Quella dei “soldi russi alla Lega” è la nuova serie dell’estate che molto probabilmente si rivelerà un flop mediatico come lo fu il Russiagate di Donald Trump. In primo luogo perché il partito di Matteo Salvini – al pari del Movimento 5 Stelle – fa ancora politica alla vecchia maniera con l’aggiunta dei social media, intesi come un mezzo di coinvolgimento e non un fine: opera sul territorio, riempie le piazze, organizza i gazebo, e lancia raccolte fondi dal basso, a differenza di tutti gli altri, i quali con consensi nettamente minori (vedi il Partito Democratico o Forza Italia), a volte quasi ridicoli (vedi più Europa), vivono di convention al chiuso e cene a pagamento per pochissimi intimi, con costi molto più importanti di comizi e manifestazioni negli spazi pubblici.

In democrazia contano i voti prima ancora dei soldi.

In secondo luogo perché la realtà geopolitica segue una traiettoria antitetica ai rubli: le visioni strategiche di Stati Uniti e Russia nel 2019 sono non sono mai state così lontane (per via della vicinanza con la Cina dei secondi) e il governo di Mosca si fida molto più del Movimento 5 Stelle che della Lega. Le forze che muovono in profondità la politica si analizzano attraverso lo studio approfondito di storia, filosofia e geografia e non sulla base di una fotografia pubblicata su Facebook che vede Matteo Salvini, per il quale Putin non è modello ma soltanto un’icona pop, immortalato nella Piazza Rossa, tantomeno attraverso incontri non ufficiali in cui una corrente minoritaria in mezzo a tante altre prova a portare avanti la sua strategia. Tanto è vero che nonostante i grandi proclami russofili di Salvini, il Consiglio dell’Unione Europea ha di recente deciso di rinnovare per altri sei mesi le sanzioni alla Russia introdotte del marzo del 2014 – dopo l’insurrezione nel Donbass in Ucraina sostenuta da Mosca – proprio con il voto del governo gialloverde. Poi c’è una terza ragione ed è strettamente collegata alla tempistica in cui è uscita questa notizia col supporto mediatico di una piattaforma americana volta ad “incastrare” la Lega: mentre il Sottosegretario Michele Geraci, in quota lega e ponte di collegamento con la Cina, era in missione a Washington, ma soprattutto dopo la visita di Vladimir Putin a Roma. Pur essendo stato un viaggio abbastanza formale, slegato dal colore politico del governo italiano, nell’incontro con il premier Giuseppe Conte a Palazzo Chigi c’è stato un passaggio che deve aver fatto infuriare qualcuno Oltreoceano, sommatto alle foto sorridenti e riverenti con il capo del Cremlino scattate al Palazzo Madama, e che pochi giornali hanno riportato nero su bianco. L’Italia si è detta pronta a far parte del “formato Normandia” (di cui fanno parte Russia, Ucraina, Germania e Francia) ovvero un gruppo che si pone come obiettivo quello di risolvere il conflitto dell’Europa orientale e monitorare in parte il rispetto degli accordi di Minsk. E’ proprio quello il vero nodo da sciogliere per poter ipotizzare la revoca delle sanzioni alla Russia da parte dell’Ue (tutto il resto, selfie, dichiarazioni, magliette, contano poco e niente). Il governo gialloverde con questa iniziativa ha toccato con i fili elettrici della politica globale e ora rischia di pagarne le conseguenze.

Il Russiagate all’italiana è un avvertimento prima ancora che una notizia (inconsistente ma soprattutto vuota come ha spiegato bene lo stesso Eduard Limonov in un’intervista a Repubblica). Perché nella dottrina Trump esiste una convergenza con i Paesi euro-orientali, euro-mediterranei e baltici per accerchiare il blocco franco-tedesco e impedire il rafforzamento dell’asse Berlino-Mosca, vero grande timore della Casa Bianca. Insomma Washington ha fatto capire che possiamo fare accordi con Russia e Cina ma senza avvicinarsi troppo. Il messaggio è arrivato prima di tutto alla Lega di Matteo Salvini, vero garante al governo degli interessi statunitensi in Italia e nell’area, ma è indirizzato all’intero sistema politico e partitico. E’ uno schema molto simile seppur con altri mezzi e metodi a quello della Turchia, Paese membro della Nato, sempre più allineato su posizione filo-russe (e in parte filo-iraniane), che dopo aver ipotizzato l’acquisto del sistema missilistico di difesa antiaerea S-400 di fabbricazione russa si è vista colare a picco la Lira, ma Erdogan non si è lasciato intimidire confermando in questi giorni la prima consegna e definendolo “il più importante nella storia della Turchia moderna”. E dopo Assad in Siria potrebbe essere il prossimo bersaglio del Pentagono. Ma le storie si potrebbero incrociare anche da noi. Perché quei 100 caccia di nuova generazione F-35 congelati alla Turchia che ha preferito rinsaldare le casse della Russia, Washington potrebbe rifilarceli a noi. Con pagamento in dollari.