini percentuali di guarigione, componenti e posologia della Trïaca. L’Europa è un malato terminale e come ogni malato senza speranza si è chiusa in se stessa, a scarnificare il proprio decorso, mettendo a dura prova la pazienza di chi ha la sventura di andarle in visita. In questo senso, Papa Francesco non poteva comportarsi altrimenti e il suo viaggio merita di essere finalmente considerato per ciò che è: una semplice visita di cortesia, peraltro molto garbata. Una visita lampo, che non ha lasciato il tempo per una choucroute dAlsace. Nessun riferimento a Dio, nessuna citazione di Gesù Cristo, una visita di cortesia puntellata da realismo d’accatto, ottimismo spiccio, da quelle banalità e quei luoghi comuni che si convengono a questo tipo di situazioni. Sorridere, annuire, allinearsi al moribondo. Fargli bere tutto il brodino, non farlo agitare, prestare attenzione affinché non si scopra, arieggiare i locali prima di soggiornarvi.

Ma c’è un fatto che anticipa di pochi giorni la visita di Papa Francesco all’Europarlamento ed è la performance delle Femen, le valchirie co.co.pro che, anche in questa stagione del Kali Yuga, non hanno mancato alla loro mission, quella di sollevarci dall’ordinarietà del nostro tedio. Prima con un proclama televisivo, poi in San Pietro, dove armeggiando con dei crocifissi negli intorni di aree deputate prevalentemente alla defecazione (più che ad un uso marsupiale), hanno invitato il Romano Pontefice a serbare per se stesso il suo credo religioso, sollecitandolo a non recarsi al Parlamento Europeo. God is not a magician , Pope is not a politician. No religion in Parliament. Quasi accontentate. La visita non è saltata ma Papa Francesco è riuscito a soddisfare le loro attese, cioè a tenere la religione fuori dal Parlamento e a non assumere atteggiamenti da uomo politico.

Un’ultima strizzatina d’occhio nella cattedrale di Strasburgo è bastata per fare memoria a Francesco del corretto atteggiamento da assumere: un’unica ragazza, denudatasi, è corsa fino all’altare della cattedrale per balzarvi sopra e sventolare una bandiera europea e una bella ghirlanda. “Anti secular Europe e Pope is not a politician”, gli slogan riprodotti sulla pelle della signorina. Una marachella di pochi secondi, che non sarebbe stata notata da nessuno se giornalisti e fotografi, morti di fame quanto loro, non fossero stati informati preventivamente dell’azione dallo stesso collettivo filantropico. Il giorno dopo, all’arrivo di Papa Francesco, nessuna reazione. Il suo discorso, non ha echeggiato in alcun modo le maledizioni di un Sant’Antonio di Padova, lanciate al cospetto degli usurai, prima di mandarli definitivamente in rovina. Così algido, così tiepido, nonché costruito su sillogismi elementari e cose già dette altrove, il discorso di Papa Bergoglio non poteva che essere gradito a certi potentati e certa filantropia. Gli stessi che anelano ad una Chiesa silenziosa ed assente o alla meglio, accomodante come una cortigiana.