«Sotto il mantello degli aiuti economici e degli aiuti militari, le due superpotenze, l’Unione sovietica e gli Stati Uniti, stanno infiltrandosi vigorosamente e si sono espanse in Africa, interferendo negli affari interni di questi paesi e presentando una minaccia alla loro indipendenza. Le intenzioni curate teneramente dai social-imperialisti sovietici sono particolarmente viziose, avendo la natura dell’avidità di un venditore ambulante di armi, di uno speculatore e d’un imperialista».

Con questa cifra interpretativa la Cina cominciò a muovere i primi passi sul continente africano negli anni ‘60. Col grande acume che contraddistingueva la diplomazia cinese, si raffiguravano, al contrario, le proprie relazioni con l’Africa come improntate ad uno spirito unitario e cooperativo, al di là di ogni ingerenza negli affari interni e nella sovranità territoriale dei neonati Stati. Era questo il messaggio trasmesso dalla lunghissima visita di Zhou Enlai e una folta delegazione della Repubblica Popolare nel continente, a cavallo tra il ’63 e il ’64. Nel tumultuoso fermento indipendentista le prospettive rivoluzionarie erano eccellenti.

Zhou Enlai e Lin Liheng

Un libro di racconti, risalente al 1975, sulla TAZARA (la grande ferrovia che collegava i bacini minerari dello Zambia all’Oceano Indiano, in Tanzania, prima grande opera infrastrutturale realizzata dai cinesi in Africa) era stato pubblicato col titolo “Rainbow of friendship”. I cinesi degli anni ’70 erano soliti chiamare gli africani come “compagni in armi” nella loro lotta anti-egemonica e anti-imperialista. I tassi stupefacenti di crescita della produttività agricola e delle migliorate condizioni dei contadini cinesi nelle comuni fungevano da modello paradigmatico da emulare per i nuovi leader africani, ancora esitanti sui sentieri di sviluppo da intraprendere.

Negli ultimi cinquant’anni nessun paese ha mai prodotto un impatto maggiore sul tessuto politico, economico e sociale dell’Africa quanto la Cina dall’inizio del millennio. Nel novembre 2006 oltre quaranta leader africani (quasi tutti: grandi, piccoli, credibili e non credibili, democratici e non) si sono riuniti a Pechino per il primo summit sino-africano: il Forum on China-Africa Cooperation. Nel tentativo di accelerare lo sviluppo africano, negli ultimi anni la Cina si è impegnata ad addestrare professionisti, a costruire ospedali e scuole rurali, dighe, aeroporti, strade e ad aumentare il numero delle borse di studio del governo cinese indirizzate a studenti africani. Oltre allo sviluppo economico creato dai grandi progetti infrastrutturali, è accertato che quest’ultimi creino sviluppo umano poiché, nonostante i processi più complessi rimangano perlopiù top-down, vi si riscontra un interscambio ed un passaggio di know-how e di competenze non indifferente verso le giovani leve professionali africane.

Jacob Zuma, Xi Jinping e Robert Mugabe al Forum on China -Africa Cooperation (FOCAC) del 2015

La Cina ha investito miliardi di dollari nella Repubblica Democratica del Congo e nello Zambia nel settore del rame e del cobalto, nei minerali ferrosi e nel platino in Sudafrica; nel legname in Gabon, Camerun e nella Repubblica Popolare del Congo. Ha acquistato miniere nello Zambia, industrie tessili nel Lesotho, ferrovie in Uganda, legname nella Repubblica Centrafricana, e punti di vendita al dettaglio in quasi tutte le capitali, tuttavia, il petrolio rimane in cima alla lista delle priorità. Nel gennaio 2006, la compagnia energetica statale, la CNOOC (Chinese National Offshore Oil Corporation), ha sborsato quasi 3 miliardi di dollari per un’interessenza del 45% nei giacimenti petroliferi nigeriani.

