«Nel caso dei negri, l’elemento caratteristico è dato proprio dal fatto che la loro coscienza non è ancora giunta a intuire qualsiasi oggettività, come per esempio Dio e la legge… Nella sua unità indistinta, compressa, l’africano non è ancora giunto alla distinzione fra se stesso considerato ora come individuo ora come universalità essenziale, onde gli manca qualsiasi nozione di un’essenza assoluta, diversa e superiore rispetto all’esistenza individuale… Il negro incarna l’uomo allo stato di natura in tutta la sua selvatichezza e sfrenatezza. Se vogliamo farci di lui un’idea corretta, dobbiamo fare astrazione da qualsiasi nozione di rispetto, di morale, di tutto ciò che va sotto il nome di sentimento: in questo carattere non possiamo trovare nulla che contenga anche soltanto un’eco di umanità». Georg Wilhelm Friedrich Hegel la narrava così l’essenza spirituale dell’Africa e degli africani nelle sue Lezioni sulla filosofia della storia. Erano gli anni ’20 dell’Ottocento e già da più di tre secoli navi e vascelli europei scorrazzavano lungo le coste atlantiche dell’Africa, mentre da oltre mille anni, commercianti e schiavisti indiani, persiani e omaniti egemonizzavano le coste orientali dell’Africa.

Harîrî Schefer: scena raffigurante il mercato degli schiavi, XIII secolo

Il regno del falso è una piccola provincia nell’impero della malafede e pare che le pagine di Hegel siano giunte sin nelle stanze dei bottoni e nei corridoi intellettuali che a Washington connettevano l’America reaganiana, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. Decine furono i tecnici economisti che facevano da spola tra i dipartimenti americani e le istituzioni di Bretton Woods. Il Washington Consensus affilava l’armamentario teorico nei laboratori al di là del Sahara, dopo aver sparato i primi colpi nei poligoni argentini e cileni negli anni ’70. Ricordiamo che il capitalismo, tutto è fuorché un sistema sempre identico a sé e questo ha di caratterizzante: è intrinsecamente legato alle regole istituzionali che egli stesso si dà; così la specificità originale del neoliberalismo fu quella di coniare un nuovo insieme di regole, che oltre a ridefinire un nuovo modello di accumulazione, definì in modo generale un’altra società.

Per Marx il capitalismo è prima d’ogni cosa un modo di produzione economico, produttore di un ordine giuridico-politico sovrastrutturato; d’allora in avanti il neoliberalismo superò l’analisi marxiana inserendo il giuridico nell’ontologia dei rapporti di produzione dati, precisamente attraverso le istituzioni, alle quali esso avrebbe dato un nuovo ruolo determinante. La forma nuova assunta dal capitalismo e i meccanismi delle crisi divengono così effetti contingenti di alcune regole giuridiche, e non solo conseguenze necessarie delle leggi dell’accumulazione capitalistica. Le crisi capitalistiche possono essere superate riscrivendo le regole giuridico-istituzionali su cui si fondano, e se necessario anche agendo sulla forma antropologica dell’uomo. Ma torniamo alla rozza materia del mondo!

Era il 1981 e mentre in Italia (altro laboratorio empirico) avveniva il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia, il neoliberismo dispiegava le armi in Africa. La Banca Mondiale pubblicò un report titolato Accelerated Development in Sub-Saharian Africa: An Agenda to Action, comunemente conosciuto come Rapporto Berg, in cui erano fortissime le critiche agli stati africani post-coloniali e dove per rimedio si suggeriva, se non intimava, la rimozione del governo dall’intervento negli affari economici e sociali. Gli Stati africani saranno costretti con le spalle al muro, stritolati sotto le forche caudine dei tecnici d’oltreoceano.

