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Nel 2012 Xi Jinping popolarizzò il termine “sogno cinese” in uno dei suoi primi discorsi pubblici indirizzati alla nazione in qualità di segretario generale del Partito Comunista Cinese. Il sogno cinese idealizzato da Xi era, ed è, un sogno di egemonia planetaria basata sul ruolo chiave del rinato dragone e sulla marginalizzazione dell’Occidente.

Nel contesto di tale sogno si inquadrano due ambiziosi progetti annunciati nel post-2012: Made in China 2025 e la One Belt and One Road Initiative, volgarmente nota come la “nuova via della seta”. Nel primo caso si tratta di un piano strategico mirante all’emancipazione dell’industria cinese dalla dipendenza esterna, nel secondo caso si tratta di un’iniziativa volta a creare una gigantesca rete di interconnessione infrastrutturale transcontinentale, da Pechino a Rotterdam, passando per l’Asia centrale, la Russia, il Medio oriente e i Balcani.

La nuova via della seta ha ricevuto un’accoglienza eterogenea: è infatti vista come una grande opportunità di sviluppo per paesi africani ed asiatici senza le risorse necessarie per avviare propri programmi di ammodernamento infrastrutturale, e come una minaccia per l’ordine liberale americano-centrico costruito nel secondo dopoguerra ed espansosi con la vittoria della guerra fredda.

Xi Jinping

Sino ad oggi, però, sia per l’attenzione necessaria da dedicare alla guerra al terrorismo, che ha quasi monopolizzato interamente il discorso politico e strategico negli Stati Uniti, che per una sottovalutazione delle reali capacità cinesi, a Washington nessuna contro-iniziativa era stata intrapresa, almeno fino all’arrivo di Donald Trump.

Trump è l’espressione più palese dell’eccezionalismo americano, fortemente convinto che esista un “manifesto destino” per il paese-guida del mondo libero che giustifichi, anche moralmente, azioni di polizia in ogni angolo del pianeta. Era chiaro fin dagli albori della campagna elettorale che la Cina sarebbe stata al centro delle attenzioni statunitensi, accusata di sfruttare le falle della globalizzazione a detrimento degli interessi americani e di avere pericolose ambizioni egemoniche in Eurasia.

Così Trump ha gettato le basi per lo scontro del secolo, dando avvio ad una guerra fredda che è, sì, commerciale, ma non solo: è corsa agli armamenti in stile Reagan, corsa allo spazio, spionaggio internazionale, guerra dell’informazione, manipolazione psicologica dell’opinione pubblica, provocazioni militari e diplomatiche, ritorno ad una retorica bellicosa e sciovinista, clima isterico da caccia alle streghe e paura gialla in salsa neo-maccartista, e sabotaggio dei cantieri della One Belt and One Road attraverso un (per nulla) casuale apparire di un terrorismo islamista che ha abbandonato la guerra di religione per fare guerra al capitale cinese, dal Pakistan allo Sri Lanka.

Donald Trump

Non si tratta di riequilibrare la bilancia commerciale degli Stati Uniti e di costringere la Cina a tutelare la proprietà intellettuale, evitare il dumping e non praticare politiche monetarie antipatiche (ma comunque legali) come la svalutazione, almeno non si tratta soltanto di questo. Si tratta soprattutto di riequilibrare la bilancia del potere mondiale, il cui ago pende sempre più verso l’Estremo oriente per via della crescita inarrestabile cinese, in favore degli Stati Uniti, ossia di evitare lo scambio di scettro e proteggere l’unipolarismo il più a lungo possibile.

È nel gennaio 2018 che alcune mosse preannunciano una svolta nelle relazioni con la Cina: l’approfondimento del Dialogo di Sicurezza Quadrilaterale e la fondazione dello US International Development Finance Corporation (USIDFC). Alcuni mesi dopo, Washington inizia a imporre dazi su una serie di beni, come pannelli solari, macchine lavatrici, acciaio, alluminio, senza dichiarare un obiettivo specifico, anche se era chiaro che si trattava di un’azione diretta a danneggiare la Cina, la principale esportatrice mondiale dei suscritti.

A questi dazi segue l’inizio vero e proprio di una guerra commerciale anticinese, con l’implementazione di tariffe per 250 miliardi di dollari su beni cinesi, a cui Pechino ha rapidamente risposto con tariffe su beni statunitensi per 110 miliardi di dollari. Tutto questo sullo sfondo di negoziati sotto banco tra le due presidenze, falliti per via delle condizioni richieste da Trump, che la Cina aveva accettato solo in parte.

Lo scontro si è presto spostato su altri fronti: alta tecnologia (ossia Made in China 2025) e nuova via della seta. Nel primo caso, gli Stati Uniti hanno dato luogo ad una campagna internazionale di demonizzazione contro Huawei, una compagnia cinese privata produttrice di telefoni di ultima generazione e prima rivale di Apple e Samsung, accusata di attuare spionaggio nei confronti degli utenti, vicinanza al Partito Comunista e alle forze armate, con l’obiettivo di spingere alleati e partner di Washington a costruire reti 5G senza il coinvolgimento della firma.

Poco alla volta, i satelliti statunitensi hanno risposto all’appello, anche quelli la cui economia è significativamente dipendente dalle relazioni con la Cina, come la Polonia, unendosi alla campagna di boicottaggio e lanciandosi in gesti eclatanti, come l’arresto di Meng Wenzhou, figlia del fondatore di Huawei e direttrice finanziaria della compagnia, da parte delle autorità canadesi.

Meng Wenzhou

Al Forum Economico di San Pietroburgo di quest’anno, la guerra alla Cina è stato uno dei temi più discussi dai partecipanti. Il presidente russo, Vladimir Putin, ha parlato di “guerra tecnologica” lanciata per impedire a paesi in via di sviluppo di diventare autosufficienti ed emancipati dalla dipendenza della conoscenza occidentale, e lanciato un messaggio forte al mondo, annunciando che Huawei si occuperà di creare una rete 5G in Russia.

Un messaggio forte perché obbliga tutti i paesi legati sia a Occidente che Cina a comporre uno schieramento, mostrando come l’orso russo e il dragone cinese siano saturi del doppiogiochismo e bisognosi di sapere chi sarà o meno a combattere al loro fianco nello scontro egemonico del secolo.


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