Il rapporto di “amicizia” con Bernard Henri Levy e l’accostamento all’attentato di Parigi faceva dell’ultimo romanzo di Michel Houellebecq l’ennesimo pamphlet islamofobo catalogabile nella pubblicistica fallaciana. Lo scrittore francese è stato tradito dalla sovra-mediatizzazione e da un titolo sottile quanto provocatorio. “Sottomissione” – che non sta nel rapporto di forza tra Europa e Islam, ma traduce il senso letterale della parola “Islam” il cui significato è in realtà abbandono ad Allah ed un sistema valoriale religioso – è stato frainteso da tutti. Forse a causa delle sue vecchie dichiarazioni sul credo islamico: “è la religione più stupida del mondo”. Nel 2011 Houellebecq venne accusato per “razzismo antimusulmano” e attaccato per vie legali. Vinse la causa ma negli anni successivi si ricredette. “Cosa le ha fatto cambiare opinione?” gli chiedeva un giornalista in una recente intervista. “La lettura del Corano. Un’interpretazione onesta non può sfociare nel jihadismo”, rispondeva Houellebecq. Pochi giorni dopo l’assalto alla redazione di Charlie Hebdo, ospite di Pierre Pujadas – celebre presentatore, paradossalmente, citato in Sottomissione – negli studi televisivi francesi, ha spiegato come il romanzo descrive l’inevitabile ritorno al Sacro in una società dove individualismo e consumo non riescono a cancellare le inquietudini dell’uomo: “non è romanzo islamofobo, piuttosto racconto il fallimento dell’ateismo”. Houellebecq non ha voluto cavalcare la patetica ondata emotiva che aveva travolto il mondo occidentale, tantomeno farsi associare alla facile retorica dello “scontro di civiltà”. Ha così interrotto la promozione pubblicitaria del romanzo, preferendo lasciare il Paese per trasferirsi in Germania.

Per chi ha letto il libro non scivolando in “crociate interpretazioni” è tutta un’altra storia. Houellebecq descrive, attraverso gli occhi del protagonista François, una società occidentale degenerata in cui trionfa la mediocrità intellettuale, il consumismo generalizzato, la noia. Si alterna un clima di tensione in cui forze extra-parlamentari antagoniste organizzano i preparativi per una guerra civile che vede i Bianchi (gli identitari) affrontarsi con gli Arabi (i jihadisti). Il contesto politico invece vede Marine Le Pen al ballottaggio contro il candidato della Fratellanza Musulmana, il partito islamico che da pochi anni (siamo nel 2022) si è affermato nel contesto partitico francese con oltre il 20 per cento dei consensi. Ma proprio quando il Front National sta per vincere le elezioni presidenziali, un accordo tra il centro-destra (UMP) e il centro-sinistra (PS) – il cosiddetto asse repubblicano – cede i suoi voti a Mohammed Ben Abbes consegnandoli le chiavi dell’Eliseo. Nessuna invasione, nessun colpo di Stato, nessuna violenza. Sono i partiti tradizionali a “tradire” la Francia profonda e non i “cattivi musulmani” ad impadronirsene. Non solo.

La vittoria di Ben Abbes è in realtà una sorpresa per tutti, in primis per François. Il nuovo capo di Stato, esponente di un Islam illuminato (l’espressione “Islam moderato” non viene mai usata!), fa suo lo slogan “Dio, patria, famiglia” restituendo alla Francia il suo patrimonio gollista. Non è un caso che il protagonista, durante il confronto televisivo presidenziale il giorno prima del secondo turno elettorale, mette sullo stesso piano il discorso di Marine Le Pen e quello di Ben Abbes: “dicono le stesse cose”. Eppure il leader di confessione musulmana governa con una sinistra lib-lib, progressista e anti-clericale. Appena insediatosi all’Eliseo instaura in pochi mesi una società fondata sul Sacro dove persino il cattolicesimo rinvigorisce – mentre una buona fetta degli ebrei francesi in preda alla paranoia si trasferisce in Israele -, crea una grande patria mediterranea con la Francia che fa da ponte tra le due civiltà, prende le distanze dall’Arabia Saudita in nome dell’indipendenza del suo Paese, pone al centro del sistema valoriale il nucleo famigliare e l’istruzione. Houellebecq si spoglia così del suo genio letterario francese mettendolo al servizio del genio musulmano, interpretato durante tutto il romanzo da personaggi come il presidente Ben Abbes, il rettore dell’università Robert Rediger e nel finale, lo stesso François. Più che il manifesto di uno scontro di civiltà “Sottomissione” è la narrazione di un incontro. Sorprendente e affascinante.