Non è la prima volta che l’Armenia entra nel mirino di rivoluzionari variamente colorati al soldo di potenze straniere. Già nel 2008, a seguito della sconfitta nelle elezioni presidenziali di Levon Ter-Petrosyan, il paladino dell’attuale “rivoluzione di velluto” Nikol Pashynian (editore del giornale liberale Haykakan Zhamanak – I tempi dell’Armenia) istigò disordini e proteste che lo portarono dapprima alla latitanza e successivamente alla detenzione con l’accusa di azioni premeditate volte a porre sotto assedio i palazzi del governo statale. Nel 2015 (non a caso dopo l’adesione del Paese all’Unione Economica Eurasiatica) un’altra ondata di proteste dall’altisonante nome Electric Yerevan investì la capitale armena a causa dell’aumento dei costi delle forniture elettriche. Non ottenuto il risultato sperato con la protesta “pacifica”, anche allora, gruppi paramilitari fecero la loro comparsa nelle strade accusando il governo di un atteggiamento troppo morbido per ciò che concerne la questione del Nagorno-Karabach (o Artsakh in armeno). Infatti, nel luglio 2016, un gruppo armato fece irruzione in una caserma di Yerevan chiedendo il rilascio del loro leader Jirair Sefilan; già comandante militare di spicco durante il conflitto di fine anni Ottanta ed inizio Novanta, unitosi nel 2015 al gruppo di opposizione Nuova Armenia di Raffi Hovanisian strettamente legato all’Ambasciata statunitense nel paese.

Levon Ter-Petrosyan

Levon Ter-Petrosyan

L’Armenia, sin dall’istante in cui ottenne l’indipendenza a seguito del crollo dell’Unione Sovietica, si è trovata costretta a vivere in condizioni di difficoltà sia economica che geopolitica. Chiusa in una dimensione spaziale angusta (ed estremamente ridotta se si considera l’estensione del territorio in cui vissero gli armeni in passato), schiacciata tra due nazioni ostili (Turchia e Azerbaigian) e priva di sbocchi al mare, l’Armenia scelse di condurre una politica detta del “doppio binario” legandosi sia alla Russia, storicamente garante della sua sicurezza, che all’Occidente attraverso il ruolo della diaspora (attiva soprattutto in Francia e Stati Uniti) ed il nulla osta alla massiccia presenza di ONG straniere sul territorio nazionale.

Tuttavia, fu proprio il forte legame culturale con la Russia a far pendere l’ago della bilancia per ciò che concerne la scelta di campo nelle relazioni internazionali. Il complesso gioco geopolitico delle potenze in quella che gli arabi chiamavano Djabal al-Alsun (montagna delle lingue) per la profonda diversità etno-linguistica che contraddistingueva il Caucaso, ha portato, come ha spesso sottolineato lo storico italiano Aldo Ferrari, alla formazione di due assi di alleanze: uno verticale che comprende Russia, Armenia ed Iran (che paradossalmente prese le parti dell’Armenia contro l’Azerbaigian sciita nel conflitto del Nagorno-Karabach); ed uno orizzontale costituito da Turchia, Georgia e Azerbaigian legato a doppio filo con gli interessi nordamericani.

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Negli ultimi anni il progressivo sforzo della Federazione russa per debellare le rimanenti cellule jihadiste nel Caucaso del nord e per congelare la conflittualità attorno all’enclave armena in territorio azero, a cui si è aggiunto il riposizionamento eurasiatico della Turchia a seguito del fallimento occidentale in Siria, hanno messo in crisi la progettualità geopolitica nordamericana  volta a stringere la Russia all’interno di un cordone sanitario che ne impedisca un ruolo egemonico in una regione che rientra all’interno di diversi progetti di sviluppo infrastrutturale attraverso i quali transiteranno le risorse naturali dell’Asia Centrale. In questo contesto, appare evidente che la difficile situazione in cui versa l’Armenia (è inutile negare le evidenti difficoltà strutturali ed economiche del paese) non potesse che rappresentare una occasione propizia per mettere in atto l’ennesimo tentativo di sovvertire non un governo corrotto e tirannico (anche se il governo del presidente e primo ministro dall’aprile 2018 Serzh Sargsyan è stato spesso apostrofato in questi termini anche dalla dinastia azera degli Aliyev, sic!) ma proprio il posizionamento geopolitico dell’Armenia.

