Non può esistere il populismo senza il popolo, e il popolo, nella società dei consumi (Baudrillard) e dello spettacolo (Debord), sta diventando “pop-olo”. Solo con questa premessa è possibile spiegare un fine settimana a Milano Marittima che rimarrà scolpito nei libri di storia. Sabato 3 Agosto 2019, fa molto caldo, Roma è deserta, e come molti italiani, anche il ministro dell’Interno, nonché segretario federale della Lega, ha deciso di lavorare da remoto, spostando il suo ufficio in uno stabilimento balneare con un nome esotico che richiama la capitale della Polinesia francese: Papeete. Per Matteo Salvini è il luogo perfetto per cominciare il tour di agosto. Nessuna operazione di marketing perché lo frequenta da diversi anni, e nella scelta c’è rito, autenticità, magia dell’estate italiana, e questa volta coincide perfettamente con la conta dei voti, a breve si andrà ad elezioni anche in Emilia Romagna, regione storicamente “rossa”. Anche se questo conta poco a vedere dalla Toscana diventata negli ultimi anni sempre più “verde”. Così il Papeete Beach non è solo una succursale del Viminale ma un vero e proprio quartier generale dove si radunano deputati, senatori, membri dello staff, dirigenti, ministri, sottosegretari, e tra un bagno e una pausa caffè, convocano conferenze stampa, organizzano comizi, scattano fotografie con i passanti. Poi quando inizia a calare il sole, lo stabilimento si trasforma in qualcos’altro.

Pop-pulismo e pop-opolo

Le famiglie lasciano la spiaggia per fare spazio ad un’altra categoria, che quest’estate ha scelto Milano Marittima, perfettamente interscambiabile con quella che invece ha preso un aereo per Mykonos, Ibiza o Formentera. Costume o bikini, infradito o sandali, cocktail in mano, selfie, musica house a palla, con l’inno di Mameli che si confonde nel “po-po-po-po-po-po” della vittoria dei mondiali di calcio del 2006. È l’Italia della mutazione antropologica, che non ha mai visto contadini e artigiani, dunque non ha storia, che si è inserita in un’economia post-industriale, precaria, terziarizzata, vive a rate e nel tempo libero, che è cresciuta nella cultura sessantottina, si è deresponsabilizzata e ha sovrapposto la rivendicazione dei diritti al perseguimento compulsivo dei propri desideri. È anche l’Italia degli indifferenti, senza tessere di partito ma con tessere elettorali senza timbri, e basta poco in fondo per riportarli nel proprio campo politico. Non servono parole, è sufficiente andare in console, indossare le cuffie e mettere un brano musicale qualsiasi, dopo aver preparato il terreno culturale su Instagram, dove sono state archiviate tutte le stories di quel movimentato tramonto, e prima ancora a Pomeriggio Cinque nel faccia a faccia con Barbara D’Urso.

“Sono un conservatore in un Paese in cui non c’è niente da conservare”.

Leo Longanesi

E nel Paese reale esiste il ceto produttivo delle fabbriche e delle piccole e medie imprese, che in vacanza preferisce girare per sagre o salire sui monti, ma anche quello “aspirazionale anti-intellettuale”, il popolo del Papeete Beach, uno stabilimento balneare come tanti altri sparsi sulla Penisola, che vede protagonisti vocalist, cubiste, aspiranti tronisti. Nessun giudizio, la verità è che siamo tutti proletari e tutti borghesi, obbedienti alla stessa cultura di massa e integrati a un ordine non pronunciato che ci è caduto addosso, di cui siamo vittime e carnefici. Questo siamo diventati, probabilmente senza volerlo, e dobbiamo accettarlo, senza ipocrisie. Perché se la cultura media ha di fatto finito per coincidere con il trash, lo snobismo dei nuovi moralisti, che nel Sessantotto avrebbero voluto sovvertire un intero sistema valoriale, ha smesso di essere un atteggiamento alto, per trasformarsi in una pratica di sopravvivenza ancora più autorefenziale e scollegata dal Paese. Il governo, ora balneare, incassa voti, nell’Italia delle coste, mica sulle isole, in barca o nelle feste private. Ad indignarsi infatti sono i piccoli borghesi semi-colti, depositari del pensiero progressista di tutte le reazioni e di tutti i disgusti; e con loro le alte sfere istituzionali e politiche, “uniche vere depositarie della democrazia”, avverse ad ogni deriva autoritaria e illiberale, le quali però hanno fatto i conti senza il popolo, elettore e sovrano, e colpevoli di aver sottovalutato la mutazione antropologica di cui loro stesse erano precursori morali, a differenza di Salvini che è riuscito a trasformarla, nel bene e nel male, in un esercito di consensi. E il populismo è integrale (e scadente), nel senso che intercetta tutte le classi sociali e societali in quella che ormai è una società dei consumi e dello spettacolo, o non è.

“Il tempo è la sostanza di cui sono fatto. Il tempo è un fiume che mi trascina, e io sono il fiume; è una tigre che mi sbrana, ma io sono la tigre; è un fuoco che mi divora, ma io sono il fuoco. Il mondo, disgraziatamente, è reale; io, disgraziatamente, sono Borges”.

In alternativa ci sono i governi tecnici illegittimi calati dall’alto o l’abolizione del suffragio universale, una teoria che i sedicenti “democratici”, élite non illuminate, voterebbero domani, per poi scomparire per sempre, insieme alle loro maschere e aspirazioni, senza giacca e cravatta ma in camicia di lino, nel privée di un locale, in barca, o in uno stabilimento balneare, con lo stesso linguaggio del corpo, la stessa musica di sottofondo, lo stesso cocktail in mano, di chi oggi qualificano come indecente per le istituzioni. Improvvisamente tutti diventano nostalgici e patrioti, persino ritirando fotografie di epoche passate che evocano decoro e sobrietà, come se anche per loro il tempo non fosse mai trascorso. Il populismo è il regime democratico portato all’estremo, verso il basso, negli istinti, nel presente più immediato, negli abissi della realtà sociologica, senza sottrarsi alle lenti delle telecamere. Vince chi ha il coraggio di calarsi più in fondo e tornare in superficie con le mani sporche di fango e di voti. È la democrazia, l’avete voluta voi, e morirete pazzi.