Se è pur vero che gli investimenti cinesi in Africa sono stati indirizzati perlopiù a paesi ricchi di materie prime, e quindi al settore minerario e dei combustibili fossili, col tempo notiamo una maggiore diversificazione e un’area d’intervento pressoché totale nel mosaico dei Paesi subsahariani. Il governo cinese si è impegnato a potenziare la collaborazione Cina-Africa spaziando dall’industria tessile a quella agroalimentare, dalla produzione di energia alla costruzione di strade, dal turismo alle telecomunicazioni e alla connettività, dal controllo delle acque, all’elettricità.

Barattare infrastrutture con riserve energetiche è una prassi ben compresa sia dai cinesi sia dagli africani. Si tratta di uno scambio di favori: niente illusioni su chi fa che cosa, per chi e perché. Entrambe le parti ne sono a conoscenza. Per l’Africa, oltre alle infrastrutture fisiche, la crescita e l’occupazione, c’è la promessa della riduzione della povertà, l’emergere di un fiorente ceto medio, occasioni di acquisizione di maggiore know-how e trasferimento di tecnologie, e in sintesi, più investimenti diretti esteri. La Cina post-maoista ha assimilato il credo che i paesi africani possano fuoriuscire dalla trappola del sottosviluppo attraverso un approccio legato al business e agli investimenti esteri diretti, non all’aiuto paternalistico.

Ovunque applicato, il sistema cinese è una certa riproposizione di quello giapponese: crediti ampi a tassi di mercato competitivi, legati a tecnologia, equipaggiamento e macchinari in cambio di risorse naturali o combustibili fossili. Questa è l’essenza dell’approccio “win-win”.

Secondo i dati forniti dal ministero del Commercio cinese, il commercio sino-africano è cresciuto dai 10 miliardi $ annui del 2000 ai 170 miliardi $ del 2017. Pochi mesi fa al nuovo China-Africa Cooperation Forum, Xi Jinping ha promesso un ulteriore piano triennale d’investimenti ammontanti a 60 miliardi di dollari, così suddivisi: 1/3 ( circa 20 miliardi) destinati a linee di credito, 15 miliardi per aiuti diretti e prestiti a fondo perduto, 10 miliardi per un fondo speciale di crescita e sviluppo, 10 miliardi riservati a finanziare progetti con obbligo di coinvolgimento d’imprese cinesi e i rimanenti 5 miliardi per supportare esportazioni africane verso la Cina.

Da Washington immediatamente si sono levate voci di rilancio, per bocca di alcuni funzionari del Dipartimento di Stato, attraverso un piano noto come Build Act (Better Utilisation of Investments Leading to Development Act) per raddoppiare gli stanziamenti, fino a 60 miliardi, in un fondo di sostegno alle corporations americane desiderose di investire in Africa.

Xi Jinping

Le critiche si moltiplicano, ammantate di sensazionalismo e paranoia, specie da parte di quanti attualmente si arrogano il diritto di sentenziare sul destino del continente come se fosse una loro precisa responsabilità, ovverosia la totalità dei liberal occidentali, i quali lo ritengono, spesso nel modo più paternalistico, loro esclusiva prerogativa. Diversi africani si fanno beffe dell’irritazione degli occidentali dopo l’implicito appoggio dato a leader africani corrotti e canaglie per l’intero corso della loro storia novecentesca. Dopotutto, i più famigerati sfruttatori e despoti africani hanno raggiunto il potere e hanno prosperato sotto gli auspici degli aiuti, della buona volontà e della trasparenza occidentali; per nominarne solo tre: Mobutu, presidente dello Zaire, Idi Amin, a capo dell’Uganda, e Bokassa, l’«imperatore» della Repubblica Centrafricana (che teneva in frigorifero le teste delle proprie vittime).

