La tifoseria è un atto di fede ma non serve stracciarsi le vesti perché Tutto era già stato scritto. Qassem Suleimani era un Pasdaran, indossava l’uniforme militare, sapeva di muoversi sui fili elettrici del Vicino e Medio Oriente, era già sfuggito a diversi attentati e non si era mai tirato indietro in Siria e in Iraq quando occorreva andare in prima linea con i soldati che comandava contro Daesh. Un uomo, soprattutto se sciita, lo conosci dalla pietra poggiata sull’anello. Quella del Generale iraniano era marrone, un colore che nell’alchimia viene associato al mondo terreno, è sinonimo di equilibrio fisico e mentale, e si indossa per entrare in armonia con sé stessi, con lo spirito del tempo e dello spazio. Qassem Suleimani non la cambiava mai, probabilmente, per via del ruolo di altissimo profilo che ricopriva, gli permetteva di restare umile, calmo, in comunione nella rigorosa gerarchia militare pan sciita, con le persone sotto di lui. Quando i rumor lo indicavano come prossimo candidato alle elezioni presidenziali nella Repubblica Islamica dell’Iran inviò una lettera alla Guida Suprema Ali Khamanei, poi divenuta di dominio pubblico, in cui scriveva che era “nato soldato” e sarebbe morto “da soldato” con i suoi “soldati”. Alla moglie invece lasciò un piccolo bigliettino con inciso “mia cara moglie, ho individuato il mio luogo di sepoltura nel cimitero dei martiri di Kerman, Muhammad (il fratello, ndr), lo sa. La mia lapide deve essere semplice, come i miei amici martiri. Sopra di essa scriveteci “Soldato Qassem Soleimani”, senza ulteriori frasi”. Nessuna apologia, nessuna beatificazione, non spetta a noi, ma è molto più interessante raccontare l’uomo dietro la divisa, e il significato del suo sacrificio per un’intera comunità politica e religiosa.

Qassem Suleimani non era né un terrorista né un patriota, bensì un erede dell’Imam Hussein, figlio di Fatima, nipote di Maometto, la cui morte a Karbala (nell’odierno Iraq dove è sepolto) nel 680 ha inventato il culto del martirio. È col suo martirio che si consolida storicamente la fitna, il grande litigio, tra sciiti e sunniti. Quell’uomo carismatico rappresentato dall’iconografia con un copricapo verde, la barba folta, in sella ad un cavallo bianco, adorato da tutti i fedeli per la sua tenacia e quello spirito di ribellione nei confronti di un Califfato oppressore, considerato peraltro il responsabile dell’assassinio di suo padre Alì (primo Imam dello sciismo, genero del profeta Maometto ed emiro dei credenti). Il Signore dei Martiri – questo è l’appellativo di Hussein – decise dunque di partire insieme ai suoi seguaci ed alcuni familiari, tra cui donne e bambini, per liberare Karbala. Quando da Damasco si venne a sapere che la rivolta degli “alidi” sarà repressa col sangue da un esercito di 4mila soldati mandati dal califfo Yazid (oggi nessun sciita chiama il proprio figlio con questo nome proprio), gli abitanti di Karbala si rifugiarono in casa e non uscirono in soccorso di Hussein, lasciandolo così ad un tragico destino che lui stesso in fin dei conti scelse volontariamente.

La battaglia si concluse con la tortura e la morte di tutti i suoi fedelissimi, ad eccezione di Zayn, rimasto sotto una tenda perché malato, mentre la sua testa fu mozzata e portata trionfalmente nell’attuale capitale siriana dove oggi sorge la Grande Moschea Omayyade. La commemorazione dell’Ashura serve proprio a mettere indietro le lancette del tempo ed espiare la colpa di aver tradito il figlio di Fatima sacrificatosi per un’intera comunità religiosa che oggi vendica secoli di persecuzioni (per 35 anni il governo centrale iracheno ne vietò i festeggiamenti). Oggi il centro più importante delle celebrazioni è ovviamente Karbala, dove si svolge anche il pellegrinaggio dell’Arbaeen – che ormai ha assunto proporzioni tali da rivaleggiare con l’Hajj, il pellegrinaggio alla Mecca, in Arabia Saudita, uno dei cinque pilastri dell’Islam – esattamente quaranta giorni dopo la ricorrenza del massacro. Proprio lì, nel santuario che racchiude il corpo di Hussein, si dice che ci sia anche quello di Wahab ibn Janah al Kalby, un giovane cristiano che decise di seguire l’Imam per combattere le truppe omayyadi del califfo Yazid. Si dice anche che nessuno gli chiese di convertirsi tanto da rimanere fedele al suo credo religioso fino alla morte e oggi al pari degli altri soldati musulmani viene considerato uno dei 72 martiri di quel massacro. I più attenti studiosi, non avranno problemi a leggere tra le righe questo passaggio e a intravedere il significato profondo della liberazione dei villaggi dei cristiani in Siria, nella recente guerra, da parte delle milizie sciite.

