«C’è qualcosa che lei deve sapere: se dovremo scegliere tra l’Europa e il mare aperto, sceglieremo sempre il mare aperto». Le parole di Winston Churchill rivolte a De Gaulle nel giugno del 1944 esprimono bene il senso profondo dell’eccezionalismo inglese, quello ben noto a Shakespeare dell’Antonio e Cleopatra (l’Inghilterra è un mondo a sé) e intorno al quale anche Kipling erigeva muri di protezione: «cosa mai sanno dell’Inghilterra essi che non sanno d’altro?», scriveva infatti l’autore de Il libro della giungla, applicando al suo Paese lo stesso ragionamento che Mourinho avrebbe poi mutuato-rovesciato nel suo chi sa solo di calcio non sa nulla di calcio.

Winston Churchill

Il voto con cui il 23 giugno del 2016 il 51,9% degli inglesi ha scelto di uscire dall’Europa, e soprattutto lo stallo in cui da allora si è praticamente autoconficcato un governo che continua a far capriole su capriole riuscendo solo ad aggiungere ridicolo a ridicolo e che insiste fino allo sfinimento nel fare e disfare in uno snervante su e giù con Bruxelles, sta mettendo sonoramente a nudo la fragilità di un intero sistema economico-politico che si ritrova assolutamente impreparato ancora una volta ad affrontare tutto ciò che non aveva pianificato. Per quanto demonizzata e relativizzata dal pensiero main stream, per quanto definita dai benpensanti come irrazionale e quindi da considerarsi razionalmente inaccettabile, la situazione che da due anni abbiamo sotto gli occhi (reale e inverosimile al contempo) mi pare offra, con una perfezione assai vicina al famoso sei sigma, la fotografia più nitida della crisi non solo della nostra tanto invocata comunità europea dove ogni nazione pensa a stessa e se ne frega del resto, ma prima ancora della nostra cara Modernità: l’esito più inaspettato e clamoroso (insieme all’elezione di Trump negli Stati Uniti) del fallimento di quell’universalismo liberal-democratico-progressista proclamato trionfatore con troppo anticipo da miopi ideologi come Fukuyama.

Un fallimento dovuto non già a chissà quali ragioni esogene come da tante parti ci si ostina a pensare (di qui la richiesta ossessiva e illogica di un secondo referendum, con relativi sondaggi à la carte da parte dei soliti opinionisti discount) ma piuttosto ai limiti interni che questa stessa visione liberal-progressista conteneva, al suo non aver saputo più diffondere e garantire, dopo gli anni Settanta, un benessere che ha assunto in modo ormai evidente i connotati della disperazione. In particolare, fatale si è rivelato il progressivo asservimento delle classi politiche, con la benedizione dell’Unione europea, a un liberismo riuscito a raggiungere finalmente i suoi obiettivi: riduzione del costo del lavoro, indebolimento dei diritti dei lavoratori e del welfare, affermazione delle concentrazioni monopolistiche, in barba a ogni idea di pluralismo e a danno di ogni realtà minoritaria combattuta a colpi dello sciagurato assunto too big to fail.

Che di questa Europa l’Inghilterra sia sempre stata l’anello più “a parte” – mezza dentro e mezza fuori, a metà strada tra Vecchio e Nuovo continente – non è una novità: già due volte, nel 1963 e 1967, la Francia ne aveva bloccato l’ingresso nel mercato comune dei sei con due veti, allentatisi obtorto collo solo nel 1973; e anche quando vi era entrata (a modo suo), era rimasta orgogliosamente aggrappata alla sterlina. L’ingarbugliatissima vicenda della Brexit sta ora facendo rifulgere l’eccezionalismo interpretato da questo Paese nella storia occidentale. Un’eccezionalità scaturita da una compresenza di avanguardismo e conservatorismo, di conformismo e anticonformismo così straordinaria da cucirle addosso il ruolo o forse meglio la funzione di realtà anticipatrice, di pesce pilota di quel maledetto pasticcio (così Ezra Pound) chiamato Modernità, e allo stesso tempo di portavoce di anti-modernità, che della modernità fa parte allo stesso modo in cui ogni speranza reca in sé una disperazione.

Un macchinario senz’anima: un paese in cui il dominio borghese si è innestato su quello feudale senza soluzione di continuità, scriveva Heine nel 1822 in Englische Fragmente; osservazione acuta, ma che guardava solo in negativo a questo popolo escluso di fatto dal canone ellenico-germanico incardinato sul sistema hegeliano e consegnato a tal punto alla tecnica da meritarsi l’esclusione da qualsiasi possibile dignità spirituale e dunque morale e dunque filosoficamente degna.

