Sparisce per mesi, non rilascia interviste, non cura i social network, non appare costantemente in televisione, se non per sensibilizzarci sui malati di atrofia muscolare spinale, e poi ricompare all’improvviso con un suo film che riempie tutti i cinema moribondi della penisola (nel giorno di apertura Tolo Tolo, quinto film di Luca Medici in arte Checco Zalone prodotto dalla Taodue di Pietro Valsecchi, e diretto per la prima volta da lui stesso, e con la co-sceneggiatura di Paolo Virzì, ha già battuto il record di Quo Vado). Poi, come i veri artisti, si ritira dalla scena e lascia la gestione burocratica e impiegatizia dell’industria culturale ai comici ordinari. Insomma ci risiamo, Checco Zalone ha fregato tutti, e questa volta scontenterà tutti. A vedere il trailer ci aspettavamo un film su immigrazione e integrazione e invece ci parla di emigrazione e convivialità, due concetti sconosciuti ad artisti, intellettuali e politici del nostro tempo, che sfuggono alla polarizzazione del marketing elementare.

La prima, l’emigrazione, è una ferita che colpisce tutti, italiani, occidentali, africani. Sdrammatizzata sia a Spinazzola, nel Sud del Sud dei Santi, con la scomparsa di Checco Zalone e i rapporti macabri dei suoi familiari prima con lo Stato poi con la tivù sovranista trash, in questo caso Non è l’Arena di Massimo Giletti; che in Africa con le peripezie di Dudù, Omar, e Ijaba, quasi a ricordare ai cultori dello spettacolo del dolore – come Alexandre Du Maitre, padre spirituale vanitoso dei reporter senza frontiere – che non si tratta di un viaggio in prima classe, tantomeno di un soggiorno stellato, al Radisson Blu Al Mahary di Tripoli o in un resort africano per soli villeggianti bianchi, bensì di una tratta tra la vita e la morte, dove c’è chi si arricchisce (i trafficanti denunciati nel film), chi alimenta il circuito della sofferenza (i ricchi bianchi a capo delle ong) e chi sfrutta i migranti (dalle guardie libiche al “padronato” europeo). E poi c’è il tema della convivialità, da non confondere con il buonismo, tantomeno con il concetto tutto occidentale di integrazione. Si può vivere insieme per fronteggiare problemi comuni (guerra, tasse, terrorismo, ex mariti o ex mogli) e abitudini universalmente riconosciute (ad esempio la “gnocca”) e non perché qualcuno ci viene a dire che occorre stare tutti nella stessa casa, per costrizione (c’è una scena meravigliosa di un africano, incontrato su un barcone, che non appena arrivato in Italia, a Vibo Valentia e non a Capri o Pantelleria, entra nell’inner circle dell’intellighenzia e pubblica un libro intitolato “La candida” in cui spiega agli italiani come guarire il fascismo che è dentro di loro) oppure per contaminazione (c’è un’altra scena meravigliosa in cui Checco Zalone viene portato a un festival multiculti da una ricca bianca pasionaria no global).

Eppure il secondo livello del film, quello sotto la superficie, è lo scontro profondo in atto, non visibile ma eversivo, tra modernità (androgina, pol.corr., narcisista, urbanizzata) e il buon selvaggio di Rousseau (anti-utilitarista, solidale, comunitarista, sentimentale), che sia di pelle bianca, nera o rossa. In Quo Vado, dopo un’esperienza a Capo Nord, nella “civilissima” Norvegia, avanguardia del “mondo libero e progressista”, Checco Zalone decideva alla fine di tornare all’essenza della vita, in Africa. In Tolo Tolo invece lo scontro si riproduce nei ricorrenti sogni perversi di Zalone, che confonde civiltà e barbarie, bene e male, bello e brutto. A Spinazzola, luogo dell’immoto, apre un sushi stracittadino mentre lui, “interior designer” – come ricorda a un capocantiere sulla rotta subsahariana – nel piccolo villaggio ancestrale d’Africa del suo compagno di avventura Omar, sogna di portare un ristorante analogo ai nuovi canoni occidentali. A ricordarci che la realtà è una fake news, come i nostri sogni. E allora meglio le favole per bambini del finale di quelle che ci raccontano gli adulti.