In questi giorni di lutto, dove si celebrano i funerali di Qassem Suleimani, una vera e propria icona popolare per via della sua guerra personale contro l’Isis in Siria e in Iraq, e ucciso da un drone americano, nel modo più meschino dall’arma più meschina, sembra di ritornare indietro nel tempo. Le immagini che arrivano dai luoghi santi dell’Islam sciita, sono di una forza simbolica non ordinaria. Come nell’Ashura, come nell’Arbaeen, si rivive il senso profondo del martirio. Sulle moschee vengono esposti i vessilli rossi, che nella tradizione sciita, simboleggiano il sangue versato dai combattenti per la giustizia, e il preludio della battaglia che è prima di tutto interiore. Folle oceaniche invadono le strade di Avhaz (e non solo), nella provincia del Kuzestan, in Iran, per inseguire il camion che trasporta il corpo del Generale, accompagnato dai canti solenni dei suoi seguaci. Il cuore degli uomini diventa un tamburo, le lacrime delle donne accarezzano le guance, pochi gridano vendetta, un sentimento troppo terreno, un pensiero debole, perché il lamento è diverso dal pianto,  e ogni sciita vorrebbe essere in quella bara, al fianco di Suleimani, che oggi siede accanto ad Hussein. Ad attendere gli audaci è il paradiso.

Per essere i padroni della regione non basta avere una regia come ambasciata a Baghdad, tantomeno basi militari isolate sul territorio. Gli Stati Uniti sono ormai fuori dalla storia recente mediorientale. Hezbollah governa in Libano assieme ai cristiani, il clero iraniano continua ad iscriversi nella tradizione rivoluzionaria di Ruhollah Khomeini, l’Ayatollah al Sistani ha riportato la comunità sciita al centro del processo unitario iracheno e Bashar al Assad è rimasto al potere in Siria, gli Houthi continuano a resistere in Yemen da soli contro tutti. Sulle ceneri dell’Isis si è consolidata una nuova potenza mediorientale, la Mezzaluna sciita, che gestisce l’apparato militare, espande il suo credo religioso, esalta la Russia come interlocutore strategico, e vede la Cina come interlocutore economico.

Chi ora si aspetta un escalation militare, una reazione mirata, una rappresaglia proporzionata, non capisce che l’Islam Sciita è una religione millenarista, una fede dell’attesa, nel ritorno del Dodicesimo Imam, l’Imam nascosto, una devozione che si definisce non nella legge in sé, bensì nel logos, nella passione, nel dramma, in una sorta di mistica della disfatta provvidenziale e provvisoria che vive “un esilio terrestre per raggiungere la geometria mistica” come scriveva magistralmente Frithjof Schuon. La risposta all’assassinio di Qassem Suleimani sono la celebrazione di un uomo ucciso dal suo nemico, la beatificazione di un martire, la genesi di un elemento soprannaturale che riporta i vivi nel mondo dei morti e i morti nel mondo dei vivi, e ricorda ai fedeli persino nel 2020 che “ogni giorno è Ashura, ogni terra è Karbala”. Quello che non ha capito nemmeno l’inner circle del cow boy Donald Trump, che gioisce come un adolescente dalle stanze in cui si pilotano a distanza i droni, e con lui i “sovranisti coloniali” del Vecchio Continente, è che ora il capo delle Brigate al Quds invece di un poster da attaccare alle pareti è diventato una forza collettiva che agita le coscienze dall’Oltretomba. I giovani hanno ritrovato un modello, e i popoli sciiti un anello di congiunzione. Sbagliano ad esultare quelli che in questi giorni hanno definito Qassem Suleimani un terrorista, perché nell’universo sciita la storia dei Segni la scrivono i morti.