“Il giramondo vive in un mondo più piccolo rispetto al contadino, respirando sempre un’aria locale. Londra è un luogo, paragonata a Chicago; Chicago è un luogo, paragonata a Timbuctù. Ma Timbuctù non è un luogo, perché almeno laggiù vivono uomini che la considerano l’universo e che respirano non un’aria locale, ma i venti del mondo”.

Gilbert Keith Chesterton

L’esterofilia urbana è uno dei mali del nostro tempo. “Roma non è una capitale” ribadisce a bassa voce lo spirito borghese. Come se “essere capitale” fosse l’apogeo di ogni città. Uno dei criteri sui quali si misura questa affermazione è lo stato della rete metropolitana. Londra, Madrid e Buenos Aires hanno dodici linee, Pechino diciassette, Parigi quattordici, Tokyo tredici, New York ventisei, Berlino dieci. Teheran invece ne ha soltanto quattro, Budapest tre, Roma e Il Cairo due, Algeri una, Beirut, Gerusalemme, Tunisi zero. La metropolitana è divenuta in realtà un termometro  di civiltà estremamente paradossale e allo stesso tempo il riflesso della città moderna: un luogo tetro, malinconico, soffocante, ostile, affollato, dove si producono stupri, furti, aggressioni, minacce. La tecnica annulla le distanze, fornisce comfort, stimola l’animo umano, è vero, ma è anche il canale con il quale il sistema capitalistico si fortifica e si espande. E la città è a sua volta il riflesso del mondo capitalistico: un luogo d’insicurezza, disuguaglianze, povertà, consumo ed edonismo. Non è un caso infatti che in tutte le grandi metropoli entrate nella spirale dello Sviluppo le differenze sono minime (A Seoul, Washington e a Dubai si possono vedere le stesse cose).

Il primo ad annottare questo cambiamento fu Engels ne L’Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, il quale individuò parallelamente alla rivoluzione industriale (l’agricoltura perde il primato come settore), il passaggio da una società della sopravvivenza (consumo quel produco) ad una società dell’eccesso (produco per commerciare). Analisi che qualche decennio dopo venne estesa dal filosofo tedesco Georg Simmel che in Metropoli e vita dello spirito ha spiegato come la vita cittadina ha trasformato la lotta con la natura per il sostentamento in una lotta tra uomini per il guadagno, guadagno che non è offerto dalla natura, ma da altri uomini.

Questo mutamento ha provocato inevitabilmente la concentrazione nelle nascenti metropoli di “una classe di parassiti – scrive Engels – che porta via il meglio della produzione sia indigena che straniera, acquista rapidamente ricchezze enormi e l’influenza sociale corrispondente”. Nel mondo rurale si lavora e si produce, in quello urbano si mercanteggia, s’intermedia e si consuma. “Non bisogna stupirsi se Proudhon giudica da contadino le ferrovie – scrive Georges Sorel in Introduzione all’economia moderna -, tutto il tempo passato in carrozza gli sembra mal impiegato, egli vedeva nell’agitazione della gente che usava con frenesia i nuovi mezzi di locomozione la prova che i contemporanei cercavano più l’affare che il lavoro, cercavano cioè ogni possibile combinazione e manipolazione avente per scopo di appropriarsi della parte migliore dei prodotti, facendo l’intermediario”. Sempre Simmel ritrae la metropoli in contrapposizione alle piccole città e agli ambienti rurali, come il luogo dove il “predominio del carattere economico” e la “monetizzazione del tempo” hanno reso l’uomo razionale, pragmatico, egoista, scettico.

Non a caso Pier Paolo Pasolini in una lettera indirizzata ad Italo Calvino e scritta nel 1974 diceva di rimpiangere non l’Italietta, ma l’universo contadino. Un universo non contaminato, svincolato dall’acculturazione del Centro consumistico, dall’omologazione e dalla conformazione ad un modello unico: “è questo illimitato mondo contadino prenazionale e preindustriale, sopravvissuto solo fino a pochi anni fa, che io rimpiango (non per nulla dimoro il più a lungo possibile nei paesi del Terzo Mondo, dove esso sopravvive ancora, benché il Terzo Mondo stia anch’esso entrando nell’orbita del cosiddetto Sviluppo)”. Gli italiani non sono più quelli, scriveva il profeta Pasolini sostenendo che i ceti medi hanno subito progressivamente una mutazione antropologica (cambiamento nei valori e nei rapporti interpersonali) per ricalcare quelli della borghesia metropolitana. Non solo non sono più quelli di una volta, ma in Occidente con la progressiva “metropolizzazione” delle piccole città, gli italiani non ci saranno più. Le metropoli sono il luogo del multiculturalismo e del cosmopolitismo. Oggi infatti a livello locale le nuove generazioni si dirigono verso il Nord, oppure verso i centri urbani, non rivendicando più quei valori intrinsechi dell’universo contandino. Mentre a livello globale gli abitanti del Terzo Mondo migrano verso i Paesi cosiddetti sviluppati. Tutti ignari però che “la ragione aveva torto” (Massimo Fini) e che può esistere la “modernizzazione senza lo sviluppo” (Giulio Sapelli).

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