La diatriba in corso tra Stati Uniti e Corea del Nord non sembra volersi risolvere. Con la presidenza Trump i riflettori sono tornati su Pyongyang, in particolare dopo l’attacco missilistico alla base siriana di Al Shayrat del 6 Aprile, l’inequivocabile segnale dell’inglobamento del nuovo presidente nel deep-state americano. Da aggiungere a questo c’è sicuramente il recente bluff del Pentagono: il 9 Aprile Trump diffuse la notizia che la flotta di portaerei americana, capeggiata dalla Carl Vinson, invece di dirigersi in Australia come previsto aveva invertito rotta per appostarsi vicino alla Corea del Nord, dato che, aveva affermato il portavoce del Pentagono, “la principale minaccia nella regione continua a essere la Corea del Nord, a causa della suo irresponsabile e destabilizzante programma nucleare”. Invece la flotta stava navigando verso l’Australia come previsto e dovrebbe svolgere la sua missione nel Mar del Giappone (ciclo di manovre congiunte con la marina giapponese) tra fine Aprile e inizio Maggio. La Casa Bianca si è giustificata affermando di aver riportato ciò che aveva comunicato il Pentagono, che a sua volta ha scaricato il barile su Trump che avrebbe interpretato male le proprie comunicazioni, facendo fare una figuraccia al nuovo presidente e lanciandogli un avvertimento, neanche troppo velato, su chi detiene veramente il potere.

Dall’altra parte la Corea del Nord si sente più legittimata a perseguire la strategia della deterrenza nucleare e a continuare le esercitazioni, dato che le minacce degli Stati Uniti rappresenterebbero la prova che perseguire questa strategia si è rivelata una scelta corretta, senza la quale probabilmente la situazione sarebbe già degenerata in un conflitto. Tramite il Ministro delle Forze Armate Pak Yong-sik, Pyongyang ha fatto sapere che le loro armi nucleari “sono in grado di colpire le basi militari statunitensi sia in Asia che nel loro territorio e sono completamente preparate per essere lanciate.” Inoltre recentemente nel periodico ufficiale del Partito del Lavoro di Corea si leggeva chiaramente che “qualora lanciassimo un poderoso attacco preventivo, esso non solo cancellerà immediatamente e completamente le forze d’invasione degli imperialisti USA in Corea del Sud e nelle zone circostanti, ma ridurrà altresì in cenere il territorio continentale statunitense”. Intanto la propaganda di Kim Jong-Un continua, rassicurando il popolo su un’eventuale guerra, che sarebbe vinta appena gli Stati Uniti lanciassero il primo attacco.

La festa dell'esercito nordcoreano dello scorso 25 aprile

La festa dell’esercito nordcoreano dello scorso 25 aprile

Per comprendere la strategia nordcoreana riportiamo le parole di Alejandro Cao de Benós, l’unico rappresentante della Corea del Nord in Occidente, rilasciate in un’intervista a Russia Today:  “Talvolta nell’agenzia di stampa ufficiale si parla di «attacco preventivo», ma in Corea significa che se gli Stati Uniti lanciano un missile, noi risponderemo con cento missili. Questo è ciò che la Corea intende per attacco preventivo; non è lo stesso che intendono gli USA, che sarebbe un attacco unilaterale senza aver ricevuto un previo attacco. La Corea non attaccherà mai per prima nessuna nazione del mondo. Ma qualora venissimo attaccati, anche se fosse con un solo missile, risponderemmo con tutto il nostro arsenale.” E sugli Stati Uniti afferma: “se la portata militare della Corea del Nord fosse tanto minuscola come dicono, gli Stati Uniti l’avrebbero occupata. Non stanno sparando dei Tomahawk in Siria anche se la Russia si oppone? Non hanno lanciato «la madre di tutte le bombe» in Afghanistan? Non si fanno remore! Se vedono che il nemico è minuto, loro attaccano. Ma sono sicuro che non attaccheranno apertamente, ad esempio, la Federazione russa. […] La mia opinione personale, dopo 25 anni che lavoro per la repubblica e ho visto le diverse amministrazioni americane e le loro reazioni, è che questa è un’escalation di tensione al servizio della politica interna di Trump e una volta fatto il colpo di scena in stile Hollywood non gli resta che ripiegare e continuare lo status quo.”

Intanto in mezzo ai due rimane salda la Repubblica Popolare Cinese, che tramite il suo Presidente Xi Jinping ha affermato che il suo paese “si oppone fermamente a ogni atto che violi le risoluzioni delle Nazioni Unite” auspicando “che tutte le parti coinvolte esercitino moderazione e si trattengano da azioni che possano aggravare la tensione nella penisola”. Mentre gli USA inviano il sottomarino nucleare USS Michigan in Corea del Sud “per una normale visita di routine” e la Corea del Nord prepara l’ennesimo test nucleare, il Ministro degli esteri cinese Wang Yi in una conferenza stampa a Berlino assieme all’omonimo tedesco Sigmar Gabriel, ha dichiarato che “il pericolo di scoppio di un nuovo conflitto è grande: non possiamo rischiare neanche l’1% delle possibilità di una guerra che avrebbe conseguenze inimmaginabili”. Pechino è sia lo storico alleato di Pyongyang sia il primo partner commerciale degli Stati Uniti, e spinge per una risoluzione pacifica della diatriba aiutato timidamente da Mosca, che tramite il direttore del dipartimento in materia di non proliferazione Mikhail Ulyanov ha sia condannato le dimostrazioni di forza della Corea, sia invitato tutte le parti a tornare ai negoziati evitando azioni militari, sottolineando che evidentemente nessuna delle due parti è minimamente pronta ad intraprendere un processo di normalizzazione dei rapporti. Che il braccio di ferro tra Trump e Kim Jong-Un degeneri in un conflitto militare è alquanto improbabile, sia perché ciò significherebbe l’intervento militare anche della Cina, sia perché sanno che la Corea del Nord non bluffa quando afferma che al primo missile sul proprio territorio scaricherà l’arsenale sulle basi USA in Asia e nel Pacifico, scatenando qualcosa che nessuno ha mai visto.