Pensando alle donne del Partito Democratico americano, si immagineranno le famosissime Hillary Clinton e Nancy Pelosi, una ex sfidante di Trump e l’altra speaker della Camera. I più aggiornati sulle amazzoni dem, inseriranno nella lista Alexandria Ocazio Cortez, battagliera borning star dell’ala sinistra del partito. Gli appassionati di storia infine, conosceranno Rilla Moran, fondatrice della National Federation of Democratic Women. In pochi però, almeno di qua dall’Atlantico, sanno chi sia Tulsi Gabbard, rappresentante democratica hawaiana del Congresso. Al più, potrà conoscerla chi abbia visto il Van John’s Show, in onda su CNN, l’11 gennaio 2019. La donna, ospite del programma, ha dichiarato di volersi candidare alle elezioni presidenziali del 2020, incassando l’entusiasmo del presentatore.

La proposta della deputata non è strana, essendo in linea con una carriera politica tutta in ascesa. Singolare invece, è il suo profilo ideologico, che fa di lei un’esponente atipica del Partito dell’Asinello. Welfarista, ambientalista e socialmente inclusiva, si è distinta per un anti-interventismo eterodosso, non tipicamente democrat. Alle vaste operazioni militari di regime-change, sembrerebbe infatti prediligere una spietata e mirata caccia ai terroristi, senza badare all’uso delle maniere brusche. Quelle idee in politica estera, provocarono non poco fastidio all’amministrazione Obama. I vertici neo-dem mal tolleravano l’approccio rigoroso e determinato da ex soldatessa, che la rendeva più simile a Sarah Palin, che al prototipo di donna democratica.

Tulsi Gabbard e Van Jones

Nata il 12 aprile del1981 a Leloaloa (Samoa Americane), dal samoano Mike Gabbard e dalla americana Carol Porter, seguì i genitori ad Honolulu, dove il padre era senatore dello stato delle Hawaii. Nella famiglia multietnica, abbracciò da adolescente l’hinduismo della madre, che ancora le vale l’appoggio della comunità hindu statunitense. Nel 2002 a soli 21 anni, fu eletta alla Hawaii House of Representatives, divenendo la più giovane americana mai nominata in una legislatura statale. Sensibile alle tematiche ambientali, promosse politiche di rinnovamento energetico e si spese a favore delle riduzioni fiscali su impianti eolici, fotovoltaici e su bio-carburanti, prestando orecchio alle istanze green dello stato.

Nel 2004, forse bisognosa di nuove sfide, si arruolò nell’esercito come ufficiale medico, fornendo servizio per 12 mesi in Iraq e successivamente in Kuwait. Nel 2011, due anni dopo il ritorno dal medio-oriente, annunciò la sua candidatura alla Camera Nazionale dei Rappresentanti. Alle primarie democratiche per il mandato, vinte con il 55%, si impose su Mufi Hanneman sindaco di Honolulu. Un anno più tardi, ottenne con percentuali bulgare (80,6%) il seggio della House of Representatives, strappandolo al repubblicano Kawika Crowley.

Consolidato il posto al Congresso, scaldò la rive gauche del partito con posizioni progressiste in campo economico e sociale, incarnando parte della risposta labourista al modello neo-lib clintoniano. Favorevole a universal health care, aborto e controllo sulle armi, sembrava anticipare che i dem sarebbero finalmente stati in grado di dire qualcosa di sinistra. Si spese anche a favore del salario minimo di 15 dollari l’ora e fu promotrice del “Off Fossil Fuels for a Better Future Act”, incontrando il favore di sindacati ed ecologisti.

Nel gennaio 2015 però, le speranze di chi vedeva in Gabbard un’alternativa di left democratica, si incrinarono davanti alle sue critiche al presidente Obama. In piena crisi siriana, con Daesh padrone della Mesopotamia, la donna rilasciò una polemica intervista a Wolf Blitzer (CNN),

L’amministrazione rifiuta di riconoscere il nemico. Finché non lo farà, sarà impossibile tracciare una strategia per sconfiggerli. Dobbiamo riconoscere che si tratta di Islam radicale.

La dichiarazione non suonò diversa da quelle di molti repubblicani. L’attacco alla politica di Obama in Siria, assunse connotati concreti nel novembre del 2015. Gabbard, membro legislatore dell’House Armed Services Committee, introdusse la legge HR 4108, che interrompeva le operazioni di rovesciamento del regime di Bashar al-Assad. Il comunicato stampa che seguì, si concludeva dicendo:

L’obiettivo di sovvertire Assad, interferisce con quello di combattere ISIS. Dobbiamo allearci con chiunque desideri distruggere lo Stato Islamico, che oppone serie minacce alla civiltà.

Di nuovo il 14 marzo 2016, fu una dei tre esponenti democratici ad opporsi alla Risoluzione 121, che condannava il regime damasceno per crimini contro l’umanità. Dichiarò:

Sappiamo tutti che Assad è un un brutale dittatore. Ma non sbagliamoci, questo war bill è un sottile tentavo di sovversione del governo siriano, ammantato di umanitarismo.

Lo strappo definitivo con la leadership, si consumò pubblicamente in occasione del viaggio della politica in Siria. Il tour accompagnato da Bassam Khawam, membro del Partito Nazional Socialista Libanese, si concluse incontrando proprio il dittatore Assad, provocando una fitta levata di scudi a Washington.


Gabbard e Assad

Loren De Jonge Schulman, membro del National Security Service della presidenza Obama, dichiarò

Gabbard è sleale. Sostiene di supportare valori di pace difendendo un dittatore assassino come Assad. La sua ipocrisia è spiazzante.

