“L’America ricatta il mondo rimpiango l’Urss”

Massimo Fini

“La fine dell’Urss è stata la maggiore catastrofe geopolitica del Novecento, perché ha dato il monopolio all’impero messianico americano, esportatore nel mondo di una forma di capitalismo assoluto”.

Costanzo Preve

La “guerra fredda” fu un’evidente spartizione del mondo organizzata a tavolino nel 1945 a Yalta sotto l’auspicio di Winston Churchill, Joseph Stalin e Franklin Delano Roosvelt (celebre è quella fotografia stampata nei manuali di storia dei tre presidenti seduti uno accanto all’altro). Lo status quo – stabilito in quella riunione – doveva rimanere inviolato per sempre non a caso l’Occidente non intervenne durante la rivolta ungherese del 1956 contro i sovietici, come del resto il Cremlino non ordinò mai ai partiti comunisti europei di organizzare la rivoluzione nel blocco occidentale anche quando negli Settanta-Ottanta avevano i numeri per provarci. In Italia ad esempio, il Pci, a pochi punti percentuali dalla Dc, si accontentò di un “compromesso storico”. Tuttavia nonostante una politica di contenimento dei due poli dominanti, entrambi si sono strutturati su una visione universale, conquistatrice e messianica. L’Urss si fondava sull’internazionalismo (marxismo applicato in tutti i Paesi), gli Stati Uniti invece sul mondialismo – o globalismo – (applicazione del modello neo-liberale e predominio militare nel mondo intero). Internazionalismo e mondialismo potevano quindi essere intese come due facce della stessa medaglia nella misura in cui le due dottrine si reggevano su egemonia e volontà di potenza. Se in quegli anni aveva senso preconizzare la “terza via” dinanzi all’imperialismo americano-sovietico oggi – nel mondo unipolare – è un suicidio. La resa progressiva dell’Unione Sovietica e la sua sottomissione al liberismo sono una pietra miliare per comprendere la Russia di Vladimir Putin e la sua importanza negli equilibri internazionali.

Negli anni Ottanta, il Potere anglo-americano puntò su Michail Gorbacev, insediatosi a capo del Pcus del 1985. La seduzione di Ronald Reagan spinse il leader sovietico al dialogo fino ad una metamorfosi della sua politica interna ed estera. Con Gorbacev, infatti, l’Unione abbandonò l’era dell’espansionismo con il ritiro delle truppe dall’Afghanistan e l’annullamento delle spedizioni africane[1]. I Paesi dell’Est europeo, svincolati dalla dottrina “Breznev” della sovranità limitata, vennero lasciati all’autodeterminazione e la riunificazione della Germania nel 1989 si svolse senza alcuna opposizione da parte di Mosca. Gli auspici geo-strategici di Brezinsky e di Kissinger (segretari di Stato Usa) si realizzorono: l’Unione veniva confinata a un ruolo marginale nelle relazioni internazionali. La svolta più profonda avvenne però con il discorso all’Onu del 7 dicembre 1988 in cui Gorbacev affermò la necessità di fondare un nuovo ordine internazionale articolato “sulla pace, sui valori umani universali e sul consenso” che doveva esprimersi attraverso le Nazioni Unite. Era la prima volta nella storia dell’Urss che un suo leader utilizzava un linguaggio occidentalizzante. Così si andò affermando il fenomeno Gorbacev – “gorby-mania” titolavano all’epoca i giornali (già questa definizione la diceva tutta) – tanto che nel 1990 venne premiato con il Nobel per la Pace. 

Dopo una serie di tradimenti definiti dalla neo-lingua “gli anni di apertura”, Gorbacev non se la sentì di importare il piano di liberalizzazioni disegnato dalla Casa Bianca e rallentò la sua politica economica. L’Occidente non si fidò più di lui e cambiò strategia puntando su Boris Eltsin: l’uomo giusto per distruggere il patrimonio sovietico. La mossa si rivelò vincente: il nuovo leader uscito vincitore dalle elezioni grazie alla sponsorizzazione  d’Oltreoceano, sciolse il Pcus e preparò con i giovani economisti Egor Timurovic Gadjar e Anatolij Borisovic Cubais la “terapia shock” che consisteva in una serie di liberalizzazioni seguite dalle privatizzazioni (il parallelismo con Mario Monti in Italia è qui illuminante). L’Occidente plause ma le conseguenze interne furono di un’estrema violenza. Dalle riforme si favorirono i cosiddetti “oligarchi russi” (persone, gruppi e banche vicine al Potere) e le società straniere in grado di offrire capitali immediati, mentre parallelamente esplose la corruzione, la criminalità organizzata e il divario tra ricchi e poveri. Non a caso Brezinsky definì la Russia post-comunista, la Federazione:  “una nazione vinta”. Alla fine del secondo millennio Boris Eltsin, come il suo predecessore Gorbacev, non se la sentì di assumere di fronte alla storia il peso della liquidazione delle conquiste sociali ed economiche sovietiche e lasciò le redini della Russia a un uomo misconosciuto, ex direttore dell’FSB russo (servizi segreti): Vladimir Putin, il quale riscatterà il Paese dalle usurpazioni degli anni Novanta attraverso un discorso sovranista (nazionalismo russo), e di riconciliazione nazionale (rispetto del patrimonio culturale sovietico). 

Lo zarismo di Putin non è l’internazionalismo del Pcus, come non è il messianismo degli Stati Uniti. Messianismo – incarnato da quasi tutti i presidenti nordamericani a partire da George Washington – che si è radicato nella società attraverso una confederazione di associazioni laiche e religiose, logge, società segrete, club universitari, gruppi commerciali, legati fra loro o indipendenti, ma di fatto con gli stessi fini egemonici. Vladimir Putin a differenza degli americani, non ha una visione messianica della Russia, bensì comunitaria e multipolare: l’Eurasia. Una corrente concettuale che si è sviluppata a partire dagli anni Venti nella Russia Bianca, e che ha ripreso vita negli anni Novanta proprio con il professor Alexander Dugin con la ferma volontà di reintegrare lo spazio post-sovietico in una terza (o quarta) via avversa tanto al liberismo quanto al marxismo e nemica del globalismo, nel rispetto della sovranità degli Stati.


[1]

 A. Rubbi, La Russia di Eltsin, Editori Riuniti, 2002

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