E’ di questi giorni la notizia che il governo croato, attualmente guidato dal leader socialdemocratico Zoran Milanovic, ha varato un’originale manovra che prevede la cancellazione dei debiti dei suoi cittadini più indigenti. Stando a quanto riportato dalla Reuters, la manovra è stata concordata tra il governo ed alcune tra le maggiori banche, oltre a compagnie telefoniche ed enti locali come i Comuni delle quattro più grandi città della Croazia insieme ad altre compagnie erogatrici di servizi pubblici.Il programma, il cui costo previsto è di circa 2 miliardi di kuna (quasi 320 milioni di dollari), consisterà nel far assorbire – quindi senza rimborsi da parte del governo – agli enti precedentemente nominati i debiti di coloro i quali soddisferanno tre criteri: avere un debito al massimo pari a 35000 kuna (circa 5000 dollari), risultare a carico della previdenza sociale o avere un’entrata complessiva non superiore a 1250 kuna (138 dollari) per membro a famiglia, non avere altri cespiti o risparmi. Nonostante queste condizioni, pare che i beneficiari di questa azione di governo possano essere 60000 persone, secondo le fonti governative (oltre l’1% della popolazione totale).

La polemica, come era lecito aspettarsi, divampa: mentre il primo ministro Milanovic parla infatti di aver fornito la possibilità di un nuovo inizio a molti concittadini senza il carico dei debiti e si dice orgoglioso di questo, l’opposizione accusa la maggioranza di governo di aver varato una misura demagogica volta alla riconquista dei consensi persi negli ultimi mesi, come d’altronde dimostrato dalla sconfitta subita dai socialdemocratici alle recenti elezioni presidenziali che hanno visto vincere, di misura, la conservatrice Grabar Kitarovic. Oltre a questa sconfitta, i socialdemocratici dovranno inoltre affrontare le elezioni per il rinnovo del parlamento tra la fine del 2015 e i primi mesi del 2016, tutte ragioni per le quali il sospetto che si tratti di una mossa propagandistica è più che lecito. Al netto di queste considerazioni, abbiamo comunque un Paese che si trova in recessione da sei anni di fila, praticamente dall’inizio della crisi, le cui stime di ripresa del PIL per il 2015 sono intorno ad uno scarso 0,5%, che ha oltre il 7% dei suoi cittadini con i conti bancari bloccati per debiti arretrati. Una situazione a dir poco disastrosa che potrebbe senz’altro giustificare una manovra sociale quanto meno originale come questa.

Ma il punto su cui conviene concentrarsi, oltre alla polemica politica e oltre alle pur doverose considerazioni economiche, è un altro: la Croazia ha varato un’onerosa misura sociale in favore dei più indigenti perchè può farlo, e può farlo perchè la Croazia, sebbene sia recentemente entrata a far parte di quel Titanic che è l’Unione Europea, non ha comunque aderito alla moneta unica preferendo mantenere la sua valuta nazionale. Non aderendo alla moneta unica, la Croazia non deve sottostare al ben noto European Stability Mechanism (meglio conosciuto da noi come “Fondo salva-Stati”) il quale è valevole soltanto per i Paesi dell’eurozona ed è costituito allo scopo di salvaguardarne la stabilità finanziaria, ovviamente secondo alcune condizioni che “possono spaziare da un programma di correzioni macroeconomiche al rispetto costante delle condizioni di ammissibilità predefinite” (art.12).

La Croazia peraltro non ha varato il Fiscal Compact ed ha quindi mantenuto una certa sovranità monetaria oltre che uno spazio di manovra più ampio rispetto ad altri Stati membri dell’UE. In definitiva, non sappiamo se questa manovra, per certi versi radicale, del governo socialdemocratico possa essere una soluzione adeguata per rilanciare i consumi e sbloccare i conti bancari di decine di migliaia di persone insolventi, questo lo dirà il tempo, ma la qualità più rimarchevole di questo atto è stata la sua stessa possibilità di porsi in essere, avendo la Croazia mantenuto degli spazi di autonomia in tema di disavanzo nelle casse dello Stato e quindi una conseguente autonomia nella scelta delle politiche sociali più adeguate. Il che dimostra, nel bene o nel male, che sovranità monetaria è anche sovranità politica.