Il Potere ha una grande capacità di rigenerarsi, cambiare abito, indossare nuove maschere. Se non si coglie l’intelligenza del nemico – shmittianamente inteso -, non si può comprendere il mondo in cui viviamo. Come non si può comprende la scalata di Matteo Renzi a Palazzo Chigi. Ma prima ancora è necessario confrontare il nuovo premier italiano con tre personalità estremamente influenti nonché tutte provenienti dal mondo anglosassone e dai sui circoli cultural-finanziari: Margaret Thatcher, Barack Obama e Mario Monti. L’ex sindaco di Firenze si iscrive in perfetta continuità con queste logiche sistemiche, ma soprattutto si distingue, esattamente come gli altri, per la maschera o l’abito – funzionale al Potere e al contesto storico – che indossa. Nel mondo moderno “l’albero nasconde la foresta” per questo motivo le caratteristiche, le apparenze, i gesti, i particolari, contano più di ogni altra cosa. Sono questi dettagli ad ingannare l’opinione pubblica, perché sono questi dettagli a spadroneggiare nelle prime pagine dei giornali. Margaret Thatcher perché “donna”, Barack Obama  perché “nero”,  Mario Monti perché  “saggio”, Matteo Renzi perché giovane,  moderno, amichevole, confidenziale.

La “lady di ferro” – a capo dei conservatori e dell’Inghilterra dal 1979 al 1990 – sotto la minigonna e un’apparente femminilità ha incarnato con le sue decisioni politiche tutta la violenza neo-liberale della City londinese e del neoconservatorismo anglo-americano. Lasciò morire il prigioniero  irlandese  Bobby Sands, violò la sovranità nazionale dell’Argentina sulle isole Malvinas, abolì la gratuità del latte nelle scuole per i bambini, piegò i minatori inglesi e i sindacati impegnati nello sciopero più drammatico della storia moderna inglese, quello in cui ci si opponeva alla chiusura delle miniere di carbone, ed infine il suo motto era: “there is no such thing as society”, non esiste una cosa chiamata società, esistono solo degli individui che si associano. Pertanto i posteri la ricordano come la prima donna a capo del governo inglese.

Per Barack Obama invece ad interessarci non è il “sesso” ma “il  colore della pelle”. Con l’elezione di un “afro-americano” alla presidenza della Casa Bianca – il primo nella storia degli Stati Uniti -, il Potere si è garantito il proseguimento della “dottrina Bush” in politica estera. Solo un “nero” buono” (probabilmente anche con origini musulmane) uscito dal branco dei “non occidentali cattivi”, poteva realizzare un progetto egemonico – imperialismo e colonizzazione dell’Africa e del Vicino Oriente – che non è più giustificabile né con le menzogne mediatiche né con l’esportazione dei diritti umani.  A  distanza di sei anni Barack Obama ha ordinato l’aggressione alla Libia, al Mali, alla Costa d’Avorio; rafforzato le sanzioni economiche contro l’Iran; si è intromesso nella politica interna siriana; appoggiato il fondamentalismo dei Fratelli Musulmani nel Nordafrica, i rivoltosi violenti in Ucraina; non ha interrotto l’ingerenza statunitense in Afghanistan ed in Iraq, né condannato i raid israeliani su Gaza.

Con la nomina di Mario Monti e del governo dei  tecnici in Italia si è manifestato una rivoluzione linguistica che ha legittimato qualsiasi forma di coercizione. Nel giro di poche settimana il lessico mediatico ha subito una metamorfosi, fratturandosi notevolmente con il passato “berlusconiano”, per cui si usavano metafore, simbologie e allusioni più spicciole. Ai termini come “tecnico”, “professionalità”, “sobrietà”, “competenza”, si sono associate quelle di “giustizia”, “ripresa”, “soluzione”, “salvezza”, e si sono così giustificate le azioni, le manovre e le riforme di un governo illegittimo e sovversivo, perché al significato di tecnico si è opposto quello di politico, che con gli esponenti degli ultimi partiti – sin dai tempi di Tangentopoli – ha preso necessariamente una connotazione negativa. Si sono così giustificate le azioni di un governo sobrio e competente, un governo di “professori”, dunque sapienti, in grado, in quanto tali, di risollevare le sorti del Paese. Un anno dopo il governo Monti il debito pubblico è aumentato (dati Istat) e gli italiani si sono impoveriti.

Infine è arrivato Matteo Renzi, terzo presidente del  Consiglio non eletto dal popolo italiano. Al linguaggio della “professionalità” e alla figura del tecnico distante dalla gente, è subentrato l’’homo novus giovane, moderno, amichevole, confidenziale, padrone dei gesti, della comunicazione, delle apparenze. Renzi ha nominato ministri donne, alcune giovani e belle, usa Twitter  (#matteorisponde), gira in camper, indossa i “blue  jeans”, a Firenze usava la bicicletta, a volte passeggia senza scorta  (per piccoli tragitti ovviamente), si fa sbattere in prima pagina di Vanity Fair, si fa invitare da Amici di Maria De Filippi, ed entra pure nelle scuole, luogo per eccellenza della strumentalizzazione, con un sottofondo lieve, artificiale, falso che fa:

“Facciamo un salto/ Battiam le mani/ Ti salutiamo tutti insieme/ Presidente Renzi/ Muoviam la testa/ Facciamo festa/ A braccia aperte ti diciamo / benvenuto al Raiti”

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