Nessuno meglio di Carl Shmitt (1888-1985), allievo di Max Weber, aveva spiegato il significato reale del concetto di “politico”. La politica come teologia, come Leviatano, come decisione, come summa potestas. “Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione” e non solo in condizioni normali. Sovrano è per il tedesco colui che nel conflitto (in caso di minaccia dall’esterno o in caso di guerra civile all’interno dello Stato) sceglie chi è amico e chi è nemico, colui che prende posizione a favore dell’uno e contro l’altro, in modo tale da poter garantire la sopravvivenza di tutta la comunità di riferimento. Interessatosi ai filosofi della Controrivoluzione, Carl Schmitt giunge alle stesse conclusioni di Juan Donoso Cortés, il quale affermò che l’essenza del liberalismo borghese era quella di non prendere decisioni ma di tentare piuttosto di instaurare una discussione. Egli concepisce la borghesia esattamente come “clase discutidora”, “una classe che discute”, che si sottrae alle decisioni, che tace, delega, occulta. Una classe che trasferisce ogni attività politica in stampa e in Parlamento perché incapace di rendersi partecipe nelle lotte sociali.

Da una parte quindi il decisionismo schmittiano sembrerebbe denigrato da un parlamentarismo che è sinonimo di mediocrità dei politicanti, dall’altra invece, lo scrittore tedesco sottolinea come all’indomani della Seconda Guerra mondiale l’economia sia diventata qualcosa di “politico”. Il potere viene lasciato a sé stesso, decentralizzato, “spoliticizzato”, svincolato dallo Stato, neutralizzato, ma soprattutto perde il monopolio del “politico”.

Il pensiero schmittiano diventa quindi imprescindibile per comprendere il tragico declino del “politico” in Europa. Senza addentrarsi nella singolarità degli Stati e dei rispettivi partiti di destra come di sinistra che si ritagliano lo spazio pubblico, è pressappoco identico il progressivo sviluppo delle tematiche affrontate nei dibattiti istituzionali e mediatici. Se prima del Sessantotto la dialettica politica si caratterizzava ancora sulle forze produttive della nazione e sui rapporti di produzione, dopo la rivolta studentesca, fino ai giorni nostri, il confronto tra i partiti si è completamente ridimensionato.

La rivoluzione culturale generata dal Sessantotto è stata definita dal filosofo e sociologo marxista Michel Clouscard, come “liberale-libertaria”, nella misura in cui avrebbe prodotto un “mercato del desiderio” e un consumismo generalizzato che ha penetrato tutte le classi sociali (ad esempio l’operaio consuma come il letterato ed entrambi possiedono gli stessi desideri consumistici). Il capovolgimento sociale creato dal Sessantotto ha inevitabilmente plasmato – in una logica elettoralistica e consensuale – il concetto di “politico”, il quale si è trasformato nell’accezione negativa pensata dallo scrittore tedesco. Il potere si è così subordinato alle leggi del mercato e del consumo, si è imborghesito, è diventato amichevole, neutrale, privo di autorità. La contrapposizione ideologica dei partiti si è eclissata per lasciare spazio ad una dialettica politica senza contenuti, sterile, insignificante. Come affermava lo stesso Carl Shmitt, “l’economia è diventata qualcosa di politico” (la sovranità degli Stati è subordinata alle non-leggi del mercato, ndr) mentre la politica tradizionale si è “spoliticizzata”. Destra e sinistra in Europa hanno così sostituito le categorie socio-lavorative maggioritarie (reali forze produttive della nazione, in sintesi, il popolo) quali lavoratori, operai, agricoltori, artigiani, disoccupati, cassintegrati, pensionati, con categorie prive di significato (o minoritarie) in termini di rapporti di produzione quali i giovani, le donne, gli immigrati, o ancora gli omosessuali.

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