Martedì 16 aprile, Il Cairo. Il Parlamento egiziano adotta – a grande maggioranza – una serie di emendamenti alla Costituzione. Tra questi, due articoli emergono su tutti per la loro originale contraddittorietà. Il primo, l’articolo 140, prolunga il mandato presidenziale da quattro a sei anni e impedisce di superare i due mandati consecutivi. Il secondo – e qui fate bene attenzione – è un articolo tutto nuovo, il 240, creato su misura per Abdel Fattah al-Sisi, l’attuale Presidente. Tale articolo prevede che:

il mandato del presidente in esercizio (Abdel Fattah al-Sisi) termina sei anni dopo la data della sua elezione alla presidenza nel 2018, e (il sottoscritto) può essere rieletto per un nuovo mandato di sei anni.

Sabato 20 e domenica 21 aprile, ha luogo il referendum previsto per ratificare il progetto di revisione della Costituzione egiziana. Martedì 23 aprile, l’Autorità nazionale delle elezioni annuncia i risultati. L’88,83% dei voti è per il sì. Il tasso di partecipazione si attesta attorno al 44,33%. Un cambiamento che potrà permettere all’attuale Presidente, già al suo secondo mandato, di rimanere al potere fino al 2030. Qualsiasi opposizione è stata eliminata ben presto dai giochi. Il governo egiziano ha bloccato più di 34000 siti al fine di silenziare voci contrarie alla propria.

E in Italia, dell’Egitto, cosa ne sappiamo? Alla mente arrivano subito delle immagini semplici, di luoghi favolosi da “Mille e una notte”. Egitto. Terra dei faraoni, della scrittura geroglifica e delle fertili terre attorno al Nilo. Se poi, sforzandoci, cercheremo di scavare in memorie più recenti, potremo far uscire i nomi di Giulio Regeni, giovane studioso morto in circostanze ancora sconosciute e, infine – in ordine cronologico – quello di Mahmood. E di tutta la sterile polemica sorta attorno alla sua recente vittoria al Festival di Sanremo. Eppure, dopo tutto questo sforzo di meningi, la domanda iniziale rimane identica a se stessa. E ancora aperta. Dell’Egitto, quello reale e attuale, cosa ne sappiamo? A dire il vero, ben poco.

Cosa ne è, oggi, di questa terra che, nel 1928, diede la nascita al partito politico dei ‘Fratelli Musulmani’, una delle più importanti organizzazioni politiche islamiste internazionali? In cui si svilupparono tra le proteste più violente nel 2011, in seguito ai sommovimenti così definiti ‘Primavere arabe’, di cui piazza Tahrir divenne uno dei luoghi emblematici? Cosa ne è oggi di un Paese che vide, per la prima volta nella storia del paese nel 2012, delle elezioni democratiche che sancirono – in maniera più o meno ambigua – la vittoria di Mohamed Morsi, rappresentante dei ‘Fratelli musulmani’?

Primavera araba, piazza Tahrir

Oggi, dopo il colpo di stato del 2013 dell’esercito nazionale, e la presa di potere da parte del maresciallo Abdel Fattah al-Sisi, l’Egitto è silenziosamente piombato in una dittatura più nera delle precedenti. Il numero di sparizioni forzate aumenta. Senza che il governo si dia la pena di motivare alle famiglie il perché di questi arresti. Da luglio 2013 ad agosto 2018 si contano 1530 casi. L’Egitto è uno dei paesi che imprigiona il più gran numero di giornalisti. Classificandosi al 161° posto su 180 paesi per la libertà di stampa, secondo il rapporto annuale di “Reporter senza frontiere”, che evidenzia come alcuni giornalisti:

passino anni in detenzione provvisoria senza alcuna imputazione contro di loro o senza essere mai giudicati. (…) Internet è l’ultimo spazio in cui l’informazione indipendente può circolare, ma dall’estate 2017, più di 500 siti sono stati bloccati. (…) Adottata nell’agosto 2015, la legge anti terrorista impone ai giornalisti di rispettare la versione ufficiale nella copertura di attentati a nome della sicurezza nazionale.

