Le puntate che hanno visto Simone Di Stefano (ex candidato premier di Casa Pound Italia) da Corrado Formigli a Piazza Pulita (qui) e Pietrangelo Buttafuoco (scrittore) da Lilli Gruber a Otto e Mezzo (qui) non possono passare inosservate. Entrambe meritano uno studio più approfondito. Seppur diversi fra loro, i due ospiti, hanno avuto in comune il fatto di essere oppositori, unici e solitari, alla doxa massmediatica. Ci sono però tre elementi decisivi che li hanno distinti: l’esperienza (Buttafuoco ha chiesto le scuse in diretta ad Augias), la lucidità (non ha perso il controllo di sé replicando così: “C’è un’arte tutta liberale di zittire l’interlocutore ridicolizzandolo o criminalizzandolo”) e la cultura (ha chiuso la puntata citando il film “Il federale” e stringendogli la mano). Con questi tre elementi, Buttafuoco, a differenza di Di Stefano, è uscito vincitore dal confronto e ha tracciato la ricetta contro-inquisitoria.

Lunedì sera Corrado Formigli, per quanto sia un giornalista mediocre e banale, è riuscito abilmente a portare a casa il risultato. Il politicamente corretto oltre ad essere una dottrina semplicistica e di facile consenso riesce a recuperare tutta la sua forza se usata con scaltrezza. I giornalisti di regime sono maestri di questa retorica. Sofisti. Dopo aver mandato un servizio fazioso sul movimento politico di cui Di Stefano è uno dei leader, Formigli ha scaricato una raffica di domande premeditate che miravano a far genuflettere l’ospite: “siete democratici?”, “lei è fascista?”, “prendete le distanze da chi festeggia Hitler e da chi nega lo sterminio degli ebrei?”, “crede che siano esistite le camere a gas?”, “Condivide, stigmatizza, critica?”, “Quale discussione storica?”, “Lei quale discussione vuole riaprire?”.

Simone Di Stefano dopo aver girato attorno alle domande – “ma dobbiamo parlare di politica o di storia?” – mostrando una certa virilità argomentativa è stato successivamente colto alla sprovvista dalla velocità della trasmissione condotta da Formigli, il quale prima di mandare la pubblicità ha replicato al posto del leader di Casa Pound: “facciamo una cosa, ora ci fermiamo, a me fa già piacere il fatto che lei non condivide e non appoggia le tesi negazioniste, queste tesi nel suo movimento serpeggiano, ma Lei ne prende le distanze”. Di Stefano, goffamente, a causa dei rapidi ritmi televisivi annuisce e cerca di piazzare un “però”, ma il sofista Formigli riesce a tappargli la bocca e a mandare la pubblicità. Di Stefano si è genuflesso (senza volerlo) sull’altare di Formigli. Del resto lo ha detto anche il conduttore durante il confronto: “vorrei che lei mi rispondesse poi parliamo d’immigrazione”, “per accettare una forza politica nel gioco democratico ci devono essere delle basi condivise”, che in parole povere significa o ti prostrai alla doxa o non ti diamo il microfono e quindi non ti facciamo parlare. Finita la pubblicità Formigli manda in onda un servizio umoristico caricaturale sull’immigrazione, poi una giornalista parla delle cifre (positive) dell’immigrazione. Fin qui nulla di eccezionale fino a quando la parola passa a Di Stefano che attacca giustamente chi pianifica l’immigrazione (non gli immigrati in sé) e chi ne beneficia. Ma sotto la pressione di Formigli, Di Stefano scivola subito dopo: “gli immigrati portano degrado”. Il teatrino è perfetto: interviene tra gli applausi il liberal Furfaro (“siete violenti” “siete omofobi”, “siete razzisti”, “dovreste essere banditi”), poi subentra una donna straniera cittadina italiana con un discorso condivisibile. La televisione è perfida. Nella confusione, Di Stefano diventa strumentale al palinsesto di Piazza Pulita. Se poi di sottofondo c’è la voce dell’assessore di Fratelli d’Italia Viviana Beccalossi che riesuma le vecchie logiche (“tu sei di sinistra”, “io sono orgogliosamente di destra”)…il gioco è fatto. Invece di fare un’alleanza dialettica con la donna straniera cittadina italiana che porta avanti un discorso ragionevole (“dobbiamo lottare insieme non farci la lotta fra poveri”), Di Stefano si polarizza al fianco della Beccalossi. La trappola ha funzionato: da una parte ci sono i razzisti di destra e dall’altra i razzisti di sinistra travestiti da anti-razzisti.

Formigli può infierire e affondare: “che facciamo? Gli immigrati regolari (quelli che hanno il permesso di soggiorno, lavorano e pagano le tasse, ndr) li mandiamo via? Li facciamo diventare cittadini con minori diritti degli italiani?”. Di Stefano, ancora sotto la pressione di Formigli e i ritmi velocissimi della puntata che si avvicina alla chiusura, risponde in un primo tempo bene distinguendo gli immigrati clandestini dagli immigrati con la cittadinanza italiana, poi però scivola sullo slogan “prima gli italiani” – senza finire la distinzione precedente che è cruciale – ed infine scade sul tribalismo (“noi difendiamo i nostri fratelli”) lasciando credere all’auditorio di legittimare un sistema di Apartheid (cittadini con minori diritti rispetto ad altri) sul modello israeliano. Finita la discussione, pochi minuti dopo termina il programma. Simone Di Stefano ne esce sconfitto. Eppure chi non ha barriere ideologiche, dovrebbe avere l’onestà di affermare che, anche non condividendo in toto il modus operandi di Casa Pound, la vera ferocia – quella “borghese”, per citare Edouard Drumont – non sta nel discorso politico di CPI ma in quello giornalistico di Corrado Formigli. La ferocia borghese sta nella sua supponenza, nella sua arroganza, nel suo asservimento al potere. Ecco perché chi è contro l’ingiustizia deve inevitabilmente esprimere solidarietà a Simone Di Stefano che a differenza di Formigli, possiede una certa virilità e soprattutto quell’umiltà che manca a tutti questi personaggi iper-mediatizzati che davanti alle telecamere e sotto i riflettori sono dei leoni, ma nella vita reale sono i primi a scappare.