Sono 160 i chilometri che dividono in linea d’aria la Sicilia dalla propaggine più ad est della Tunisia. Più o meno la stessa distanza tra Roma e Pescara. Ne occorrono molti di più invece per raggiungere il Camerun, territorio compreso tra il Sahara e l’equatore che affaccia sul golfo di Guinea, ma nell’epoca del digitale le distanze diventano virtuali e non si possono addurre quale pretesto di ignoranza. Pochi ne trattano, eppure in Camerun si sta consumando da almeno due anni una grave crisi umanitaria dovuta alle sistematiche violenze perpetrate a danno della popolazione delle regioni anglofone del nord ovest e del sud ovest, che hanno costretto alla fuga mezzo milione di persone come riportano le ultime informazioni di Centre for Human Rights and Democracy in Africa. Non è mai troppo tardi per l’Occidente tutto cambiare strategia verso il continente nero, riconvertendo il secolare sguardo avido di zio Paperone in quello rispettoso del diritto alla sovranità e al progresso altrui.

Ciò che accomuna il Camerun a gran parte dei Paesi africani sono la variegata morfologia del territorio e la componente etnica e culturale, frutto di passato coloniale, confini convenzionali e spartizioni in sfere d’influenza tra i maggiori Paesi europei, il basso Pil pro capite malgrado la ricchezza di risorse naturali e la democrazia sulla carta esercitata da governi longevi spesso più lealisti nei confronti della potenza occidentale sostenitrice che dei governati. Va da sé che restino endemici abusi di potere, scarsa trasparenza amministrativa, clientelismo etnico e corruzione.

Lo Stato camerunense, nato nel 1960 come Repubblica federale costituita da regioni ad influenza francofona per l’80% e anglofona per il rimanente, è diventato unitario nel ’72 a seguito di un referendum anticostituzionale che ha introdotto un modello accentratore a favore della componente francofona. L’attuale presidente, Paul Biya, spadroneggia in modo arbitrario dal 1982 malgrado il sistema multipartitico, il limite dei mandati aggirato con un emendamento, la denuncia di brogli elettorali, il malcontento popolare e la forte opposizione anglofona che lamenta crescente marginalizzazione sociale e culturale e scarsa rappresentanza parlamentare.   

La crisi attuale ha origine nel novembre 2016 quando, in risposta ad alcune misure volte ad imporre determinante presenze francofone nei collegi giudicanti, un consorzio di avvocati insorge pacificamente in abiti forensi nella città di Bamenda. Alla protesta si affiancano gli insegnanti, per sostenere il bilinguismo quale elemento essenziale dell’istruzione che alcuni provvedimenti di legge vogliono abrogare, e il Social Democratic Front, principale partito di opposizione guidato dal leader Ni John Fru Ndi, che invoca il ritorno all’unione federale quale unico sistema per garantire politiche istituzionali e sociali nell’interesse di entrambe le componenti, secondo il sistema culturale di ciascuna. Biya usa il pugno duro. Il bilancio è di sei morti, ondate di arresti gratuiti e l’oscuramento per tre mesi della rete telematica. Tentativi di bloccare sul nascere la diffusione del movimento di protesta che non producono altro risultato se non di acuire ulteriormente la frattura tra governo e popolazione, permettendo all’ideologia radicale di secessione di guadagnare terreno. 

Paul Biya

Le istanze indipendentiste non si arrestano e culminano tra il settembre e l’ottobre del 2017 in imponenti manifestazioni di massa che sfociano nell’autoproclamazione di Indipendenza della Repubblica dell’Ambazonia (da Ambas Bay, la baia dove approdarono i primi missionari inglesi a metà Ottocento) in cui simbolicamente si riuniscono i territori anglofoni, nella dichiarata ostilità al governo di Yaoundè e nel concreto boicottaggio di scuole e istituzioni. Dalle vacanze in Svizzera Biya risponde ordinando lo stato di emergenza, un massiccio presidio dei punti principali, un nuovo shutdown di Internet per impedire la comunicazione attraverso i social network e operazioni a tappeto di polizia che conducono a centinaia di arresti di leader politici, giornalisti, attivisti e blogger, oltre all’utilizzo di gas lacrimogeni e armi da fuoco per sedare le proteste che provocano numerosi morti e decine di feriti. 

