“Uno Stato è libero e sovrano quando ha l’egemonia sulle armi e la moneta”.

Niccolò Machiavelli

Oggi i Veneti, domani i Triestini, i Lombardi, i Friulani, e poi ancora i Calabresi, i Siciliani, i Sardi.  L’Italia rischia di implodere per due motivi: da una parte esiste una protesta legittima su scala locale contro una classe politica parassitaria, figlia di uno Stato burocratico, esattore, privato, dall’altra invece sussiste una legislazione che garantisce ad alcune regioni (Friuli Venezia Giulia, Sardegna, Sicilia, Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta), un’autonomia speciale mentre quelle ordinarie sono relativamente svincolate da un sistema che converge più verso il federalismo che dal centralismo alla francese. La balcanizzazione dell’Italia è però solo il riflesso di quello che sta accadendo nel resto dell’Europa. Questo processo secessionistico è iniziato con la disintegrazione della Yugoslavia nel 1991 e rischia di diventare irreversibile per tutte le nazioni europee che possiedono all’interno movimenti, comitati e partiti indipendentisti (e non “annessionisti”) o legislazioni flessibili. Si pensi alle rivendicazioni autonomiste in Spagna (baschi, catalani, ecc.), in Belgio (fiamminghi e valloni), in Francia (Corsica, Alsazia), o ancora al diritto dei “land” (potere esecutivo e legislativo) in Germania.

In realtà queste dinamiche sono legittimate dai vertici dell’Unione Europea, i quali favoriscono profondamente l’abolizione del potere statale nello schema “Ue-Stato-regioni” attraverso i fondi strutturali (che non passano più nelle mani dei governi nazionali per poi essere ridistribuiti, ma si protraggano direttamente verso le regioni che li gestiscono a loro uso e consumo) e alcune istituzioni riconosciute dal Trattato di Lisbona che hanno come obiettivo di mutare le frontiere attraverso una cooperazione locale e transfrontaliera (Alpen Adria, Assembly European Region, Consiglio dei Comuni e delle Regioni d’Europa). Non è un caso che proprio l’Unione Europea abbia riconosciuta per prima l’indipendenza del Kosovo mentre una larga parte dei Paesi della comunità internazionale ancora oggi non lo riconosce come sovrano. Il Paese Basco, la Repubblica di Venezia o il Regno delle due Sicilie, a differenza dello Stato artificiale e fantoccio del Kosovo, hanno una storia millenaria e una forte identità, tuttavia è anche vero che indipendenza non fa conseguentemente rima con sovranità. Niccolò Machiavelli affermava categoricamente che “uno Stato è libero e sovrano quando ha l’egemonia sulle armi e la moneta”. A cosa servirebbe invero conquistare l’indipendenza se poi si farebbe capo all’euro – una moneta straniera – e alla Nato – un esercito straniero – ?

A cavallo tra il Diciottesimo e il Diciannovesimo secolo, il Potere ha prima cavalcato in chiave anti-clericale la caduta degli Imperi retti dalla dottrina dei valori cristiani alimentando un sentimento nazionalista in Europa. Oggi per consolidare il suo Ordine, sta distruggendo le nazioni per rifondare l’Impero. Se nei secoli scorsi il “nazionalismo” aveva un’accezione positiva, oggi l’ideologia dominante lo considera il Male Assoluto. Se si vuole quindi combattere l’Ordine non diventa necessario uscire dagli steccati linguistici e sostenere il concetto di “nazione” in quanto parametro culturale di riferimento che non è l’unico possibile ma risulta quello filosoficamente più accettabile? La nazione come mezzo, non come fine. La nazione non come reazione, ma intesa come avanguardia rivoluzionaria. La sovranità politica, quindi decisionale, amministrativa, popolare, per poi se necessario decentralizzare poteri e funzioni a livello di macroregioni nell’ambito di un interesse generale nazionale, in contrasto alle sovrastrutture mondialiste, burocratiche, non-elette (Nazioni Unite, Nato, Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, Unione Europea, ecc.) che detengono il monopolio. E poi sovranità monetaria: adottando l’euro, l’Italia ha rinunciato a battere moneta e di conseguenza ha perduto lo strumento principale della propria indipendenza. La sovranità nazionale intesa de facto come mezzo per ricostruire un’Europa nuova, comunitarista, comunitaria, allargata, forte, indipendente, plebiscitaria, libera.

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