Francia, Russia, Cina, persino Vaticano: la corsa all’Africa assume sempre più le tinte di una nuova spartizione del continente. La differenza, rispetto ai tormentati trascorsi coloniali, appare tuttavia sostanziale: tale dinamica non si basa più infatti sull’occupazione coatta del territorio da parte di una potenza straniera, con relativo sfruttamento delle risorse e della manodopera, ma su accordi commerciali win-win, in cui tutti i contraenti abbiano dunque da guadagnare.

L’esempio più lampante è certo quello cinese: stando al China Global Investment Tracker, Pechino tra il 2005 e il 2018 avrebbe investito nel continente africano circa 300 miliardi di dollari, concentrati perlopiù in settori strategici quali infrastrutture, porti, oleodotti e titoli di Stato (la così detta Debt Trap Diplomacy). Le sanzioni successive alla guerra nel Donbass hanno indotto poi anche Mosca a volgersi all’Africa con interesse crescente: oggi la Russia intrattiene relazioni (specie militari) molto ravvicinate con Sud Africa, Repubblica Centrafricana, Sudan, Madagascar e Libia, nel cui conflitto civile si trova ad appoggiare la fazione di Haftar, sostenuta anche dalla Francia, in opposizione all’Italia. L’obiettivo russo è quello di rafforzare tale cooperazione ed estenderla, dove possibile, tanto che è stato fissato per la fine dell’ottobre prossimo il primo summit Russia-Africa a Sochi, città che sorge sulle sponde del mar Nero e in cui sono attesi per l’occasione una cinquantina di capi di Stato africani.

Emmerson Mnangagwa, presidente dello Zimbabwe, e Xi Jinping

La Francia poi, tra tutti gli Stati europei è quello che conserva la posizione più solida sul continente africano, esercitando un’influenza economica decisiva nell’area sub-sahariana grazie al CFA, il franco africano, moneta diffusa in quattordici Stati ex colonie (più Guinea Equatoriale e Guinea Bissau) e legata un tempo al franco francese, oggi all’euro. Persino il Vaticano nutre un interesse geopolitico crescente riguardo all’Africa, come ha dimostrato il recente viaggio del pontefice in Marocco. Un interesse dovuto da una parte allo straordinario sviluppo demografico del continente e dall’altra alla crescita altrettanto rilevante della componente cattolica al suo interno. Un dato, questo, che sta portando la Chiesa a scelte epocali, quali la riforma elettorale voluta da papa Francesco, che ha definitivamente garantito alla Santa Sede un futuro globale, spostandone gli equilibri di potere molto lontano dall’Europa, più vicino ad Asia e Africa, appunto.

E l’Italia? Aldilà del tradizionale utilizzo dell’Eni come testa di ponte per esercitare influenza in aree strategiche (leggasi Libia ed Egitto), una certa rilevanza assume il recente viaggio del viceministro degli Affari esteri, Emanuela del Re, e del ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, nel piccolo Stato di Gibuti, sul Corno d’Africa, snodo commerciale fondamentale per i collegamenti tra Asia ed Europa. Tale viaggio, ispirato da preminenti fini militari (contrasto della pirateria somala attorno allo stretto di Bab el Mandeb, visita alla base militare italiana “Amedeo Guillet”) può inserirsi nell’ottica di un rinnovato interesse di Roma per l’area delle sue ex colonie dell’Africa orientale. Interesse suffragato dalla recente apertura di uno stabilimento produttivo di Calzedonia a Macallèix (Etiopia) e dalla possibilità che investimenti italiani sostengano il progetto di ferrovia che dovrebbe collegare l’Etiopia alle coste dell’Eritrea.

Ora, per poter dare una collocazione corretta all’impegno italiano nell’area, è necessario effettuare una valutazione su due differenti aspetti legati alla realtà geopolitica italiana: il primo strutturale, il secondo contingente.

Primo: l’Italia si trova compresa nel bacino mediterraneo, chiusa agli oceani da due stretti: Gibilterra e Suez. Il primo è controllato dall’Inghilterra, il secondo dall’Egitto. L’Italia è dunque (per usare un’espressione di Mussolini) uno Stato “semi-indipendente”, i cui orientamenti di politica estera debbono essere necessariamente votati a un’alleanza con Londra e Il Cairo, per garantirsi quello sbocco all’oceano necessario sia da un punto di vista commerciale che militare (la gestione del caso Regeni risulta emblematica, a proposito).

