Morales costretto a rinunciare alla presidenza

Spari ad altezza d’uomo da parte dell’esercito sui manifestanti pacifici, uccisioni e rapimenti, roghi e incendi di abitazioni di ministri e politici vicini al MAS (Movimiento Al Socialismo), arresti e minacce di morte nei confronti di centinaia di medici cubani accorsi per prestare assistenza gratuita ai boliviani. È questo lo scenario da incubo che sta investendo la Bolivia dal 10 novembre, giorno in cui alle 16.51 ore locali, il democraticamente eletto Evo Morales è stato costretto a dare le sue dimissioni attraverso un discorso videoregistrato a venti giorni dal referendum che lo ha visto trionfare confermandolo al suo quarto mandato consecutivo

Costretto, dicevamo, dal momento che a invitarlo caldamente a rassegnare le dimissioni “per il bene del paese” è stato il comandante in capo delle forze armate boliviane Williams Carlos Kalima Romero. Evo Morales, sperando di porre fine ai disordini provocati dai partiti d’opposizione con il pretesto di brogli elettorali e di evitare fiumi di sangue innocente, ha rinunciato alla presidenza del paese. Eppure, la mattina stessa del 10 novembre Morales aveva espresso l’intenzione di indire nuove elezioni, andando ad annullare di fatto quelle che lo hanno visto affermarsi con un vantaggio superiore al 10% sull’avversario Carlos Mesa. Dopo l’annuncio delle dimissioni, Evo Morales ha passato la notte in una località segreta della comunità indios di Cochabamba, per poi l’indomani accettare la richiesta di asilo politico offertagli dal Messico.

Il grande scempio

Con buona pace di Jair Bolsonaro,  il quale nega vi sia stato un colpo di stato in Bolivia, che si tratti di un vero e proprio golpe non ci possono essere dubbi. La polizia e i reparti militari, alcuni giorni precedenti allo sciagurato 10 novembre, si sono rifiutati di obbedire agli ordini lasciando le strade sgombre e alla mercé delle bande armate dell’opposizione guidate da Carlos Mesa e Luis Camacho, che, in contatto con Washington – sono state diffuse sedici intercettazioni telefoniche che dimostrano il legame tra golpisti e Stati Uniti -,  sono arrivate a compiere atti indicibili: il sequestro del sindaco della città di Vinto e membro del MAS Patricia Arce, a cui son stati tagliati i capelli e, cosparsa di vernice rossa, è stata costretta a marciare per alcuni chilometri a piedi nudi sotto le vessazioni e gli insulti degli aguzzini (video); il rapimento di Josè Aramayo, direttore della Confederazione dei sindacato contadini della Bolivia (Csutcb), legato a un albero tra fotografie e scherni; assalti al canale televisivo statale Bolivia Televisión, colpevole di trasmettere la cronaca in diretta delle violenze in atto, costretto a chiudere le trasmissioni; l’incendio della casa della sorella di Evo Morales e dei suoi ministri.

Chi è Jeanine Áñez?

Il 12 novembre, due giorni dopo le dimissioni forzate del legittimo presidente Evo Morales, la vicepresidente del Senato boliviano (e appartenente al partito liberale Movimiento Demócrata Social di opposizione a Morales) Jeanine Áñez Chávez si autoproclama presidente della Bolivia, appoggiata e riconosciuta dagli apparati militari del paese, nonché da diverse personalità politiche estere. Ora, come spiega l’ambasciatore della Bolivia in Italia Carlos Aparicio Vedia, il punto cruciale della questione è che l’assunzione di tale carica da parte della Áñez è avvenuta in flagrante violazione della Costituzione boliviana, per cui in nessun modo questa signora può esser riconosciuta come presidente. La Costituzione boliviana parla chiaro: nell’articolo 169 leggiamo che, in caso di assenza o dimissioni, il legittimo presidente deve essere sostituito dal vicepresidente o, se impossibilitato (come nel nostro caso), dal presidente del Senato o, ancora, dal presidente della Camera dei Deputati. Di conseguenza, in nessun caso è prevista l’assunzione della presidenza da parte del vicepresidente del Senato, Jeanine Áñez appunto, la quale ha assunto il potere in modo completamente illegittimo. Attualmente, presidente della Bolivia, a seguito delle dimissioni e dell’esilio di Evo Morales e del suo vicepresidente Álvaro Garcia Linera, dovrebbe essere il presidente del Senato Adriana Salvatierra Arriaza, fatta fuori in quanto appartenente al MAS.

Fatti dell’ultim’ora

In questi momenti, si contano diverse decine di morti (secondo fonti Ansa) causati dal fuoco dell’esercito sui partecipanti alle manifestazioni pacifiche pro Morales che costellano il paese. Spari e repressioni autorizzati dal neo presidente e prontamente eseguite dalle forze armate. La casa di Evo Morales è stata violata, saccheggiata e distrutta. Il tutto consumato mentre la Áñez brandisce e sventola strumentalmente una copia gigante della Bibbia.

Una speranza?

C’è una speranza per la Bolivia di veder tornare nel proprio seno il presidente che è stato capace di far crescere il PIL ogni anno di oltre il 4% (per offrire una stima, nel 2018 il PIL della Bolivia è cresciuto rispetto all’anno precedente del 4.2%, quello degli Stati Uniti del 2.2%, del Brasile del 0,7% e dell’Italia del 1.5%)? Forse sì: Evo Morales in un’intervista al quotidiano messicano El Universal si è dichiarato pronto a rientrare in Bolivia qualora l’Assemblea Legislativa non accetti la sua lettera di dimissioni. Nel frattempo, a lottare per lui, ci pensa il suo popolo.