La figura di Sargsyan, padre padrone della politica armena degli ultimi dieci anni e personaggio non privo di gravi responsabilità, viene stigmatizzata solo in apparenza per la sua presunta deriva autoritaria. Il reale obiettivo della rivoluzione vellutata in atto in Armenia è colpire il quadro di alleanze geopolitiche all’interno delle quali l’Armenia si è inserita entrando a far parte dell’Unione Economica Eurasiatica. L’idea che le proteste di piazza derivino da generiche richieste o rivendicazioni per una occidentalizzazione profonda risulta del tutto priva di fondamento se si considera che, come ha sostenuto Arman Boshyan (presidente del Club Geopolitico di Yerevan), il governo armeno sotto la presidenza di Sargsyan è stato il più filo-occidentale nella storia del paese. A prescindere dal fatto che solo il 9 aprile scorso è stato eletto presidente, con i voti proprio del Partito Repubblicano di Sargsyan, un uomo, Armen Sarkissian, che possiede la doppia cittadinanza armena e britannica, negli ultimi dieci anni sono state anche avviate forme di partenariato con l’UE, introdotti diritti civili per gli omosessuali e attuate riforme in aperto contrasto con quella che è la tradizione di un paese e di un popolo profondamente orgoglioso del proprio retaggio culturale e religioso cristiano. Non si può dimenticare che l’Armenia, seppur ancora tributaria dell’Impero romano, è stata la prima entità statuale a fare del cristianesimo la propria religione ufficiale già a partire dal 301 d. C. E la successiva separazione sia dall’Occidente che dall’Oriente bizantino, attraverso il rifiuto dell’esito del concilio di Calcedonia del 451 e l’allineamento alle posizioni miafisite a seguito del Concilio di Dvin del 455, hanno ulteriormente enfatizzato le peculiarità proprie della Chiesa apostolica nazionale e del popolo armeno in generale.

Serzh Sargsyan

Serzh Sargsyan

Dunque, la riforma costituzionale che ha trasformato l’Armenia da repubblica presidenziale a parlamentare dando la possibilità all’ex-presidente Sargsyan di ricoprire il ruolo di primo ministro allo scadere del suo doppio mandato presidenziale è stata solo la scintilla utilizzata da un movimento incapace di raggiungere il 10% alle elezioni nazionali per attuare, come ha ben insegnato l’ideologo Gene Sharp, l’ennesima impersonificazione della maggioranza da parte di una ristretta minoranza. Il tutto condito dalla consueta complicità dei media occidentali sempre propensi a dipingere questi sommovimenti come espressione del disagio dei giovani che prendono la via della protesta di piazza sospinti dalla loro presunta voglia di libertà. Di fatto, la Way Out Alliance (Yelk), formata dal movimento di Nikol Pashynian Civic Contract (uomo che per ambiguità non è secondo al blogger, osannato dall’Occidente e semisconosciuto in Russia, Aleksej Naval’nyj) e dal partito Bright Armenia, sin dal momento della sua nascita ha subito messo in chiaro la sua ostilità verso la partecipazione all’Unione Eurasiatica e la volontà di rinegoziare una possibile adesione all’Unione Europea attraverso il Deep Comprehensive Free Trade Agreement.

Lasciano ulteriormente perplessi le modalità con le quali si è arrivati all’ennesimo colpo di stato mascherato da rivoluzione pacifica che ha portato alle dimissioni del politico di lungo corso Sargsyan. A partire dal 16 aprile le manifestazioni e le proteste, secondo la non proprio autorevole fonte Radio Free Europe, sono andate progressivamente ingrossandosi fino alla partecipazione di alcuni gruppi delle stesse forze di sicurezza. Ora, questa combinazione tra apparati militari, ONG foraggiate dall’estero ed ultra-nazionalisti in stile Pravij Sektor non sembra far presagire esattamente un futuro roseo per quella presunta democrazia di stampo occidentale di cui i gruppi di opposizione si sono spesso riempiti la bocca. Anzi, con molta probabilità si punterà ad una recrudescenza del conflitto nell’enclave del Nagorno-Karabach in modo tale da destabilizzare nuovamente la regione, esacerbare ulteriormente le relazioni russo-turche e vanificare gli sforzi russi per la pacificazione dell’area.

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Al momento, il Cremlino rimane a guardare in attesa dei prossimi sviluppi anche per comprendere quale sarà l’esatta evoluzione della presunta “rivoluzione” e se ci sarà margine di manovra per salvare i non pochi interessi nel paese e non perdere una pedina di rilievo nella regione caucasica. Ciò che tuttavia appare evidente è che il “paese delle pietre urlanti”, così come lo definiva il grande poeta Osip Mandel’stam, una terra che ha dato i natali a grandi figure intellettuali come Gregorio di Narek e Sayat Nova, è diventata il nuovo fronte della guerra ibrida attraverso la quale l’Occidente cerca di impedire ogni tentativo di consolidamento dell’alleanza eurasiatica.