Classifica reporter senza frontiere. Libertà di stampa nel 2019

Oltre a tutto quello che riguarda libertà civili, d’associazione e d’espressione, che potrebbero sempre essere considerate come un ridicolo vezzo europeo e democratico, l’Egitto è anche un paese in cui la popolazione diventa progressivamente più povera. Il 27,8 per cento degli egiziani vive sotto la soglia di povertà, la disoccupazione giovanile arriva al 40 % e le finanze pubbliche sono a corto di risorse.

Avviene così che uno stato prestigioso, un tempo considerato centrale nelle dinamiche medio-orientali, finisca per essere vittima dei più vari finanziamenti esterni. Le fonti di “sussidio economico” sono tra le più varie. Si passa dal Fondo Monetario Internazionale al nuovo filo rosso che collega Il Cairo a Riyad. Un filo che potrebbe diventare, tra le altre cose, un ponte sul mar Rosso a unire le due penisole. L’Arabia Saudita è divenuta un alleato fondamentale dell’Egitto, e ha partecipato al finanziamento per il riarmo del paese, divenuto il terzo importatore d’ami al mondo.

Classifica dei primi dieci paesi importatori d’armi al mondo

Non a caso, infatti, l’Egitto è uno dei principali alleati dell’Arabia Saudita in Yemen, così come è stato evidente il sostegno cieco e indiscusso, da parte di Abdel Fattah al-Sisi, e della stampa egiziana, al suo alleato nel caso Khashoggi. Eppure, perché questi legami dovrebbero interessarci? Non si tratta dei soliti giochi di potere che, a ogni piè sospinto, ovunque si registrano? Per rispondere a questa domanda, occorre mettere in evidenza ancora due elementi. Il primo. A Il Cario, ha sede la più prestigiosa e autorevole università del mondo musulmano sunnita, l’università Al-Azhar, ossia “la luminosa”. Una tra le più antiche università ancora funzionanti del mondo.

Secondo elemento. La religione ufficiale dell’Arabia Saudita è il wahhabismo, una dottrina che sprona al ritorno a pratiche in vigore nella comunità musulmana delle origini. Il fondatore, Mohammed ben Abdelwahhab (1730-1792), attraverso la sua alleanza con Mohammad Ibn Saoud, permise a questa dottrina profondamente conservatrice di diventare la religione ufficiale dell’Arabia Saudita. Un’alleanza che perdura ancora oggi tra i discendenti delle due famiglie. Tale ideologia, particolarmente pericolosa e conservatrice, è anche quella che, più di tutte le altre, ha permesso lo sviluppo di una forte ala estremista. È dall’Arabia Saudita che partono jihadisti e finanziamenti vari a progettati attacchi terroristici. Non dimentichiamo, a titolo di esempio, le origini di Osama bin Laden.

Osama bin Laden

In conclusione, come mettere assieme le due informazioni? Nell’agosto 2016 in Cecenia (Russia), si tenne la conferenza islamica internazionale di Grozny, un incontro tra influenti esponenti dell’Islam sunnita provenienti da oltre 30 diversi paesi. Tale incontro, in presenza, tra l’altro, del rettore d’Al-Azhar, la maggiore autorità dell’islam sunnita al mondo, negò che il wahhabismo facesse parte del sunnismo. Reazioni forti e indignate si scatenarono dal mondo saudita. Reazioni che costrinsero le autorità sunnite a qualche passo indietro. Molto semplicemente, per la forte influenza economica dei sauditi in Egitto, così come in altri paesi a maggior presenza sunnita.

Allora, se un Paese come l’Egitto, prima considerato grande potenza regionale, si indebolisce diventando vittima di potenze esterne. Mentre, all’interno, l’autoproclamatosi presidente prolunga il suo mandato modificando la Costituzione e tessendo legami economici e politici sempre più forti con una certa parte della penisola araba, senza che a nessuno sia permesso di protestare. Lasciando impoverire la maggior parte della popolazione e mettendo sotto scacco la libertà di stampa. Ecco, allora forse dovremmo farci caso pure noi. Se l’autorità egiziana diminuisce, in fatto di autonomia politica e religiosa, e l’influenza saudita aumenta su questi territori, la cosa potrebbe interessare pure noi. In semplici termini di sicurezza nazionale.