Lo shock petrolifero del ’73 in seguito alla guerra arabo-israeliana dello Yom Kippur, con l’incremento dei prezzi petroliferi, inondò i mercati finanziari internazionali di miliardi di petro-dollari dei nascenti rentier states del Golfo. Il combinato disposto del calo della domanda occidentale per prodotti primari spesso grezzi e materie prime, da cui molti stati africani devono la loro sopravvivenza, e la disponibilità di crediti a tassi d’interesse vantaggiosi indussero i governi subsahariani, specie quelli non produttori di petrolio, a incanalarsi, prendendo a prestito denaro a buon mercato, nella spirale del debito. I detentori di liquidità virarono l’attenzione verso mercati emergenti e redditizi del Terzo Mondo, finanziando programmi d’investimenti industriali. Il mercato del credito privato, delle banche commerciali internazionali, prese il sopravvento su quello pubblico, sui prestiti obbligazionari emessi dai paesi debitori sulle piazze finanziarie internazionali e sugli aiuti pubblici bilaterali allo sviluppo. Ma i creditori, chiamati meschinamente da una certa retorica “donatori”, sapevano che tutti i processi storici portano con sé dei problemi ma anche le loro soluzioni.

Siamo al tempo in cui i carri armati sovietici arrancavano impantanati fra sabbie, rocce e montagne dell’Hindu Kush e la potenza ideologica di Mosca scivolava verso un declino inesorabile. Le barriere ideologiche contro lo strapotere occidentale erano sempre più ridotte e crepate, e le luci di una splendente epoca nuova e di una nuova razionalità, filtravano tra le fenditure. L’epoca nuova sarebbe stata un’epoca monetarista, liberista e deflazionistica. I tassi d’interesse risalirono e in seguito alla rivoluzione khomeinista del ’79 il prezzo del greggio schizzò di venti volte rispetto al 1973.

I Paesi africani non produttori di oro nero boccheggiavano, l’Occidente, in preda alla stagflazione non acquistava più; il dollaro s’apprezzava in seguito alle nuove politiche monetarie della FED tese a rivalutare la propria moneta. Il debito africano denominato in dollari vide fermentare il proprio valore nominale e divenne insostenibile. Il peggioramento della bilancia dei pagamenti con l’estero incrementò l’esposizione debitoria. Le banche internazionali replicarono rinegoziando nuovi prestiti. La spirale fu avviata.

Il default, con conseguente cancellazione di crediti inesigibili, avrebbe scatenato il caos nei mercati finanziari internazionali. Nel 1982, in seguito al default di Paesi rilevanti nel panorama geopolitico internazionale, come Messico e Brasile, intervennero il FMI e la Banca Mondiale rinegoziando accordi per nuovi finanziamenti e piani di restituzione su un piano nettamente ineguale relativamente al potere contrattuale delle parti in causa. Cominciò l’epoca dei “Programmi di aggiustamento strutturale” e del più grande programma di ingegneria sociale e politica mai avviato su scala pressoché globale.

Le misure comprendevano: la svalutazione delle valute nazionali, la rimozione dei sussidi verso determinati settori economici, il contenimento dell’inflazione, la riduzione delle barriere tariffarie, l’aumento dei prezzi dei beni agricoli, il taglio delle burocrazie statali e della spesa pubblica praticamente in ogni settore, la vendita o la chiusura delle imprese statali e quindi la loro privatizzazione, la deregolamentazione dei prezzi, la riduzione dei deficit e del debito pubblico ed infine l’eliminazione delle restrizioni all’investimento estero. Gli interessi ammontavano a più del totale concesso con nuovi prestiti.

Il capestro a cui furono legati i governi, il più delle volte conniventi, predatori, inetti e violenti aggiunse tragedie al dramma. Interi Paesi crollarono nel caos, nella miseria e nella violenza; tutti gli indicatori misuranti il benessere delle popolazioni che erano in risalita dopo le indipendenze degli anni ’60, scivolarono repentinamente verso il baratro. La good governance, comprensiva dei principi della partecipazione, dell’inclusione e del capitale sociale, divenne presto lo strumento per eccellenza nel gioco della sostenibilità dei processi di sviluppo, per definire l’idoneità di un Paese piuttosto che di un altro a ricevere aiuto economico o infrastrutturale. Il fine, era certo quello di rafforzare istituzioni favorevoli ai mercati migliorandone la performance e riducendone l’impianto burocratico, aziendalizzando gli Stati sulla base del cosiddetto New Public Management, in gran voga nella decade riformista degli anni Ottanta, estendendo quella razionalità mercatistica all’intera esistenza, attraverso la generalizzazione della forma-impresa. L’abbattimento del deficit di bilancio e l’imposizione dei tetti a tutte le voci di spesa pubblica per controllare l’inflazione, portò al crollo degli investimenti statali, dirottando i già limitati introiti fiscali verso il pagamento degli interessi sul debito estero.

