Il fenomeno della “primavera araba” ha ribaltato in Nordafrica, dal Marocco all’Egitto, regimi politici autoritari fondamentalmente laici e con più o meno sbiadite venature socialiste, portando a capo dei nuovi governi gruppi islamici-moderati. In Tunisia, Rachid Gannouchi leader del partito Ennahda ha rimpiazzato Zine el Abidine Ben Ali. Nella vecchia Jamiryia i ribelli jihaddisti libici riuniti nel Cnt si sono sbarazzati di Gheddafi grazie all’appoggio degli anglo-franco-americani, instaurando la sharia nella legislazione della “nuova Libia”. In Marocco, il partito islamico-moderato e legittimista Giustizia e Sviluppo ha vinto le elezioni legislative portando il suo leader Abdelilah Benkirane ad esercitare il ruolo da primo ministro. Detto questo all’appello nordafricano mancherebbe soltanto Ennahda, il movimento islamico algerino che concorrerà alle legislative di maggio.

L’insieme di questi movimenti politico-religiosi non sembra voler preconizzare la restaurazione di un califfato islamico o di una cosiddetta “Repubblica Islamica” tipo Iran, e, nonostante le idee siano d’impronta fondamentalista, almeno a parole riconoscono un sistema pluralista. Tuttavia l’eclatante trionfo dei valori islamici su quelli laici racchiude in sé una situazione paradossale. Se si analizza l’evoluzione della politica estera nordamericana dopo i cosiddetti attentati dell’11 settembre e l’atteggiamento scettico nei confronti dell’Islam, la domanda che viene in mente è per quale motivo gli Stati Uniti d’America, “garanti della democrazia nel mondo” permettono un tale evento storico-politico? Perché Israele consente a gruppi islamici, antisionisti e pro-palestinesi di governare Paesi limitrofi (l’Egitto pre-Morsi) o periferici (gli altri Paesi del Maghreb)?

Al momento né Washington né Tel Aviv hanno suonato il campanello d’allarme, difficile capire il perché. La prima ipotesi presuppone che gli Usa sappiano che questi nuovi governi islamo-neoconservatori agiranno principalmente nel campo del sociale attraverso leggi che limiteranno la libertà, mentre difficilmente metteranno le mani alla macroeconomia, vale a dire il libero mercato e il sistema monetario attuale, di conseguenza risulterebbe inutile scatenare pressioni o sanzioni.

La seconda è più complessa e trova le sue radici negli scritti di Mahdi Darius Nazemroaya, sociologo specialista del Medio Oriente, che ha fondato la sua analisi su un documento intitolato “Una strategia per Israele negli anni ’80. Il piano sionista per il Medio Oriente” scritto nel 1982 da Oded Yinon, consigliere di punta al ministero degli Affari Esteri israeliano e assiduo frequentatore della Casa Bianca. Nell’analisi “Dividere, conquistare e regnare in Medio Oriente”, pubblicata alla fine del 2011, Mahdi Darius Nazemroaya spiega come questo piano strategico israeliano – il piano Yinon – ha come obiettivo quello di “balcanizzare” il mondo arabo-musulmano (dal Marocco al Pakistan) al fine di ottenere la supremazia nella zona. Questo stratagemma, spiega il sociologo, è iniziato proprio con l’attacco statunitense in Iraq nel 2003 (piano Biden e costruzione di “un grande Medio Oriente), ma con gli anni a seguire si è prolungato con la guerra in Libano del 2006 (fortunatamente fallita) e con quella in Libia (2011). Attualmente il piano Yinon sembrerebbe avanzare irrefrenabilmente con il tentativo di destabilizzazione della Siria e dell’Iran.

Oltre che la frammentazione del Vicino Oriente, il piano consiste a creare un’ulteriore scissione nell’Africa. Il nuovo disegno del continente africano prevede una spaccatura radicale tra il Nord e il Sud, vale a dire tra l’Africa araba e l’Africa nera (sub-sahariana). Questo scisma etnico-linguistico e religioso provocherebbe l’impossibilità tra le due civiltà di riconciliarsi e convergere verso un destino comune, quello che invece era il progetto di Muhammar Gheddafi. Per questo una volta fatta la separazione, il piano Yinon auspica una guerra civile nel Nordafrica tra berberi e musulmani, e nel resto dell’Africa un conflitto tribale permanente.

La vittoria dei gruppi islamici nei governi nordafricani farebbe involontariamente il gioco voluto dalla strategia Yinon, dato che questi partiti sono fondamentalmente razzisti nei confronti degli africani neri, e intolleranti verso le minoranze berbere.