Le periferie delle città italiane assomigliano sempre più alle banlieue francesi. Tor Sapienza e non solo. Le immagini e i filmati che nel 2005 mostravano macchine bruciate, rastrellamenti, barricate, scontri e violenze, erano la conseguenza di un percorso urbanistico e demografico fallimentare avviato Oltralpe negli anni Settanta. La Francia a differenza dell’Italia e di molti altri Paesi europei, per via del suo passato coloniale, ha conosciuto nella seconda metà del Novecento dei grandi flussi migratori provenienti dal Magreb, dall’Africa subsariana e dall’Asia orientale. Di fronte all’arrivo di queste nuove popolazioni – che in fondo facevano comodo agli imprenditori poiché rappresentavano mano d’opera a basso costo, basti ricordare i discorsi di Georges Marchais, allora segretario del Partito Comunista Francese, che nel 1981 diceva di voler bloccare l’immigrazione clandestina – la classe dirigente dell’epoca avviò un vasto progetto residenziale e urbanistico nelle zone periferiche delle grandi città. Nate come luoghi di transito (residenze provvisorie) per gli immigrati, le banlieue (sobborghi) sono diventate dopo gli anni Ottanta la loro dimora fissa.

Ad accelerare la costruzione di questi quartieri periferici fu il governo socialista dell’ex presidente François Mitterand (1981-1995), che vide in queste sacche urbanistiche abitate in maggioranza da stranieri (africani e arabi), la futura nuova base elettorale del centro-sinistra. Pochi anni dopo infatti, nel 1984, fu creato ad arte l’anti-razzismo istituzionale tramite associazioni come SOS racisme. Sul piano elettorale il partito socialista ebbe il suo nuovo elettorato, gli stranieri naturalizzati, tuttavia su quello sociale, queste organizzazioni non hanno fatto altro che mettere gli immigrati di seconda generazione contro i locali, alimentando il razzismo anti-francese ed il razzismo tout court, e facendo fallire il modello d’integrazione assimilativo. Accanto alle strumentalizzazioni politiche, le banlieue sono diventate negli anni successivi dei non-luoghi insicuri, sovraffollati, degradanti, impoveriti. Dei veri e propri ghetti, dove persino le forze dell’ordine non possono avere accesso.

In Italia il processo di trasformazione è simile sul piano urbanistico ma non su quello etnico-demografico. C’è stata la speculazione edilizia descritta magistralmente nel 1955 da Pier Paolo Pasolini in Ragazzi di Vita e la “distruzione paesaggistica dell’Italia”, come c’è stato “l’arrivo dei nuovi ricchi che hanno rovinato il patrimonio culturale, artistico e morale e le antiche tradizioni” (Leo Longanesi). C’è stata la cementificazione (“13 milioni di edifici negli ultimi cinquant’anni”, afferma Sgarbi), come c’è stato il dominio dell’ingegneria sull’architettura nelle periferie (trionfo della tecnica a basso costo sulla perennità artistica) mentre nei quartieri chic, gli “archistar”, hanno blindato il territorio. A differenza della Francia però, nei “luoghi (italiani, ndr) dove la gente vive come se si trovasse infilata in scaffali” (Buttafuoco) non c’è mai stata una maggioranza di residenti stranieri. Il trasferimento in massa delle nuove popolazioni nei quartieri popolari è recente, data di una decina di anni almeno. Ecco perché le periferie delle città italiane fanno venire in mente al giornalista Pietrangelo Buttafuoco gli esperimenti dell’etologo Konrad Lorenz: “recinti in cui venivano collocate le cavie, che a forza di stare ammassate esplodevano in comportamenti aggressivi le une verso le altre”.

Da qualche anno, nei quartieri popolari si elaborano le prove tecniche per una guerra civile. Ci fanno credere che il fattore del conflitto sia quello etnico e non quello economico-sociale. Eppure nei quartieri chic i ricchi americani, i ricchi sauditi e i ricchi italiani convivono in modo armonioso. La povertà è il vero fattore. Questa strategia della tensione alimentata dai giornalisti coincide perfettamente con quella degli stregoni della guerra civile che sacrificano la sicurezza nazionale (il ministero dell’Interno vuole eliminare centinaia di presidi territoriali di polizia, carabinieri e guardia di finanza, qui). Di fronte alle tensioni di questi giorni, il caso francese delle banlieue ce lo insegna: gli immigrati non si facciano manipolare dal centro-sinistra e i residenti evitino di fare il gioco del centro-destra. Se no fallirà, a lungo termine, qualsiasi forma d’integrazione, e a breve, sarà la guerra civile. E di noi non rimarrà più nulla.