Kibera, Nairobi

La leva della svalutazione monetaria per favorire esportazioni a buon mercato implicava la contrazione dei salari reali, rendendo a buon mercato il costo del lavoro e delle materie prime in valuta forte per gli investitori stranieri. La svalutazione, favorendo le esportazioni, riduceva drasticamente il consumo interno di prodotti locali; tuttavia, l’incentivazione delle esportazioni creò un surplus di prodotti non lavorati nel mercato internazionale con conseguente caduta dei relativi prezzi e disagi ulteriori sulle bilance dei pagamenti.

Lo sviluppo irrazionale del terziario nelle città creò quel magnetismo urbano che indusse alla fuga giovanile dalle campagne, senza che si fosse però raggiunta una modernizzazione agricola sufficiente, gonfiando i suburbs e le bidonvilles di disoccupati, precari e sottoccupati, indirettamente responsabili dell’ulteriore crollo dei salari ai limiti della sussistenza. L’emigrazione a scale portò progressivamente i giovani dai villaggi alle città secondarie, da queste alle capitali, per giungere infine all’estero, perlopiù in Europa ed in misura minore verso i Paesi del Golfo.

Kibera, Nairobi

I Paesi africani si ritrovarono impigliati nelle reti spregiudicate del libero mercato, vincolati ad acquistare beni finiti e macchinari tecnologici a prezzi sempre più elevati protetti da brevetti pluridecennali, vendendo al contempo materie prime sempre più a buon prezzo. Il costo della vita, dei beni e servizi di prima necessità salì vertiginosamente innescando processi d’inflazione, presi a pretesto per ulteriori piani anti-inflazionistici e deindicizzazione salariale. Lo Stato non fu più in grado di finanziare la sanità, i servizi sociali, l’istruzione; poté solo liberalizzare e privatizzare le terre coltivabili precedentemente ad uso comune, le banche e le imprese statali. L’impatto sulle popolazioni fu drammatico ed esiziale. I parametri sulla mortalità infantile, l’analfabetismo e la riduzione della qualità generale della vita aumentarono violentemente.

In un contesto di mancanza di Stati moderni e strutturati di lunga tradizione, si sfaldarono le consolidate reti clientelari e di pàtronage generando situazioni incontrollabili di decomposizione politica, di retrattilità etnica e violenze settarie. Si riapriranno vecchie fratture pre-coloniali che lo sviluppo modernizzante dei primi decenni aveva sopito o quantomeno mascherato.

Gli Stati africani, prima ancora che il fenomeno colpisse quelli sudamericani, asiatici ed europei, per primi compresero il significato dell’austerità depressiva e la volontà neoliberista di gestire le economie e le società alla stregua di imprese lanciate nella competizione internazionale.

L’Africa non entrò nella globalizzazione, ma la globalizzazione entrò nel continente e lo fece con effetti dirompenti e deleteri; il continente venne globalizzato a forza e rimase, come lo è ancora oggi, un soggetto passivo della storia, incatenato al piano inclinato del commercio internazionale. I Paesi occidentali, specie Gran Bretagna e Stati Uniti, rispetto a quel che se ne dica, con tanto di retorica sul laissez faire, nel corso del loro processo di sviluppo storico e nella loro fase aurea, furono essenzialmente protezionisti e avversi al libero mercato. Una volta raggiunta la cima tirarono via la scala a quelli che provavano a seguire il passo da dietro.