La decisione del Premier britannico, Boris Johnson, di sospendere i lavori del Parlamento e il suo conseguente avallo da parte della Regina segnano un momento decisivo per le democrazie, in Occidente. Un momento caratterizzato, contemporaneamente, dalla crisi governativa in Italia, anche quella emblematica di una situazione di logoramento profondo dell’istituto democratico e, di conseguenza, di una sua ormai imminente evoluzione. Procediamo con ordine.

La mossa di Johnson ha colto di sorpresa opinione pubblica e opposizioni, ma formalmente è ineccepibile e dunque è stata approvata da Elisabetta II, sempre molto ligia ai limiti “costituzionali” (come noto il Regno Unito non ha una costituzione scritta) della monarchia inglese. Politicamente lo è ancora di più: se il governo di Teresa May era saltato per via dell’impossibilità di trovare un accordo sull’uscita del Regno Unito dall’UE, quello di Johnson si era insediato il mese scorso con la prospettiva – poi divenuta promessa – di una “Hard Brexit”, ovverosia una uscita senza accordo. Cosa che sarebbe stata impossibile, appunto, con un Parlamento vigile e operante.

La scelta più antidemocratica possibile (prima di lui, nel XVII secolo, Carlo I aveva chiuso la House of Commons provocando la Civil War e venendo poi decapitato; stessa cosa – ma senza decapitazione né guerra civile – per il “tiranno” Oliver Cromwell) viene paradossalmente a difesa della democrazia stessa, ossia della scelta popolare, ratificata da referendum ufficiale (2016) riguardo all’uscita di Londra dall’Unione Europea: scelta che appunto il Parlamento stava ostinatamente osteggiando. Un cortocircuito politico che ha radici profonde e indizi sparsi per tutto il resto del Vecchio Continente.

In Italia, infatti, nonostante le ultime elezioni (amministrative ed europee) abbiano evidenziato come il consenso politico all’interno del Paese si sia spostato con decisione verso le destre (in particolare a favore della Lega), a scapito sia del Partico Democratico che del Movimento 5 Stelle, la recente crisi di governo sta conducendo in queste ore ad un accordo tra queste due forze, scongiurando nuove elezioni e privando dunque il popolo della possibilità di esprimersi. Ancora una volta, tale scelta appare formalmente coerente, dato che l’ordinamento italiano tende a favorire la formazione di nuovi governi, all’interno della legislatura, in caso di possibile accordo sulla maggioranza, senza dover passare necessariamente per il voto. Eppure l’insoddisfazione popolare riguardo ad un accordo che viene visto come distante e “politichese” risulta diffusa.

Per citare un altro esempio, prima di passare alle conclusioni: il referendum sull’indipendenza della Catalogna del 2017 (affluenza: 43,03%, favorevoli: 90,13%) è stato ritenuto illegittimo dal Parlamento spagnolo, che ha di conseguenza sciolto la Camera della regione autonoma catalana e spiccato un mandato di arresto per il suo presidente, Carles Puigdemont. Decisioni – ancora una volta – costituzionalmente legittime e avvallate, tra gli altri, dall’Unione Europea.

Sembra dunque evidente come oggi si stia manifestando una spaccatura profonda tra la concezione di democrazia generalmente diffusa tra le masse ed esemplificata dalla prima parte dell’articolo 1 della Costituzione italiana (“La sovranità appartiene al Popolo”) ed il suo concreto esercizio, chiarito in effetti nella seconda parte dello stesso (“…che lo esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”).

Ora, se gli equilibri di potere, all’interno delle democrazie rappresentative, sono sempre stati questi, è vero anche che i cambiamenti comportati dalla straordinaria diffusione dei nuovi sistemi di comunicazione (leggi social media) abbiano indotto delle modifiche strutturali irreversibili sulla società occidentale (e non solo occidentale, visto quello che sta accadendo ad Hong Kong o a quanto successo nel Nord Africa durante la così detta “Primavera araba”), annullando la distanza tra governanti e governati, semplificando spesso in maniera grottesca la complessità della politica e dell’economia ed eliminando quasi ogni filtro apparente fra chi esercita il potere e la società civile.

Lo stesso consenso che sta investendo in maniera sempre più massiccia figure “anticonvenzionali” come appunto Boris Johnson o che si siano dimostrate apertamente critiche – quando non irridenti – nei confronti delle istituzioni, quali Donald Trump e Matteo Salvini.

Se dunque l’evoluzione  politica di queste dinamiche appare difficile da prevedere, i sintomi emergono invece come sempre più manifesti. In passato simili momenti di crisi sono sfociati spesso in svolte autoritarie, ma la “delegittimazione” della violenza avvenuta – almeno in Europa – dopo la Seconda Guerra Mondiale e testimoniata dal carattere non violento dell’unica “rivoluzione” avvenuta da allora sul Continente, quella del ’68, portano a ritenere come impossibile una simile eventualità.

Certo è che ci si trovi oggi ad un punto di svolta e che – come accaduto poi effettivamente anche a seguito dei moti del ’68 – qualche concessione nel senso di una ulteriore democratizzazione-semplificazione del potere sia, se non imminente, quantomeno inevitabile. Altrettanto inevitabile è, tuttavia, che questa democratizzazione si manifesti soltanto da un punto di vista formale, apparente, sufficiente cioè a colmare da un punto di vista comunicativo la spaccatura – ormai nettamente impopolare – tra l’idea di sovranità popolare ed il suo concreto esercizio.