Nancy Pelosi e Pete Schumer, capogruppo democratico al Congresso, si trincerarono dietro eloquenti No comment.

Agli attacchi unilaterali arrivò con sobria fermezza la risposta di Gabbard, in una intervista rilasciata il 25 gennaio 2017 a Jake Tapper di CNN,

Credo sia importante incontrare chiunque sia utile per raggiungere la pace, se veramente abbiamo a cuore il popolo siriano.

A scoraggiare chi ancora la considerava una dem in purezza, sopraggiunsero le dichiarazioni della Representative all’Hawaii Tribune-Herald nel 2016

Se si tratta di rovesciare un dittatore sono una colomba. Se si tratta di guerra al terrorismo sono un falco.

Fermamente contraria alla change regime war, Gabbard sarebbe infatti favorevole ad una radicale guerra al terrorismo, anche accettando la tortura quale estremo mezzo di interrogatorio ed in caso di rischio nazionale, come dichiarato ad NDTV il 17 dicembre 2014.

I mal di pancia in politica estera, non sono stati però gli unici motivi di contrasto con i democratici più convenzionali. La sinistra ortodossa, conosceva bene le vecchie posizioni della deputata sul fronte dei diritti LGBTQ. È noto infatti che in gioventù, la Gabbard abbia fatto parte dell’associazione Stop Promoting Homosexuality, fondata dal padre. L’uomo a capo della fondazione oscurantista, conosciuta per praticare conversione religiosa dall’omosessualità, ha sempre manifestato strenua opposizione a matrimoni e diritti gay. Nel 1992, in un’intervista per l’Honolulu Magazine, Mike Gabbard definì il concetto stesso di omosessualità malsano e sbagliato, secondo la morale e le sacre scritture. Nel 2002, eletta rappresentante alla camera Hawaiana, Tulsi dichiarò all’Honolulu Star Bullettin:

Lavorare con mio padre a difesa del matrimonio tradizionale, mi ha insegnato quali sacrifici si debbano fare per il bene comune. Una attitudine di pubblico servizio che porterò nella legislatura.

Uscite le notizie sul passato omofobo della donna, tanti si chiesero cosa ci facesse fra le fila dei democrat. Si è dovuto attendere il 2011, anno della candidatura al Congresso, per assistere ad uno switch ideologico, motivato da un lungo post sul sito della sua campagna elettoral: il contrasto fra la nostra società e quella mediorientale, riscontrato in Iraq, mi ha fatto capire che la teocrazia è causa di oppressione. Le mie posizioni sui gay, condividevano la stessa radice religiosa delle dittature orientali. Fu pace fatta con il mondo LGBTQ.

Mike Gabbard

Se le uscite su terrorismo e politica estera hanno mandato in bestia l’élite democratica e parte di quella repubblicana, la alt-right populista ha dimostrato di apprezzarle vivamente. Maggiore era l’irritazione del Partito per Gabbard, più aumentava l’interesse per lei da parte dei media conservatori e dai sovranisti più spinti. Breibart ed il Daily Caller, apprezzavano lo scetticismo della deputata per l’accordo di Obama sul nucleare con l’Iran. Fox news nel 2015 iniziò a dare maggior attenzione alla dem dissidente, cercandola come ospite per le sue critiche alla Casa Bianca. National Review infine, la promosse come

la tosta senatrice democrat, che si era fatta ben volere dai falchi del GOP, sfidando Obama in politica estera.

I forum dell’ultra destra americana, mostrerebbero ancor oggi di gradire il profilo della donna. Pare che incasserebbe un’accoglienza più accomodante, rispetto alle colleghe di partito Elizabeth Warren, definita una “comunista” e Kamala Harris, banalmente etichettata come “negra”. Anche Steve Bannon, ha apprezzato la Gabbard. Fonti a lui vicine, riportano la sua grande ammirazione per la deputata dem. Pare abbia organizzato lui l’incontro del 2017 fra Gabbard ed il presidente Trump.

Ciliegina sulla torta, David Duke, ex gran maestro del Ku Klux Klan e suprematista bianco, avrebbe speso parole di ammirazione per la donna, in un tweet del 2016, auspicando che Trump la scegliesse come segretaria di stato. Il cortocircuito politico, portò alla pronta risposta della donna “Non sapevi che fossi caucasico/polinesiana? Il tuo nazionalismo bianco è il male”.

Per sgombrare sospetti di reazionarismo, si potrebbe però guardare il lancio della candidatura presidenziale per il 2020, del 2 febbraio. I contenuti del discorso fanno trasparire un’agenda progressista (diritti LGBTQ inclusi). Ambientalismo, welfare e de-escalation militare, in linea con le critiche alle guerre anti-regime, manderebbero un messaggio libertario piuttosto classico. Fermo restando il contrasto al terrorismo e il supporto alle truppe americane. Il tono sereno e pacato, può far pensare che Gabbard voglia andare incontro all’elettorato democratico, con l’aria conciliante della progressista, stanca di una comunicazione politica sporca e scomposta.

Una parte della sinistra americana ha mostrato di dare credito alla sua proposta e al mea culpa su diritti civili e matrimoni gay, ribadito in occasione del campaign kick di Honolulu. Tuttavia, una fetta di mondo democratico continua a vedere in Tulsi Gabbard un personaggio divisivo e controverso. Tanti infatti, le preferirebbero Elizabeth Warren o Bernie Sanders, suo mentore e capofila dei socialisti dem. Il suo successo o fallimento elettorale perciò, potrebbero passare dal consenso di quei non pochi, che ancora seguono senza fidarsi del suo “Haloa”. Dovrà convincerli che dentro alla muta da surfista, non si nasconda un rigido maggiore dell’esercito.