Il calcio va trattato con la massima serietà. Da manifestazione nazional-popolare si è trasformato in evento politico, sociale, scientifico. Ma soprattutto è diventato il braccio armato di quella che Max Horkheimer e Theodor Adorno chiamavano in Dialettica dell’Illuminismo “l’industria culturale”. Processo secondo il quale la cultura viene ridotta a merce ed in cui la legge dello scambio e del profitto si estende ai prodotti dello spirito. Il calcio come il cinema, l’arte, la televisione. L’industria culturale vuole di fatto che la fruizione dei contenuti debba poter essere ottenuta senza alcuno sforzo da parte del consumatore.

I giocatori convocati dal commissario tecnico della nazionale, ma soprattutto quelli visti ieri nella partita Italia-Uruguay (in pochi si salvano) incarnano profondamente lo spirito di questa teoria francofortese. Tronisti travestiti da calciatori. Le dimissioni di Cesare Prandelli e di Giancarlo Abete non scandalizzerebbero in una società normale appunto perché normali. La politica non ce lo insegna, ma chi sbaglia deve assumersi le proprie responsabilità. Il miglior commento dopo la sfida che ha visto l’Italia perdere uno a zero è arrivato dal centrocampista Daniele De Rossi che ha affermato: “ci sono state certamente componenti che hanno condizionato il risultato, come il caldo o l’arbitraggio negativo, ma non dobbiamo appellarci a queste. Dobbiamo dimenticare in fretta; anzi mi correggo: dobbiamo tenere bene in mente tutto e ripartire dagli uomini veri. Non dalle figurine o dai personaggi: questi non servono alla Nazionale”. Ecco. Il cattivo arbitraggio è soltanto l’alibi di un’intera nazione – orchestrata dal circo mediatico – incapace di assumersi le proprie responsabilità. Capace invece di nascondersi dietro un innocente e simpatico morso di Suarez. Inghilterra, Costarica e Uruguay erano avversari alla nostra portata. Ma si sa che gli umili vedono il mondiale come un mezzo, vedi la Colombia, il Ghana, l’Iran, mentre i calciatori italiani, eccetto Pirlo, Verratti, Buffon e pochi altri, lo vedono come un fine. Basta una convocazione per sentirsi “arrivati”. Da qui nasce il tramonto di una squadra che dovrebbe caricarsi sulle spalle un’intera nazione, soprattutto oggi in un momento così difficile. Così ha fatto la Grecia contro la Costa D’Avorio. Fino all’ultimo secondo. La società del benessere fa male: troppe mignotte, troppe macchine, troppe riconoscenze, troppa televisione, troppi sponsor, troppi bambini viziati, plurimiliardari e svirilizzati. Pochi uomini.

La società unanime sta domandando agli uomini di rivelare la femminilità che è in loro. Con sospetta, morbosa e stupefacente buona volontà gli uomini stanno facendo del loro meglio per mettere in atto questo programma ambizioso: diventare una donna come le altre. In sostanza per superare i propri istinti arcaici. La donna non è più un sesso, è un ideale”. Così scrive Eric Zemmour, ex-editorialista del quotidiano francese Le Figaro, nel suo libro L’Uomo Maschio. Un’intera decade dedicata al mutamento antropologico del genere mascolino. L’uomo è descritto svirilizzato, tramortito, anch’esso, nell’epicentro dell’universo femminile, dell’eccessivo sentimentalismo ed emotivismo, dell’apparenza e dell’estetica. Sempre più uomini, infatti, fanno uso di prodotti cosmetici, delle cure del viso per uomo (in Francia c’è stato un aumento dell’87% di vendite in un anno), di trattamenti di bellezza e di abbronzatura, di centri estetici. Oggi la depilazione è un fattore comune a gran parte della popolazione maschile, vedi i modelli culturali quali calciatori e tronisti, è la lotta contro il pelo, simbolo di un passato primitivo, dell’istinto mascolino, aggressivo e predatore della virilità. La depilazione segna l’allontanamento da questo stato di cose per tendere verso la purezza, l’innocenza, la dolcezza femminile. “È un’autentica rottura storica” ci dice Zemmour. Allora meglio quel morso di Suarez su un Chiellini sempre a terra e con il braccio alzato a chiedere che venga fischiato un fuorigioco. In quel gesto c’è tutto. Ghigno, follia, grinta, virilità, rabbia, voglia di vincere.