I leader africani, vecchi e nuovi, paiono meno propensi rispetto al passato a farsi “gestire”, nemmeno in cambio di denaro. Forse stanchi delle montagne di scartoffie, dei burocratismi e del girotondo di donatori occidentali autoritari e pseudo-democratici, o forse, più semplicemente, ansiosi di sperimentare nuovi modelli di sviluppo che potrebbero davvero essere efficaci, sono sempre più attratti dalla meno problematica via cinese. Secondo gli osservatori occidentali i cinesi occultano i contenuti dei contratti legati ai crediti alle esportazioni o quelli sui contratti petroliferi e minerari. L’occidente a lungo ha mantenuto secretati gli accordi tra banche, istituti finanziari e i governi africani; la trasparenza può andar bene, ma è irrealistico pensare che siano i cinesi i primi a farlo.

Bokassa con Nicolae Ceaușescu, 1970

Nessuno potrebbe negare che la presenza della Cina in Africa sia motivata dal petrolio, dall’oro, dal rame e da quant’altro sia nascosto nel sottosuolo, ma dire che l’africano medio non ne trae alcun vantaggio è una falsità, e i critici lo sanno benissimo, come ci ricorda l’economista zambiana Dambisa Moyo. Stando ad alcuni sondaggi più o meno recenti, in quasi ogni paese africano i pareri favorevoli sulla Cina (e i suoi investimenti nel continente) sono almeno il doppio di quelli critici e inoltre le persone che ritengono positiva la presenza della Cina sono più numerose di quelle che danno lo stesso giudizio su quella degli Stati Uniti. La differenza è marcata, a titolo esemplificativo in Tanzania, dove il 78 contro il 13 percento pensa che l’influenza della Cina sia un fatto positivo. Per la gran parte degli africani i vantaggi sono tangibili: ci sono strade dove non ne esistevano, e posti di lavoro dove mancavano; invece di fissare il deserto distruttivo degli aiuti bilaterali internazionali, possono finalmente vedere i frutti dell’impegno cinese. Quest’ultimo è chiaramente un fattore che negli ultimi anni ha permesso all’Africa di sostenere tassi di crescita medi intorno al 5-6%.

Gli osservatori temono che le compagnie cinesi stiano offrendo merci a prezzi inferiori rispetto a quelli delle aziende locali e non assumano africani. Si preoccupano anche delle scarse norme di sicurezza riguardo i lavori pericolosi, soprattutto nelle industrie minerarie e nelle grandi opere. È vero, ma è a questo punto che i governi africani dovrebbero intervenire e imporre regole. Si badi bene però, i governi africani (responsabili del proprio popolo), e nessun altro. Numerosissime leggi sono state varate nei Paesi interessati per assicurare una percentuale d’impiego locale piuttosto elevata; d’altra parte le aziende statali cinesi sanno perfettamente che la buona reputazione in contesti globali aperti conta e così provano ad evitare critiche il più possibile derivanti da una mancata responsabilità sociale d’impresa.

Un altro aspetto controverso merita di essere scandagliato, ovvero quello del “land grabbing” o dell’accaparramento di terre, che vede coinvolti non solo i cinesi, ma i Paesi del Golfo, il Giappone e la Corea del Sud, tutti affamati delle grandi distese coltivabili africane. A prima vista le terre africane possono sembrare infinite e vuote, ma firmare la vendita o la concessione a compagnie straniere di centinaia di migliaia di ettari, senza il previo consenso informato delle comunità locali, certamente non potrà essere una strategia sostenibile per porre fine alla povertà africana, anche se ciò dovesse spingere alla produzione domestica di prodotti alimentari e ad una modernizzazione agro-industriale.

La produzione su larga scala potrebbe favorire gli agricoltori più moderni con tecniche agricole già specializzate, ma al contempo potrebbe spazzare via dal piccolo mercato e perfino dall’autosussistenza la maggioranza precaria contadina d’Africa. In tal senso però, ci sono esempi e modelli intelligenti e replicabili, perché socialmente ed economicamente sostenibili su scala continentale, come il lavoro della Chongqing Seed Company in Tanzania dove si coinvolgono piccoli proprietari terrieri in sistemi di piantagione satellite.

