La storia della famiglia Rackete è quella di un padre, Ekkehart, ingegnere, ex tenente colonnello dell’Esercito tedesco, da 30 anni operativo nell’industria militare, e di sua figlia Carola, che freudianamente pensa di “ucciderlo” prima col ribellismo estetico anti-borghese (capelli rasta, ideologia no border, pseudo-terzomondismo), poi con i viaggi in autostop ai confini del mondo di chi paradossalmente “può permetterselo”, infine impegnandosi in diverse attività umanitarie (per ultima il traghettamento illecito di migranti con la nave #SeaWatch3).

In questa dinamica familiare di rivolta legittima contro la propria condizione sociale – “la mia vita è stata facile, sono bianca, tedesca, nata in un Paese ricco e con il passaporto giusto. Quando me ne sono resa conto ho sentito un obbligo morale: aiutare chi non aveva le mie stesse opportunità” ha detto Carola – c’è in realtà un rinsaldamento di tutta la filiera occidentalista per cui il complesso militare industriale alimenta l’intero sistema bellico atlantico, diffonde miseria, crea sradicamento e produce quei profughi di guerra che poi vengono recuperati, parcheggiati, strumentalizzati o utilizzati come arma di pressione dalle Organizzazioni non Governative che invece di favorire il radicamento, dunque la dignità delle persone, o denunciare le cause profonde (il non detto) inseguono le conseguenze (il già visto) e fomentano l’ideologia senza-frontierista della mobilità globale.

Perché in fondo tutta questa vicenda legata al fenomeno migratorio nel mar Mediterraneo dovrebbe essere un pianto e invece si fa l’apologia dell’esilio involontario. Come se i migranti, i rifugiati, gli sconfitti della globalizzazione, avessero scelto di lasciare il loro villaggio originario. Così l’odissea dei dannati della terra improvvisamente diventa un viaggio in prima classe e allo stesso tempo una passerella politica di chi si lava la coscienza per una sola notte.