I genitori di Giulio Regeni ricevuti dal presidente della Camera Roberto Fico

Secondo: l’Italia convive dalla fine del secondo conflitto mondiale con quella che Carlo Pelanda ha definito come “cultura della nazione sconfitta”. Il tracollo nella Seconda Guerra Mondiale ha prodotto nella classe dirigente italiana la tendenza a un progressivo ripiegamento sulla politica interna, mentre in quella estera ci si è da tempo adattati alla gestione dei problemi contingenti, senza un chiaro disegno a lungo termine né la capacità (la volontà) di proporre una visione della politica internazionale attiva, personale, indipendente (che non vuol dire isolata), subendo invece costantemente l’iniziativa dei vicini europei e dell’alleato americano. L’esempio della Libia è emblematico e sin troppo facile da portare, a questo proposito. Ora, i due problemi sono legati e dalla soluzione del secondo potrebbe venire anche quella del primo.

L’Italia è ad oggi l’ottava economia al mondo per Pil nominale, la quinta manifattura sempre a livello globale (la seconda in Europa) ed è membro stabile del G7. Oltre a questo, la sua cultura è la più influente al mondo e la sua storia parte da Roma antica, attraversa il Rinascimento e giunge sino ai giorni nostri, con la Chiesa cattolica, erede dell’universalismo romano, monarchia assoluta con oltre un miliardo e trecento milioni di sudditi (di fedeli) che volgono il proprio sguardo all’Urbe, assieme capitale d’Italia e del Vaticano. Non è un caso, a questo proposito, che proprio l’italiano abbia nel tempo soppiantando il latino come lingua ufficiale della Chiesa.

Gheddafi e Silvio Berlusconi

Il peso internazionale del Paese è dunque superiore alla percezione diffusa che (almeno al suo interno) se ne riceve. La prova più evidente di questo si ottiene per sottrazione: l’assenza di una Italia forte nel Mediterraneo ha permesso la completa destabilizzazione del Nord Africa e contribuito alla crisi migratoria esplosa a seguito della controversa destituzione di Gheddafi, nel 2011. Problemi, questi, che coinvolgono centinaia di milioni di persone in due continenti diversi. Nel momento in cui la classe dirigente italiana e la sua opinione pubblica riusciranno, assieme, a liberarsi dal senso di inferiorità che da tempo le costringe, sarà allora finalmente possibile esercitare un ruolo attivo e incisivo sullo scenario globale.

Passo decisivo in questo senso sarebbe il garantirsi altre vie d’accesso all’oceano, in maniera tale da non restare imprigionati nel Mediterraneo e poter finalmente smettere i panni angusti della “media potenza regionale”. La via da seguire per raggiungere una simile finalità non è certo quella, anacronistica e storicamente suicida, della politica di potenza, bensì quella dell’accordo, del commercio, della pacificazione.

Una delle littorine Fiat inviate in Eritrea nel 1936

Il progetto di una ferrovia che colleghi Etiopia ed Eritrea offre dunque all’Italia una doppia opportunità: quella di tornare a mettere piede in maniera importante in un’area tanto rilevante da un punto di vista geopolitico e assieme quella di diffondere benessere economico nelle aree coinvolte e, di conseguenza, stabilità. Non bisognerebbe però fermarsi a Eritrea ed Etiopia: un paese dotato di un respiro globale deve saper pensare in grande. L’Italia e l’Africa hanno bisogno di una Belt Road Initiative tricolore, che congiunga il Brennero all’Oceano Indiano, Bolzano a Gibuti e ancora più giù, Mogadiscio. Una strada e una ferrovia che garantiscano la progressiva penetrazione italiana in un continente oggi disastrato, ma dalle enormi potenzialità, che tagli la Libia, il Sudan e l’Etiopia e congiunga infine l’Italia con il mondo.

Certo, un simile progetto va meditato e si deve porre come obiettivo non il breve e nemmeno il medio termine. Eppure va pensato, per quante spese esso possa comportare, per quanto lungo possa essere il tempo necessario a realizzarlo, per quanto alto il rischio che non veda mai la luce. Questa deve essere la direttrice di marcia dell’Italia, la sua politica africana per il XXI secolo.

A noi oggi può apparire lontana, difficile, quasi inconcepibile una simile prospettiva, se è vero come è vero che l’alta velocità si ferma a Napoli, tagliando fuori quasi completamente il meridione, che il ponte sullo stretto resta utopia e la realizzazione di un progetto vecchio di vent’anni (la TAV) incontra difficoltà abnormi, come quelle raccontate dalle cronache più recenti. Ma tutto questo fa parte di ciò che si diceva prima: della cultura del Paese sconfitto, del senso di inferiorità che costringe ancora una porzione ampissima della popolazione – e che non risparmia, si è visto, i suoi rappresentanti – e impedisce così di accettare le sfide poste al Paese dalla contemporaneità.