Fra Washington e Pechino non corre buon sangue in questi ultimi giorni: se si pensava che il presidente eletto Donald Trump avrebbe cominciato a rendere più complicate le relazioni diplomatiche fra USA e Cina a partire dal suo insediamento a gennaio 2017, si potrà tirare un sospiro di sollievo sapendo di non rischiare di annoiarsi. Le prime frizioni fra i due governi sono cominciate solamente alcuni giorni fa e fanno pregustare già quattro intensi anni di presidenza targata The Donald. Andiamo con ordine: il primo “incidente” avvenuto fra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese (prestare attenzione ai primi due termini) è stata la chiamata avvenuta fra Donald Trump e Tsai Ing-Wen. Eletta il 16 gennaio 2016, è il primo presidente donna della Repubblica di Cina, nota comunemente come Taiwan e indicata tutt’oggi dal governo comunista di Pechino come una provincia separatista. La telefonata è avvenuta il 2 dicembre, giorno in cui il presidente Ing-Wen ha voluto congratularsi con il tycoon per la vittoria conseguita l’8 novembre. Potrebbe sembrare una telefonata di routine, come tante altre avvenute a seguito delle elezioni presidenziali americane e che hanno visto altrettante gaffe del leader repubblicano – fra le quali la più eclatante è probabilmente il “fammi sapere se passi da queste parti” rivolto al Primo ministro britannico Theresa May -.  In realtà, Donald Trump è il primo presidente statunitense, repubblicano o democratico, a parlare con un leader di Taiwan negli ultimi 40 anni. La telefonata, dunque, è caduta come un fulmine a ciel sereno sulle teste del Partito Comunista e del Governo cinese, il quale ha presentato una protesta formale, ricordando tramite il ministro degli Esteri Wang Yi che <<c’è solo un’unica Cina nel mondo e Taiwan è un’inseparabile parte del territorio cinese. Il governo della Repubblica popolare cinese è il solo legittimato a rappresentare la Cina>>. La dichiarazione del membro del Gabinetto riassume, all’atto pratico, la posizione ufficiale della nazione, che sembrava aver recepito il fatto con una minore intensità di quanto le dure parole del ministro non lascino trasparire. La motivazione principale è probabilmente il fatto che in questo momento non sia ancora del tutto chiara la linea del presidente eletto Trump sulla questione cinese. Del resto, il portavoce del ministero degli Esteri Lu Kang ha dichiarato durante la conferenza stampa di lunedì 5 dicembre che <<La Cina ha trasmesso in tutto il mondo il proprio messaggio per quanto riguarda le questioni legate a Taiwan. Gli Stati Uniti, incluso il team del presidente eletto Trump, sono pienamente consapevoli della solenne attitudine cinese sull’argomento>>.

Se si guarda alla Storia, in particolare all’arco temporale che va dalla fine degli anni Settanta fino ai giorni nostri, si comprende perfettamente quanto le parole del portavoce Kang siano fondate. Tutto ebbe inizio nel luglio del 1971: il presidente statunitense Richard Nixon annunciò il suo viaggio in Cina, che all’epoca rappresentava un competitor dell’Unione Sovietica ed una possibile arma per indebolire l’economia di Mosca. Nel novembre dello stesso anno, venne approvata la risoluzione numero 2758 dell’Assemblea Generale Onu che riconobbe la Repubblica Popolare Cinese come l’unico rappresentante della Cina. In seguito all’approvazione di questa risoluzione avvenne l’espulsione di Taiwan dall’ONU, in quanto il suo seggio venne definito “illegale”. Le relazioni diplomatiche fra Repubblica Popolare Cinese e Stati Uniti ripresero ufficialmente nel 1979, sotto il principio guida della One China Policy, noto e rispettato da tutti i successivi capi di Stato e presidenti eletti americani. O meglio, apparentemente quasi tutti. Onde evitare equivoci, è molto azzardato sostenere che Donald Trump ed i membri del suo staff – fra cui due ex generali ed il capo di Gabinetto e presidente del Partito Repubblicano Reince Preibus, che ha conosciuto Tsai Ying-wen prima che venisse eletta presidente a maggio – non sapessero della convenzione che da decenni regola i rapporti fra i due Paesi, convenzione che però non impedisce agli Stati