di Pietro Gambarotto

La vittoria del Likud di Netanyahu alle elezioni politiche israeliane del 17 Marzo ha deluso coloro che speravano in una ripresa dei negoziati per il riconoscimento di un’entità palestinese. Recentemente infatti, in campagna elettorale, il primo ministro uscente aveva ribadito la sua contrarietà ad affrontare la questione e aveva sventolato lo spauracchio della crescita del partito arabo unito, arrivando ad accusare la sinistra di organizzare il trasporto degli arabi al voto e la lista guidata da Ayman Odeh di ricevere fondi internazionali. Nonostante queste dichiarazioni buona parte dei primi ministri europei si è complimentata con Netanyahu per la sua rielezione, auspicando l’avvio di un solido piano di pacificazione mentre reazioni più fredde sono giunte dagli Stati Uniti, confermando gli attriti tra l’amministrazione Obama e il governo israeliano, già manifestatisi durante la recente visita al Congresso del leader del Likud.

Il 19 Marzo inaspettatamente Netanyahu compie un dietro front aprendo alla possibilità di una soluzione a due stati. E’ evidente che questa dichiarazione, rilasciata non a caso ad un canale televisivo statunitense, miri, dopo la soluzione del problema interno del consenso elettorale, ad una distensione dei tesi rapporti con l’amministrazione americana. Bisogna infatti ribadire come la carta del ‘due popoli, due stati’ si presti usualmente a strategie politiche che poco hanno a che vedere con la reale volontà di risolvere un problema. Di più: allo stato attuale, il ‘dilemma palestinese’ sembra effettivamente insolubile come sostiene con il suo indubitabile carisma il parroco di Ramallah (e direttore della Caritas di Gerusalemme) Raed Abusahliah con cui mi è capitato di discorrere nel Dicembre del 2013. Ispirandosi alle sua parole è opportuno ribadire la natura di questa insolubilità per non farsi ingannare dalla selva di dichiarazioni politiche di questi giorni. Innanzitutto, perché questo progetto possa attuarsi, bisognerebbe risolvere la questione dei coloni. Oggi se ne contano oltre cinquecentomila e, aldilà delle controversie giuridiche, è impossibile pensare alla fattibilità di un loro rimpatrio forzato in terra israeliana. In secondo luogo vi è la questione di Gerusalemme Est, la cui avvenuta annessione all’interno della municipalità di Gerusalemme è imprescindibile da parte israeliana e inaccettabile da parte araba. C’è poi la questione del muro. Ufficialmente realizzato per arginare il terrorismo e sostenuto da parte della sinistra israeliana come preannuncio di un futuro riconoscimento di un’autorità palestinese dai confini netti, si è rivelato essere uno strumento coloniale attraverso il quale espropriare fertili terre agli agricoltori arabi ed includere in territorio israeliano numerosi insediamenti realizzati dopo la guerra dei sei giorni, aggirando così la famosa ‘linea verde’. Infine, vi è la spesso sottovalutata questione idrica. Il rinnovato interesse israeliano all’occupazione della valle del Giordano lascia pochi dubbi sulla volontà di risolverla.

C’è chi, consapevole di queste difficoltà,sostiene da tempo la soluzione di ‘uno stato per due popoli’. Ora: se la prima soluzione sarebbe impossibile, la seconda verrebbe considerata inaccettabile. Israele difatti è uno stato confessionale e gli attuali cittadini arabo-israeliani sono, de facto, cittadini di serie B. Ben pochi in Israele accetterebbero di aprire le porte agli ulteriori due milioni e mezzo di palestinesi (cristiani e mussulmani) abitanti nella West Bank (per non parlare del milione e mezzo di Gaza), con il rischio di una bomba demografica sul breve termine che ribalterebbe il peso delle forze in campo. Piuttosto, come sostiene Lieberman, auspicherebbero un loro esilio in Giordania, dove oggi i palestinesi sono il 60% della popolazione. Don Raed sperava (e spera ancora immagino) in una nuova internazionalizzazione di Gerusalemme e, cristianamente, in una riconciliazione ecumenica tra i diversi popoli. Se questo sia possibile è difficile dirlo ed è lecito diffidarne. Ma una cosa è certa: oggi la maggior parte degli israeliani è contraria ad un negoziato di pace e all’evacuazione dei territori occupati e, senza la fine di questa occupazione, ogni dichiarazione (venga da destra o da sinistra) che tenti di affrontare le suddette questioni rimarrà, nel migliore dei casi, una vacua speculazione.