Ridotte al silenzio le parti moderate che hanno fondato le rivendicazioni sulla politica del dialogo, in breve tempo scompaiono gli striscioni e le toghe ed entrano in scena gruppi armati più o meno strutturati come l’Amf (Ambazonia Military Forces) e frange radicali del Sud del Camerun che oppongono alla repressione governativa azioni quotidiane di guerriglia urbana e attacchi terroristici alle istituzioni. Le truppe di Biya inaspriscono la repressione nei confronti anche solo di sospettati di complicità o giovani in età di combattimento, attraverso detenzioni arbitrarie, torture, esecuzioni sommarie, incendio di interi villaggi per costringere gli anglofoni alla fuga e scoraggiarne il ritorno. Allo scopo di autofinanziarsi i separatisti depredano e sequestrano, danneggiano le scuole e infieriscono su insegnanti e studenti che non rispettano il boicottaggio imposto.

A farne le spese è soprattutto la popolazione civile. Si contano circa 2000 vittime e decine di migliaia di ragazzi privati del diritto all’istruzione. Come in ogni guerra le violenze includono violazioni dei diritti, restrizioni alle libertà, la pratica generalizzata dello stupro e altre aberrazioni. Per sfuggire agli orrori non resta che l’esodo. Più di 30mila camerunesi trovano rifugio in Nigeria nello stato di Cross River. Alcuni si avvalgono dell’ospitalità delle comunità locali poste poco oltre il confine, i più vengono accolti nel campo profughi di Adagom allestito da Medici Senza Frontiere nell’agosto 2018. Ma il grosso degli sfollati, oltre 435mila, si disperde nelle città principali o si accampa nelle foreste, priva di ogni mezzo di sussistenza, esposta alle intemperie e alle malattie: malaria, patologie respiratorie e cutanee, irraggiungibile per le unità mobili di MSF, ostacolate nell’attività di assistenza indifferentemente dall’una e dall’altra fazione in lotta.

Ad ottobre 2018, in concomitanza delle elezioni che confermano Paul Biya per il settimo mandato consecutivo, le ostilità si accentuano per via dell’operazione militare condotta dal governo su larga scala allo scopo di indebolire le forze secessioniste. Il rischio è la verosimile escalation del conflitto, a cui al di là di generiche condanne e blande mediazioni della comunità internazionale andrebbe contrapposta un’azione diplomatica efficace che ripristini lo stato di diritto e instauri un dialogo al più alto livello al fine di trovare punti di trattativa fra le parti, arroccate ciascuna sulle proprie posizioni. Ovvero ponendo sul tavolo la questione anglofona che si trascina senza soluzione da decenni, sviluppando politiche a lungo termine volte a promuovere l’integrazione multiculturale e paritetica delle regioni, nonché avviando indagini indipendenti e obiettive sui crimini commessi. Anche per non ritrovarsi poi a livello europeo impreparati di fronte a nuovi consistenti flussi migratori.

Il governo camerunense rassicura in merito l’Occidente prospettando una risoluzione a breve termine. Previsioni smentite dalla situazione di fatto non tanto delle città principali quanto delle aree rurali in cui regna l’anarchia assoluta. Emerge inoltre come Biya negli ultimi tempi stia soffiando sul fuoco, alimentando odio tra i vari gruppi etnici delle due regioni occidentali nel tentativo di smembrare le componenti secessioniste. Caso esemplificativo è l’episodio dei giorni scorsi accaduto nel piccolo villaggio di Naikom, dove i separatisti, per la maggiore cristiani di etnia Bamiléké, hanno ucciso il leader della locale comunità islamica degli Mbororo/Fulani poiché sospettato di collaborazionismo con il governo, e provocato feriti e danni ad abitazioni e bestiame. Ma tensioni di questo tipo si stanno verificando anche nel resto del Paese. Gli anglofoni residenti in regioni francofone denunciano infatti ripetuti episodi di intolleranza dovuta a propaganda strumentale.

