Aprire la crisi di governo è stato un atto irresponsabile pertanto è servito a smascherare chi in questi mesi ha lavorato sottotraccia per rompere l’accordo Lega-M5S e allo stesso tempo svelato le ragioni per cui in fin dei conti questa alleanza convenga a entrambi. Le reazioni scriteriate di opinionisti, giornali, gruppi di pressione internazionali, correnti interne, sono la dimostrazione che il legame tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio scontenta coloro che vogliono sottomettere l’interesse nazionale dell’Italia a un disegno molto preciso, di parte, di destra o di sinistra, atlantico, europeista o eurasiatico, nordista o meridionalista, quando in realtà la forza sta proprio nell’ambiguità, nella sintesi, nella possibilità di poter giocare la partita su più tavoli per poter aumentare la propria forza contrattuale con le parti sociali, i potentati economici, le potenze straniere. Risulta paradossale per due partiti che si rivendicano nazional-populisti, ma in un Paese a sovranità limitata, in cui mancano quelle che Niccolò Machiavelli definiva le prerogative inalienabili del Principe, ovvero “battere moneta e disporre del monopolio della forza armata”, è l’unico modo per ritrovare dei margini di manovra in una fase transitoria e che non può e non deve essere definitiva.

Ecco che di fronte ad uno scenario che vede la possibilità di un accordo tra Movimento 5 Stelle e Partito Democratico è bene riportare i tre maggiori benefici, aldilà dei decreti portati avanti in questi 15 mesi di governo, che invece otterrebbero Lega e Movimento 5 Stelle qualora dovessero tornare insieme con un nuovo contratto e una rinnovata squadra di ministri. In primo luogo, il populismo, che è un fenomeno globale, vive una parabola discendente, e in questa fase storica il voto di consenso conta molto di più rispetto a quello di protesta, per cui rimanere al governo li fa crescere (o rimanere stabili) nei sondaggi. In secondo, nel 2022 scade il mandato del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, e per quanto sia superiore per stile, equidistanza e rispetto della volontà popolare in confronto a Giorgio Napolitano, rimane il maggiore esponente del cosiddetto “terzo partito” di governo, e preservare l’alleanza gialloverde vorrebbe dire avere la possibilità di scegliere un nome condiviso nonché slegato dalle pressioni internazionali. In terzo e ultimo luogo, piuttosto che sgonfiarsi entrambi in termini di consenso, mantenendo vivo il contratto di governo, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, possono continuare quel processo di “cannibalizzazone” degli schieramenti di opposizione iniziato più di un anno fa, e dividersi nel medio e lungo termine l’elettorato italiano. Se il Movimento 5 Stelle va con il Partito Democratico, marginalizza e distrugge la Lega, depotenziata all’opposizione e condannata ad arrivare sempre seconda, messa all’angolo da un fronte repubblicano illegittimo e impopolare, ma allo stesso tempo si condannerebbe all’autodistruzione, a meno che non si trasformi in una sorta di nuova Democrazia Cristiana, apparentemente antitetica all’idea originaria dei pentastellati. Se invece decidono di ricucire, accompagnano l’esplosione di Forza Italia, e rafforzano la spaccatura interna al PD diviso tra Matteo Renzi che controlla i parlamentari e il segretario Nicola Zingaretti che tiene il partito in una posizione marginale.

Sebastiano Caputo (ID): "Se la Lega non trova accordo con M5S si prepara campagna elettorale Italexit"

Stamattina a Studio 24, su RaiNews24, ho ribadito alcuni punti toccati ieri sulle colonne digitali de L'Intellettuale Dissidente.

Posted by Sebastiano Caputo on Thursday, August 22, 2019

Ora bisogna sperare che la riapertura del “forno”, come si dice in gergo, con il PD sia soltanto una carta che il M5S ha poggiato sul tavolo per terrorizzare la Lega e farla tornare indietro sui suoi passi ma con un atteggiamento più collaborativo e meno aggressivo, neutralizzandone in sostanza il potere di ricatto, quasi ritorcendoglielo contro, dato che nelle repubbliche parlamentari conta il numero di eletti e non il numero di persone nelle piazze. E ad ascoltare le parole di Matteo Salvini in conferenza stampa dopo i colloqui al Colle, appare pronto e determinato a riprovarci. Staremo a vedere se hanno imparato ad essere così spregiudicati. E se così fosse quella seduta in Senato del 20 agosto diventerebbe “il più grande spettacolo” degli ultimi decenni.