Uniti di avere relazioni commerciali con Taiwan – che coinvolgono anche la compravendita di armi – nonché al Governo di Taipei di mantenere un proprio sistema politico. È quasi evidente che l’intenzione di Donald Trump fosse quella di rompere alcuni schemi: il primo, meramente formale, è la prassi consolidata che prevede la consultazione degli esperti e delle agenzie prima che il presidente eletto intraprenda azioni dal possibile risvolto diplomatico. La consultazione non è obbligatoria, ma è fortemente consigliata al fine di evitare possibili incidenti. La scelta di Donald Trump rappresenta, agli occhi degli osservatori, un voler riaffermare una prerogativa personale nella gestione delle questioni diplomatiche, magari prendendo spunto dalla propria esperienza come imprenditore. Del resto, era chiaro fin da quando si candidò alle primarie repubblicane che il suo stile di leadership sarebbe stato caratterizzato proprio da una volontà di gestione individuale del potere, rappresentando una tendenza muscolare che ha riscosso un “successo” inaspettato all’interno dell’opinione pubblica cinese. Nonostante le dichiarazioni fin da subito forti nei confronti della Cina – le accuse di manipolazione valutaria risalgono a molto prima della vittoria dell’8 novembre -, all’interno del gigante asiatico riscuote successo lo stile aggressivo e politicamente scorretto, oltre alla rivalutazioni di alcune posizioni ritenute universalmente basilari all’interno di una democrazia, dalla tortura al rispetto dell’avversario politico. Trump piace, per quanto sia imprevedibile. Soprattutto, piace più di Hillary Clinton, il cui “Pivot to Asia” attraverso la difesa dei diritti umani è stato visto come un tentativo di approccio ostile nei confronti della potenza cinese, la quale temeva un tentativo di ingerenza nei propri affari interni.

D’altra parte – e questo è il secondo grande “incidente” -, a rendere spigolosa la figura di Donald Trump è la sua intenzione, ribadita anche in occasione delle dichiarazioni su Taiwan il 4 dicembre, di imporre un dazio del 45% sui prodotti provenienti dalla Cina. La prospettiva che si delineerebbe è quella di un’aperta guerra commerciale fra Cina ed USA, una guerra che potrebbe risultare molto più complessa di quanto sembri: la competitività cinese garantita dai bassi salari, ad esempio, avvantaggia anche numerose aziende statunitensi, per cui una misura volta a tagliare questa dipendenza provocherebbe un contraccolpo nella media borghesia americana, come ci ricorda Fabrizio Maronta per Limes. Inoltre, per quanto i danni strategici potranno essere riassorbiti, secondo Raul Caruso per L’Avvenire – il decrescente saldo negativo degli Usa nei confronti di Pechino (367 miliardi di dollari nel 2015 e quasi 260 miliardi nei primi nove mesi del 2016) indicherebbe che un numero di imprese non rilevanti sarà coinvolto nelle misure protezionistiche -, dal punto di vista economico il calo di valore del yuang rischia di mantenere l’appetibilità dei beni cinesi per le famiglie americane, andando a ridurre l’efficacia delle misure adottate da Washington. Secondo Caruso, a rendere tollerabile il tutto sarà l’impiego del nazionalismo economico all’interno dell’opinione pubblica per giustificare un rinnovato impegno strategico di contenimento nei confronti della Cina, la quale ha portato avanti dal 2000 al 2015 una massiccia politica di riarmo – il suo bilancio per la Difesa è il secondo più grande del mondo, dopo gli Stati Uniti -. Inoltre, il pericoloso avvicinamento fra Pechino e Mosca, con Trump intenzionato a costruire un nuovo canale di relazioni fra gli USA e quest’ultima, è fonte di rischio nello scenario strategico del Pacifico. La vicinanza con Taiwan, con la Corea del Sud e con il Giappone – Shinzo Abe è stato il primo leader internazionale ad essere ricevuto nella Trump Tower – risulterà un pilastro della strategia futura di Washington. Lo scenario non consente un ampio spazio di disimpegno e probabilmente sarà questo il piano che le agenzie governative suggeriranno al prossimo presidente degli Stati Uniti. La maggiore incognita, tuttavia, sarà se lui vorrà prestare attenzione.