Lo scorso 22 settembre i media vaticani e cinesi hanno dato ampio risalto al lieto quanto inaspettato annuncio: Antoine Camilleri, il sottosegretario per i rapporti della Santa Sede con gli Stati, e Wang Chao, viceministro degli affari esteri della RPC, hanno raggiunto uno storico accordo, di natura provvisoria, che garantisce al pontefice il diritto alla nomina dei vescovi, come nella maggior parte del mondo. Come prova di buona volontà, lo stesso giorno dell’annuncio, papa Francesco ha rimesso la scomunica a sette vescovi ordinati da Pechino senza mandato pontificio, mentre in Cina è stato dato il beneplacito alla nascita della diocesi di Chengde.

Eppure, a distanza di sei mesi, i rapporti tra i due paesi sono incredibilmente peggiorati, per via di abbattimenti di chiese e rimozione di croci dai tetti delle stesse lasciate intatte, sequestro di Bibbie e altri oggetti sacri, restrizione sulla frequentazione della messa a seconda dell’età, stretta sui controlli dei cittadini catalogati come aderenti a confessioni cristiane, e molto altro. Tutto questo sta avvenendo sullo sfondo dell’ennesimo progetto ambizioso firmato Xi Jinping: sinizzare il cristianesimo.

Se ne discute da quasi un decennio di realizzare un cristianesimo dalle caratteristiche cinesi pienamente aderente ai valori e all’ideologia del Partito Comunista, ma i lavori sono iniziati ufficialmente soltanto ad accordo siglato con la Santa Sede, e non è una coincidenza. Xi ha voluto lanciare un chiaro messaggio, ossia ribadire che è lui a detenere il reale potere decisionale, specialmente su determinate tematiche, come la religione, considerate di primaria importanza. In continuità con la tradizione del silenzio e dell’ora et labora, la diplomazia vaticana non ha reagito pubblicamente alle provocazioni susseguitesi nel post-accordo, ripiegando nel potere morbido e dando ampia enfasi mediatica soltanto ad un evento: i quasi 50mila cittadini cinesi che hanno scelto di essere battezzati come cattolici nel 2018.

Si tratta di una cifra molto lontana dai 100mila battesimi annui registrati nella prima decade del 2000, che sono lentamente diminuiti fino a toccare 40mila, per poi risalire e stabilizzarsi a quota 50mila negli ultimi 4 anni. Anche in questo, l’enfasi posta sul numero dei battesimi è da intendersi come un chiaro messaggio: nonostante la repressione e i tentativi di annichilimento, il cattolicesimo resiste e torna a crescere. Ed è proprio la consapevolezza che il cristianesimo stia crescendo più di quanto cresca naturalmente la popolazione, per via dell’altissimo numero di conversioni, ad inquietare Xi, perché nei prossimi decenni il regime comunista più popoloso che sia mai esistito potrebbe ospitare la comunità cristiana più vasta del mondo.

Da almeno vent’anni il cristianesimo rappresenta la seconda religione più seguita del paese, ma nessuno è esattamente a conoscenza delle reali dimensioni del bacino di seguaci perché la maggior parte di essi vive la fede in totale clandestinità. Si stima che fra il 1949 ed il 2017 i cattolici siano aumentati da 3 milioni a 12 milioni, mentre i protestanti da 1 milione a 60 milioni – questi ultimi aumenterebbero al ritmo di un milione l’anno. Il Pcc non è in grado di realizzare una stima di quanti frequentano le chiese clandestine e sotterranee, che sfuggono ai controlli orwelliani del regime attraverso dirette streaming e ritrovi fai-da-te di volta in volta diversi, e può basarsi esclusivamente sui numeri forniti dalle chiese ufficiali, come l’Associazione dei Cattolici Patriottici Cinesi (Acpc) e il Movimento delle tre autonomie (principale organo di rappresentanza dei protestanti).

China Partner, l’Accademia Cinese delle Scienze Sociali, l’Università normale della Cina orientale e il Pew Forum on Religion & Public Life, concordano su una cosa: i cristiani totali potrebbero essere verosimilmente tra i 50 ed i 130 milioni. Si tratta di una cifra di gran lunga maggiore ai 20 milioni di iscritti nel 2014 al Movimento delle tre autonomie e ai 6 milioni 500mila iscritti nel 2018 all’Acpc.

Secondo i ricercatori Rodney Stark e Xiuhua Wang, fra il 1980 ed il 2015 il cristianesimo sarebbe cresciuto ad un tasso del 7% annuo – una tendenza che non mostrerebbe segni di inversione. Se la crescita dovesse continuare allo stesso ritmo, entro il 2040 circa 579 milioni di cinesi potrebbero essere cristiani. Nello stesso anno, secondo le proiezioni demografiche delle Nazioni Unite, la popolazione totale del paese dovrebbe raggiungere quota 1 miliardo 421 milioni; ciò significa che i cristiani rappresenterebbero più di 1/3 del totale. Le conseguenze di una tale rivoluzione nel panorama religioso sono palesi, prima fra tutte l’impossibilità di mantenere in vita un regime comunista incardinato sull’ateismo di stato e sul controllo della popolazione.