Per l’Africa è questione di sopravvivenza; nell’immediato, ottiene quello di cui necessita: capitali di qualità che finanzino gli investimenti, posti di lavoro per la sua popolazione, e la crescita che le è sfuggita negli ultimi decenni, anche e soprattutto a causa di politiche economiche scellerate delle istituzioni finanziarie internazionali. È quanto gli aiuti internazionali promettevano e non sono mai riusciti a realizzare. Perché rifiutare la mano tesa che giunge da Oriente?

La Cina emerge come il maggior investitore straniero in Africa, tuttavia non è l’unico: India, Russia, Giappone (nel maggio 2008 il Giappone ha ospitato la IV Conferenza internazionale di Tokyo sullo sviluppo africano (TICAD), dove quarantacinque leader e ministri africani sono stati corteggiati con lusinghe molto simili: scambi, aiuti, riduzione del debito e infrastrutture), Turchia e il più vasto Medio Oriente, incluse le monarchie del Golfo, non sono molto indietro. Gran parte dell’allarmismo lanciato da alcuni esperti del settore è fuorviante e sproporzionato, mantenendo l’Africa e la sua narrazione nel vortice del sottosviluppo.

Ma perché allora urlare allo scandalo e stracciarsi le vesti per il presunto neocolonialismo cinese? Forse perché fa comodo oggi alla superpotenza egemone veder attaccata la cooperazione e le relazioni commerciali del primo e unico competitor e antagonista globale, che potrebbe mettere in discussione la sua egemonia geopolitica? Laddove l’Occidente regolarmente modifica i suoi consigli, gli approcci, i programmi e le politiche sull’Africa (sviluppo rurale integrato negli anni ’70, riforme politiche, economiche e sociali strutturali negli anni ’80, governance negli anni ’90) la Cina non asserisce di essere la più alta depositaria dell’umano sapere e sentenzia ricette consequenziali su ciò che l’Africa deve fare per svilupparsi. La Cina ha più volte affermato che è un grosso errore richiedere, imporre ed esigere condizionalità negli aiuti e che ogni Paese dovrebbe essere lasciato libero nel potersi autodeterminare su quale sentiero di sviluppo intraprendere.

Xi Jinping e Cyril Ramaphosa

La Cina in Africa oggi significa molte cose, presidenti che strepitano a voce alta promesse grandiose di partnership, aziende provinciali con nomi troppo lunghi e gigantesche corporations affamate di risorse e spinte dal profitto. In verità, l’Africa si adatta perfettamente alla strategia del “going global” cinese, non soltanto per le sue ricchezze naturali ma per le sue infinite opportunità industriali, d’investimento, di commercio, di costruzioni. Alla fine degli sproloqui, i cinesi sono esperienti del fatto che hanno risollevato dalla miseria centinaia di milioni di persone a casa propria, senza alcun aiuto esterno.

I cinesi credono negli investimenti, nel commercio e nella tecnologia come leve per lo sviluppo e le stanno adoperando nel loro impegno in Africa, non per altruismo, ma perché così è stato fatto con successo in patria. Hanno imparato che le risorse naturali sono degli asset cruciali per la modernizzazione e la prosperità. Hanno imparato che le zone economiche speciali funzionano nell’attrarre raggruppamenti di aziende mature e responsabili. Hanno imparato che un governo centrale forte e risoluto nel tenere a bada le spinte anarchiche del capitalismo lanciato su facili profitti può aiutare rapidamente ad uscire dalla povertà senza compiere politiche austere di macelleria sociale in via preventiva, per permettere allo sviluppo capitalista di affermarsi in seguito. I cinesi hanno imparato ad enfatizzare la sperimentazione sull’aiuto, la “distruzione creativa” della competizione, non il paternalismo. Questi possono essere i doni che il Dragone recapiterà all’Elefante.

La Cina in Africa è oramai una realtà imponente e radicata ed i cinesi non andranno via. La loro strategia verso il continente nero è pianificata, a lungo termine, ed in evoluzione. Appunto, quella cinese in Africa è una strategia.