L’11 dicembre la Transnistria (ufficialmente: Repubblica Moldava di Pridniestrov) sarà chiamata al voto per eleggere il nuovo Capo di Stato tra sette diversi candidati. A contendersi veramente la poltrona presidenziale saranno: da una parte il presidente uscente Yevgeny Schevchuk – il quale aveva sconfitto nel 2011 Igor Smirnov, in carica dal 1991 – e dall’altra lo speaker del Parlamento (che viene ancora chiamato “Soviet Supremo”) Vadim KrasnoselskiLa Transnistria è uno stato indipendente de facto dalla Moldavia, dal 1990 sotto tutela russa e riconosciuto solamente dalle repubbliche di Abkhazia e Ossezia del Sud. Il territorio viene però rivendicato dalla Repubblica moldava che concede alla Transnistria solamente lo status di “regione autonoma” e non di stato sovrano – rivendicazione che potrebbe cessare ora che Dodon è salito al potere – la Russia però, che ne appoggia l’indipendenza, finanzia annualmente la Transnistria con 850 milioni di dollari (equivalenti al 95% del PIL del paese) riuscendo a mantenere una forte pressione politica e culturale all’interno di tutto l’enclave: basti pensare che tutti i ruoli governativi e di alto rilievo sono occupati dalla minoranza russa (poco superiore al 20%) mentre quella moldava (che raggiunge il 40% della popolazione) è rilegata a posizioni di secondo piano. Per una legge non scritta ma largamente condivisa non può nemmeno concorrere per le elezioni presidenziali. Nonostante vi siano dieci partiti attualmente attivi all’interno dello stato, i due candidati (che sulla carta sono “indipendenti”) sono molto vicini al partito “Renewal” (soprattutto Krasnoselski) – fortemente finanziato e sostenuto dalla principale industria transnistriana Sheriff nella quale fanno parte Smirnov e figli – che possiede 33 seggi su 43 nel Soviet Supremo. I programmi politici dei due contendenti sono comunque molto simili tra loro e prevendono una forte integrazione e collaborazione con la Russia oltre a un marcato conservatorismo circa la posizione indipendentista dello Stato nei confronti dello stato Moldavo – cavalli di battaglia appunto del Renewal –.

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In grigio la Transnistria, lembo di terra incastrato fra Moldavia ed Ucraina

L’agenda elettorale verte quindi sulla questione economica del paese: Schevchuk ha tentato in questi anni ad aumentare la concorrenza provando inutilmente a limitare la strapotenza della Sheriff ltd. – unica azienda nazionale avente il permesso al commercio estero – mentre il suo avversario è propenso al finanziamento e all’ampliamento della sfera di azione del gruppo. Un altro punto molto importante sarà la riforma pensionistica poiché i pensionati rappresentano il 50,9 % (Statistical yearsbook of Transnistria, 2015) delle persone con entrate registrate nella nazione e quindi la fetta maggioritaria dei contribuenti. Inoltre, la Transnistria siglò assieme alla Moldavia l’accordo commerciale del 2014 con l’UE (DCFTA) il quale però potrebbe venir annullato in favore della ghiotta Unione doganale euroasiatica (per la quale la Moldavia ha già fatto richiesta). Il piccolo stato (3578 km quadrati di area) rimane però uno snodo fondamentale per l’energia elettrica e per il gas – che arriva gratuitamente dalla Gazprom – registrando ogni anno dai 300 ai 500 milioni di dollari in energia per la quale, ricordo, la Transnistria non paga un centesimo. Tiraspol sa benissimo che senza gli aiuti russi potrebbe coprire solamente il 25% del proprio budget e la Sheriff ltd. è l’unica azienda che può trainare l’economia transnistriana – nonostante ammicchi più al mercato europeo piuttosto che a quello euroasiatico – emancipandola dalla sola vendita di energia elettrica agli stati limitrofi. Chiunque uscirà vincitore la mattina del 12 dicembre porterà sicuramente avanti una politica pro-Russia allontanando sempre di più la nazione dalla sfera politica ed economica europea diventando assieme alla Moldavia uno degli avamposti strategici più a ovest della Federazione – in Transnistria è attualmente collocata una task force russa con più di 1500 unità – utile sia al consolidamento della sua influenza negli ex stati URSS e sia per la creazione di un corridoio terreste che colleghi la penisola della Crimea con la Federazione (nella quale potrebbe incolonnarsi anche la Repubblica di Pridniestrov) mettendo probabilmente fine allo scontro armato nel Donbass e sancendo ufficialmente l’egemonia russa su tutta la costa del Mar Nero.