Mai come negli ultimi tempi, nei dibattiti politici e sulla stampa, si è sentito menzionare la parola “geopolitica”. Troppe volte senza un minimo senso o giustificazione di sorta. Ad minchiam, direbbe qualcuno. Questa particolare branca di studio è stata per decenni squalificata e bollata semplicisticamente come “scienza nazista”, ritornando ad essere ammessa solo quando la fine della Guerra Fredda lasciò le classi dirigenti europee prive della bussola per orientarsi tra tensioni e conflitti internazionali. Scusate, ma Fukuyama non ci aveva detto che la storia era finita?

Il pregiudizio verso la geopolitica deriva dal fatto che proprio nella Germania degli anni Trenta (ma anche prima) maturò una riflessione di alto livello sul tema. Il generale Karl Haushofer e la sua Zeitschrift für Geopolitik ne furono l’emblema, indicando linee-guida che talvolta erano in contrasto con quelle ufficiali (sulla Russia in primis). E nel 1942 Carl Schmitt scrisse il suggestivo “Terra e Mare”, ancora oggi d’attualità. L’Italia, dal canto suo, trasse ispirazione per impostare una geopolitica autonoma. Gli sforzi di alcuni giovani dell’università di Trieste vennero premiati nel 1939, quando nacque il primo periodico nostrano sul tema: Geopolitica. Osteggiati dall’accademia e della geografia ufficiale, trovarono l’aiuto decisivo in Padre Agostino Gemelli e soprattutto in Giuseppe Bottai. Il gerarca incentivò Ernesto Massi (principale animatore della rivista) al punto di proporre l’abbonamento cumulativo di Geopolitica con la sua celebre Critica Fascista.

L’attività fu significativa e intensa. Tra le molte influenze culturali di base si deve citare l’idealismo gentiliano insieme alla tradizione geografica italiana, da Carlo Cattaneo fino a Renato Biasutti e Cesare Battisti. I geopolitici del nostro paese volevano ricostruire e attualizzare quello che consideravano un autonomo pensiero geografico-politico nazionale, includendo in questo disegno Nicolò Machiavelli, Giuseppe Mazzini e la «geopolitica romana in atto» dei tempi dell’Impero. Concetto quest’ultimo fondamentale per Massi ed Ernesto Roletto (co-fondatore), desiderosi di vedere un’Italia capace di riappropriarsi dell’antico primato sul piano civile e di potenza. Nella scelta dei temi, al netto di alcuni anacronismi ed errori, risiede la maggiore attualità di Geopolitica. Prima di tutto il Mediterraneo. L’Italia avrebbe dovuto proiettarsi verso il mare nostrum sul piano culturale, commerciale e di influenza politica, contro la Francia ma soprattutto la “nuova Cartagine”: L’Inghilterra. Veniva offerta amicizia e attenzione alla Spagna, alla Turchia e ai paesi arabi. l’“Eurafrica” era lo slogan usato per il grandioso progetto, di cui una linea ferroviaria transafricana (per limitare l’importanza di Suez) era l’idea più suggestiva: geopolitica “per meridiani” contro geopolitica “per paralleli”. In questo contesto rientrava anche un secondo aspetto fondamentale: l’attenzione politica verso i Balcani, da perseguire anche in opposizione alle mire tedesche.

Questo gruppo di giovani studiosi e professori arrivò a interessare e scalfire il potere ufficiale, mettendo in campo un attivismo che ancora oggi costituisce un esempio. Contatti fecondi si ebbero con altre esperienze originali quali la Scuola di Mistica fascista, l’ISPI e i Gruppi Universitari Fascisti (di Milano in particolare). Tra i giovani del mondo accademico l’interesse fu altissimo, anche Amintore Fanfani collaborò alla rivista. A Pavia si tenne il I Convegno internazionale interuniversitario di geopolitica (15 -16 dicembre 1939), organizzato dal Guf locale. Una serie di fermenti che si perse nei meandri e nelle asprezze della guerra, ma il cui lascito non andò (e non deve andare) completamente perduto. Pensiamo solo al fatto che tutti i geografi che scrissero sulle pagine di Geopolitica occuparono importanti cattedre nelle università italiane per tutto il dopoguerra. Non solo Massi e Roletto, ma anche Toschi, Toniolo, Caraci, Nageroni, Merlini, Ortolani e Bonetti. Un patrimonio di studi che deve costituire il punto di partenza per chiunque voglia fare geopolitica, e mettere i suoi strumenti al servizio degli interessi dell’Italia. Ancor di più in un momento storico in cui il rifiuto dell’identità e dell’amor di patria sembra essere il passaporto necessario per fare politica, ricerca e cultura.