Alla Modernità europea, l’Inghilterra ha sempre fatto da battistrada. La sua brava cacciata degli ebrei l’aveva fatta già a fine XIII secolo, sotto Edoardo I, salvo poi riammetterli con Oliver Cromwell nel XVII, permettendo loro di armonizzarsi al meglio negli ingranaggi del paleocapitalismo. Un Paese già passato con relativa scioltezza dal paganesimo celtico al cristianesimo e che con lo scisma per caso Enrico VIII dal cattolicesimo aveva compiuto la prima Brexit della storia; un Paese in cui, come ebbe a notare Chesterton, le masse hanno sempre amato la Chiesa senza aver stabilito mai di preciso cosa fosse, viva nei sentimenti ma vaga intellettualmente parlando; un Paese in cui a coniare il fortunato termine “industrialismo” era stato quello stesso Carlyle che della modernità si può considerare il primo vero, caustico, fustigatore; un Paese tanto decisivo per le sorti del modernismo artistico (dal vorticismo degli anni Dieci fino alla “pop art” degli anni Cinquanta) quanto spesso tenuto a distanza per via di un atavico pregiudizio europeo nei confronti di tutto ciò che sa di anglosassone.

Un Paese sempre con le antenne ben in funzione e allo stesso tempo talmente conservatore (per non dire classista) da attutire ogni fuga in avanti. Così come quando annunciò, con le file di correntisti davanti alle sedi della banca Northern Rock, la crisi del 2007. Quella stessa crisi che più ancora di quella del 1929 ha spogliato la modernità di tutte le illusioni da essa propagandate, lasciandola nuda di fronte a un elettorato che ora viene accusato di irrazionalità se non di aperta ignoranza da parte degli stessi maitre à penser che proprio non ce la fanno ad addebitare al liberalismo il mancato riconoscimento della cultura come bene pubblico, condizione necessaria come sapeva già Aristotele di ogni democrazia degna di questo nome (tutta la responsabilità è di Berlusconi, il refrain in voga, ripetuto dai razionalisti senza ragione di sinistra), e che continuano presuntuosamente a ignorare o dimenticare la lezione machiavelliana: il reale è sempre più complesso del pensiero.

Ritratto di Oliver Cromwell eseguito da Robert Walker nel 1649

Ecco così la paralisi in cui sembra sprofondato questo popolo dall’umorismo così privo, secondo Chesterton, di spirito, assumere una doppia dimensione paradigmatica. La prima è quella del profondo disagio vissuto da un capitalismo troppo sicuro di sé che non ha mai voluto fare davvero i conti con se stesso (col “perturbante” freudiano, cioè) e che l’apparato mediatico-intellettuale dominante, quello “riformista-progressista” si è sempre ben guardato dal denunciare, impegnato com’era prima a scoprire in Blair il nuovo profeta di una nuova socialdemocrazia, poi a convincersi che la vera “mente” del governo era quel Brown precipitato a sua volta nel giro di pochi mesi; ancora nulla, in confronto al “ciclista” Cameron superprofessionista del seppuku versione referendum, o di questa signora May che si è vista bocciare dal parlamento ogni proposta, compresa quella – colmo del paradosso o piuttosto della perfidia? – che ne voleva l’uscita di scena.

La seconda è quella identitaria che Churchill ricordava a De Gaulle: l’irresistibile richiamo delle onde, la scelta inglese del mare aperto, verso mete ancora a noi (e probabilmente anche a loro) sconosciute, le stesse cui sta ancora navigando questa benedetta Modernità che solo i poveri di spirito e di cultura possono associare a grandi opere come il TAV.

Theresa May

Come in una di quelle vecchie comiche in cui il clown non riusciva mai a raccattare il proprio cappello, abbiamo ora appreso che la scadenza “categorica” del 29 marzo è già saltata, dopo la richiesta di proroga della May e l’avallo da parte della commissione europea, con la nuova scadenza limite del 22 maggio condizionata al voto positivo di Westminster sull’accordo di divorzio entro la prossima settimana (in caso di bocciatura, Londra dovrà indicare come intende, comportarsi col voto delle Europee entro il 12 aprile, data limite secondo la legge britannica).

Tutto dunque ancora in mare aperto, a conferma prima ancora che della surrealtà della situazione, della confermata incapacità politica di risolvere un problema che i tanti scenari apocalittici lanciati da ogni dove alla vigilia del voto del 2016 non bastarono a scongiurare.  Lo scenario apocalittico semmai sta altrove, sta in questa Europa qui, così burocratica, così a corto di strumenti culturali, così persa in un liberalismo scambiato per liberismo da non apparire in grado di proporre e imporre alcuna idea critica di “modernità” a un’economia che in nome del monoteismo di mercato viaggia su ritmi sempre più globali.