Oltre alle incompatibilità etniche, alla base del conflitto ci sono senza dubbio le risorse naturali. Petrolio, gas, legname pregiato e cacao, di cui le regioni anglofone sono estremamente ricche al punto da assicurare al Paese oltre la metà del PIL. Il settore degli idrocarburi è in costante crescita grazie all’entrata in produzione di nuovi giacimenti sia onshore che offshore. Le attività di estrazione sono gestite dalle grandi multinazionali: Perenco, Total, Pecten (Shell), ExxonMobil. Il problema è sempre lo stesso, lo sfruttamento dissennato del territorio che in ogni caso produce ricchezza a cui non corrisponde equa distribuzione fra la popolazione, per cui tanto nella parte anglofona che francofona si rimarcano i danni ambientali, la scarsa sicurezza legata alle attività estrattive e l’inadeguata contropartita, anche in termini occupazionali. 

Gran parte dei giacimenti di gas e petrolio sono concentrati nella penisola di Bakassi, negli anni ’90 al centro di una lunga disputa territoriale con la Nigeria sfociata fra l’altro in alcuni scontri armati prima di essere risolta dalla Corte di Giustizia dell’Aia nel 2002 a vantaggio del Camerun. Tra i due Paesi non sembra scorrere buon sangue. Ma nonostante sia noto che tra le fila dei separatisti figurino mercenari e criminali nigeriani e che armi e rifornimenti provengano da gruppi paramilitari che agiscono sul confine, appare improbabile che il governo di Abuja coltivi mire espansionistiche in tal senso, anche perché Paul Biya rappresenta da tempo un prezioso alleato per Muhammadu Buhari nella lotta condotta col sostegno degli Stati Uniti contro l’organizzazione jihadista di Boko Haram stanziata nel nord del Paese. Senza contare che appoggiare le aspirazioni indipendentiste dell’Ambazonia vorrebbe dire riaccendere quelle non dissimili delle comunità del Biafra. Pertanto la Nigeria potrebbe al contrario offrire una preziosa sponda politica alla Comunità Internazionale al fine di una rapida risoluzione dei contrasti.

Muhammadu Buhari

Analizzando la questione da un più ampio punto di vista geopolitico, il Camerun rappresenta in Africa la storica demarcazione tra la parte centrale francofona e quella occidentale e orientale anglofona. Spesso le guerre nel continente nero sono state occasioni per stravolgere gli equilibri regionali. Un esempio significativo è fornito da quelle che negli anni ’90 hanno interessato la regione dei grandi laghi, visto consumarsi un aspro drammatico contrasto tra gli hutu e tutsi che ha portato al governo l’anglofono Paul Kagame, e la destituzione di Mobutu ad opera dei ribelli banyamulenge capeggiati da Laurent-Désiré Kabila nell’ex Zaire. In quest’ottica c’è chi intravede nell’incendio del 31 maggio della Sonara di Limbe, unica raffineria del Paese pressoché interamente statale (salvo alcune quote della francese Total) e resa inutilizzabile fino a data indefinita, non solo un’azione di sabotaggio del secessionismo ma anche un tentativo destabilizzante esterno. Anche considerando che la Francia resta in assoluto il primo partner commerciale e di servizi in Camerun.

Realtà o supposizione, di fatto resta che la Perenco Oil & Gas è la multinazionale anglo-francese che negli ultimi vent’anni ha spodestato tutti i competitors attestandosi come il più importante operatore di idrocarburi del Paese. E che gli enormi interessi delle varie compagnie occidentali si identificano con la Comunità Internazionale, la quali è difficile che eserciti pressione utile sul presidente Biya, unico garante degli accordi economici oltre che alleato di lunga data nella lotta al fondamentalismo islamico continentale. A meno di sviluppi significativi. In caso di crescente influenza separatista, ulteriore instabilità della regione o decrescente perdita di potere dell’ormai 86enne presidente, l’Occidente potrebbe congiuntamente decidere di scaricare Biya a vantaggio delle istanze della Repubblica dell’Ambazonia, stipulando nuove alleanze e traendone nuovi profitti. Affinché la dipendenza economica del Camerun si rinsaldi e si allontani lo spettro dell’autodeterminazione.