“Una classe di parassiti – scriveva già Engels a fine Ottocento – che si porta via il meglio della produzione sia indigena che straniera, acquista rapidamente ricchezze e l’influenza sociale corrispondente”. Chi meglio dell’anti-sindacalista Davide Serra, del pop-capitalista Oscar Farinetti, dell’esecutore Matteo Renzi, riflette il parassistismo? Mentre alla Leopolda governativa si gioca l’Italia nello scacchiere internazionale, il ceto produttivo (gli operai delle acciaierie di Terni) si giocano il posto di lavoro in uno stabilimento essenziale per la rinascita economica, e non solo, del Paese. Se la sinistra italiana post-sessantottina si era distinta dalla destra tradizionale (che oggi non esiste più dopo il patto di Arcore con Luxuria) per aver sposato la causa libertaria (permissività nei consumi, stravolgimento dei costumi e distruzione dei tabù) oggi dimostra per l’ennesima volta di essere neo-repressiva anche sul piano della produzione. Dallo sfruttamento dei lavoratori ha deviato il suo percorso post-ideologico al licenziamento di massa che si ripone in realtà su una doppia alienazione: la disoccupazione e il precariato.

Per rinforzare il suo modello neo-repressivo i metodi sono paradossali, tra questi l’uso della forza. Il manganello è stato considerato per decenni dagli intellettuali benpensanti come uno strumento della destra reazionaria e fascista. Eppure la sinistra di Matteo Renzi è riuscita ad usarlo senza esitazioni dando vita ad uno scontro tra il proletariato del terzo millennio (da una parte gli operai di Terni dall’altra le forze dell’ordine sottopagate). E poi la presenza di Maurizio Landini, segretario della Fiom e appartenente implicitamente al milieu della sinistra italiana (vedi la benedizione di Giuseppe Civati) seppur lodevole rischia da un lato di distruggere il fronte trans-ideologico e interclassista dei lavoratori (appoggiato dal popolo e dalle forze populiste e sovraniste) e farne una battaglia interna alla sinistra, dall’altro impedisce di comprendere il necessario superamento della lotta di classe che deve portare successivamente all’alleanza tra il ceto medio e quello produttivo (che invece rimangono divisi a causa dei sindacati).

Quella di Terni non è solo una contestazione ma un sollevamento post-sindacale dei ceti produttivi che mira al ribaltamento della classe dominante, parassitaria e trans-nazionale. Quella che un tempo chiedeva i tributi ai contadini e agli artigiani e che oggi reclama denaro nel nome della “responsabilità” e della “competizione”.