Ma la questione numerica, da sola, non basta a spiegare l’irrequietezza che anima le politiche persecutorie verso i cristiani. Il Pcc ha paura della carica rivoluzionaria e destabilizzante alla base del messaggio evangelico, che nei secoli ha prima riscritto l’identità dell’impero romano, poi spinto gli europei a conquistare ogni continente, e più recentemente aiutato Giovanni Paolo II a risvegliare le coscienze di milioni di polacchi, alimentando la rivoluzione che ha gradualmente fatto collassare l’impero sovietico.

La paura del Pcc non è così irrazionale come può sembrare a prima vista, perché si basa su risultati di indagini appositamente commissionate per decifrare attitudini, pensieri, valori e comportamenti dei cristiani praticanti. Rispetto ai non credenti e ai buddhisti, i seguaci di Gesù si contraddistinguono per i bassissimi livelli di tesseramento al Pcc, per una visione più critica e di ribellione nei confronti dell’ideologia ufficiale di partito, per la scarsa tendenza al consumismo, e generalmente mostrano maggiore interesse nello studio e nell’emulazione di profeti e santi che di eroi e pensatori nazionali.

Inoltre, a Pechino preoccupa che l’attenzione crescente verso il cristianesimo e la figura di Gesù non sia relegata soltanto alle aree rurali e remote del paese, in cui agiscono missionari protestanti e gesuiti, ma che si stia diffondendo anche tra membri del mondo accademico, intellettuale, giuridico, scientifico, medico. Per placare l’ondata di conversioni, negli ultimi anni il regime ha ristretto ulteriormente i criteri di selezione per l’accesso a diverse posizioni, tra le quali le suscritte, obbligando i cristiani pubblicamente censiti ad abiurare pena l’esclusione dal mondo professionale e l’ostracizzazione sociale.

Se aumentano i cristiani aumentano anche gli insofferenti verso lo status quo, ma essendo fallita la strategia del contenimento, gli strateghi al servizio di Xi hanno pensato che l’unica strada percorribile per evitare una rivoluzione sia dar vita ad un nuovo cristianesimo, meno mistico e più razionale, meno misterico e più affine all’ideologia materialista del Pcc. Dal 2017 le principali piattaforme di commercio elettronico presenti nel paese, come Amazon, JD e Taobao, hanno ritirato le “Bibbie originali” dai loro cataloghi, che sono anche gradualmente scomparse dalle librerie. Allo stesso tempo, le chiese ufficiali hanno distribuito ai fedeli nuove edizioni, rieditate secondo i criteri di “sinizzazione” e quindi private di tutti quegli insegnamenti ritenuti contrari all’ideologia del Pcc, come ad esempio la fedeltà al Papa, i miracoli di Gesù, la natura semidivina della Madonna.

Numerosi attivisti cristiani hanno condiviso lo stesso destino dei musulmani uiguri: campi di rieducazione, detenzioni illegali, sparizione. Sono anche aumentati i controlli domiciliari nelle abitazioni di cristiani veri o presunti, invitando a sostituire crocifissi, icone e santini, laddove trovati, con ritratti di Xi Jinping. La consapevolezza che i cristiani clandestini facciano un ampio ricorso al web ha anche spinto Xi a varare una serie di restrizioni all’accesso di siti collegati al Vaticano, come AsiaNews e VaticanNews, trasformando in un reato l’evangelizzazione in rete e obbligando i gruppi cristiani che vogliono mantenere un sito web a ricevere periodicamente un’autorizzazione pubblica in tal senso.

Nonostante la persecuzione e i tentativi di cinesizzazione, i cristiani continuano ad aumentare e trovare conforto e liberazione nelle milioni di Bibbie clandestine che ancora circolano nel paese, e alle quali Pechino sta dando la caccia.

Come durante la guerra fredda, anche oggi il Vaticano è chiamato a giocare un ruolo di primaria importanza nelle relazioni internazionali, dovendo scegliere accuratamente in che direzione muovere i propri passi e quanti farne. L’Unione Sovietica non temeva eccessivamente il Vaticano e non credeva nel potere rivoluzionario della fede, due ragioni che spiegano in parte il successo di Giovanni Paolo II nello stimolare la caduta dell’impero comunista. La Cina, al contrario, ha imparato la lezione di storia e ha sviluppato una paranoia morbosa nei confronti del cristianesimo, del cattolicesimo in particolare, onde evitare di incorrere nello stesso tragico fato.

È noto infatti che l’8 aprile 2005, in occasione dei funerali del papa polacco in piazza San Pietro, l’unica grande assente fu proprio la Cina. Giunsero delegazioni provenienti da oltre 70 paesi e rappresentanti delle principali religioni mondiali per dare l’ultimo saluto ad uno dei registi della fine della guerra fredda, ma il Pcc pensò che partecipare avrebbe potuto scatenare emozioni forti ed imprevedibili tra i cristiani del paese, decidendo quindi di mantenere un profilo quanto più basso possibile. Oggi come allora, nulla è cambiato: il potere della croce e lo spettro di Giovanni Paolo II continuano a spaventare il dragone.