Solo gli stupidi credono alla parola “libertà”, un concetto artificiale, effimero, adolescenziale, astratto, filosoficamente accettabile se contestualizzato in un determinato ciclo storico, ma che perde il suo significato ogni giorno, in ogni secolo, in ogni epoca. La vita di un popolo e di una nazione è un’eterna lotta tra liberati e liberatori. Primo Levi ha insegnato a non abbassare mai la guardia perché c’è sempre una “Shoah dietro l’angolo”.

Il 25 aprile le istituzioni festeggiano la “liberazione”, nel momento storico in cui il mondo è occupato dall’Impero occidentale, l’Europa da burocrati e mercanti, il Parlamento dal consociativismo, il territorio italiano da 113 basi militari statunitensi. Eppure c’è chi guarda ancora al passato, mascherando il presente. La Memoria ha sostituito la Storia. Ma la Storia si ricorda, si piange, si celebra, in silenzio. Ricordare ad alta voce divide; individuare il nemico odierno, sentire un destino comune di un popolo, auspicare un modello alternativo a quello dominante, unisce. Non significa accettare qualsiasi trasformismo, ma ricomporre un’intera nazione a partire dal ricordo di tutti quelli che si sono sacrificati per un ideale più grande, indipendentemente da qualsiasi schieramento di allora, versando il sangue, in buona fede, per poi essere traditi. “La rivoluzione è la continuazione del vecchio regime con altri mezzi” annottava Georges Sorel in Le illusioni del progresso. La rivoluzione diventa conservazione, fino a scadere nell’occupazione.

Lo storico Renzo De Felice affermò che “la peggiore eredità che il Fascismo ci ha lasciato è l’antifascismo – che, a suo dire –, era una scusa per praticare l’intolleranza violenta con delle false coperture morali”. Ennio Flaiano disse invece che “in Italia esistono due forme di fascismo: il fascismo e l’antifascismo”. Così la strategia “divide et impera”, quella della tensione, degli anni di piombo, delle violenze, degli attentati, che ha distrutto l’Italia e continua a distruggerla in un conflitto post-ideologico (tra “fascisti” e “comunisti”) con l’anti-fascismo al servizio del fascismo e viceversa. A quasi settant’anni dalla fine della guerra civile, gli italiani continuano a frammentarsi, dividersi, scontrarsi, a causa di un nostalgismo sterile, reazionario, anacronistico. Quella del 25 aprile è una lotta di secondo ordine, di retroguardia, orizzontale, tra poveri, che lascia il Nuovo Potere governare liberamente. È necessario dunque un patto generazionale. Come fecero spartani e ateniesi, divisi da sempre, nella battaglia di Salamina contro il nemico Persiano. Come fecero gollisti e comunisti in Francia nel 1944 contro l’invasore tedesco.  Come hanno fatto cristiani e musulmani in Libano di fronte alle aggressioni israeliane. Come faremo noi. Rivoluzionari di oggi, liberatori di domani, conservatori di dopodomani. 

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