5,7% di Mediaset, 5,24% di Unicredit, 5% di Intesa San Paolo, 3% di Enel e Banco Popolare, 2,7% di Fiat e Telecom Italia, il 2,5% di Eni e Generali, il 2,2% di Finmeccanica, il 2,1% di Atlantia e Terna, il 2% di Banca Popolare di Milano, Fonsai, Mediobanca e Ubi. Queste fredde cifre (alcune non aggiornate e sicuramente lievitate) si riferiscono alle partecipazioni nelle maggiori realtà imprenditoriali italiane del fondo d’investimento a stelle e strisce BlackRock. Un’istituzione che la fa da padrone nel panorama finanziario globale, arrivando a influenzare e dettare legge tanto alle singole imprese che agli Stati. La fine della sovranità nazionale che segna il mondo contemporaneo (Alain De Benoist) si legge soprattutto attraverso queste vicende, sebbene l’opinione pubblica ne rimanga all’oscuro. L’accusa di “complottismo” lanciata regolarmente davanti alle denunce di questi “moloch” finanziari non è nient’altro che uno strumento per squalificare interlocutori e visioni del mondo diverse da quelle dominanti: «Non esistono complotti, solo strategie» scrisse tempo fa Sebastiano Caputo. BlackRock è parte integrante della potenza e della strategia americana, nascosta dietro l’ipocrita elogio del libero mercato.

La Roccia gestisce ben 4,1 miliardi di asset (azioni, obbligazioni, titoli pubblici), cifra che corrisponde al pil combinato di Francia e Spagna. Le partecipazioni più importanti sono quelle nelle agenzie di rating Standard e Poor’s e Moody’s, che hanno conferito al fondo un potere decisionale enorme. Si pensi alle ormai note vicende della caduta del governo Berlusconi datata 2011, in cui risultarono decisivi i giudizi delle due agenzie succitate (non a caso Fitch infierì molto meno), oltre che la svendita di titoli italiani da parte di Deutsche Bank, in cui ancora una volta era (ed è) BlackRock a farla da padrone. Attraverso queste politiche il fondo è divenuto «fattore di potenza del sistema paese di riferimento» (Germano Dottori), aiutando più volte l’amministrazione americana con “attacchi finanziari” e azioni di intelligence economica, oltre a fornire preziose consulenze attraverso un centro studi d’altissimo livello (BlackRock Investment Institute).

Siamo di fronte a un classico esempio di quella commistione tra finanza e politica che non pochi danni ha inferto all’indipendenza delle entità statuali e al concetto di politique d’abord che animò grandi leader politici del passato. Le analisi di Alberto Bagnai, Giulio Tremonti e Luciano Gallino sono tra le più appassionanti quanto crude sul tema. Partendo da punti di vista diversi, tutti e tre hanno saputo mettere in evidenza gli squilibri del mondo moderno, la “civilità del denaro” dominata da finanza ombra e derivati (scambiati a livelli superiori decine di volte il pil mondiale). E’ in questo contesto che i massimi esponenti del mondo economico-finanziario sono divenuti i decisori politici più importanti, al culmine di un processo di liberalizzazioni selvagge che da 30 anni non conosce sosta. Uomini cresciuti in circoli e università ben precise, fulcro di un oligarchia al comando mirabilmente descritta da Joseph Stiglitz ne “Il prezzo della disuguaglianza”. Una disuguaglianza sempre più evidente e insopportabile, aggravata dalla crisi, che mentre aggrediva le fasce meno abbienti garantiva ingenti profitti a managers e istituzioni quali Goldman Sachs. Per l’autore ad essere minacciato è il futuro stesso del cosiddetto occidente: forse mai nella storia la forbice tra ricchezza e povertà è stata così ampia. La Roccia è parte integrante di questo quadro.

Guardando all’Italia, BlackRock (su cui aleggia l’ombra di insider trading nel caso Saipem) si pone in primo piano in vista della svendita del nostro patrimonio pubblico, oltre a rivestire l’importante funzione di “cane da guardia” dell’espansionismo economico cinese, da tempo segnalato come nemico numero uno degli States. Come si è notato in occasione dell’acquisto di Pirelli, il dragone si sta rivelando un concorrente di primo piano nella scacchiera globale, in grado di acquisire asset importanti e sfidare gli Usa. E all’Italia non resta che fare la parte del pollo da spennare, come già avvenne fatalmente negli anni ’90.