Siamo ancora una volta dentro la storia. Occorre comprenderla in attesa di entrare in una nuova fase temporale, un’altra cornice temporale. Esiste sempre la realtà, e di conseguenza esiste anche la narrazione della realtà, che è una questione molto diversa, infatti la cronistoria del contagio, e del racconto del contagio, ci suggerisce l’inizio di una epoca dove una classe dirigente verrà sostituita da un’altra classe dirigente, se quella attuale non sarà in grado di rigenerarsi.

Partiamo dall’inizio. A fine gennaio già arrivavano le prime avvisaglie di un’epidemia che dalla Cina rischiava di contagiare tutto l’Occidente, in primis l’Italia. Di fronte a questo campanello d’allarme il governo Conte, in preda al panico, inizia a studiare quali misure di restrizione adottare basandosi sulle uniche messe in atto al livello globale fino al quel momento, quelle adottate da Pechino dopo il caso di Wuhan. Un’occasione unica per il presidente Xi Jinping di invertire la tendenza dopo settimane di sinofobia tutta occidentale. E poi il Ministero degli Affari Esteri di Luigi Di Maio, e del suo capo di gabinetto Ettore Sequi (ex ambasciatore italiano in Cina), ha un canale preferenziale, dei rapporti privilegiati e costanti sul piano della circolazione delle informazioni con l’inner circle cinese. Ma l’Italia non è la Cina, e per comprendere il fenomeno (il caso Codogno è poco chiaro) mettere tutti d’accordo (il potere centrale e le regioni, i vari pezzi dell’establishment, i servizi di sicurezza e quelli segreti, e via discorrendo), scrivere la circolare e fare approvare il decreto dal Consiglio dei Ministri passa molto tempo. E il tempo, alimentato dalla paranoia massmediatica, è una pistola puntata alla tempia.

Dalla Cina è tutto, a Voi la linea. Giovanna Botteri da Pechino

Così si entra in una fase di stallo e di incertezza, in cui l’OMS non dà spiegazioni, sottovaluta il contagio, i supermercati iniziano ad essere presi d’assalto, le scuole vengono apparentemente chiuse, gli uffici svuotati, l’Unione Europea non è pervenuta. E il primo decreto ministeriale è incomprensibile ai cittadini. Lunedì 9 marzo è un giorno da ricordare nei libri di storia: l’Italia è un Paese che per 24 ore non ha nessuno al comando, dove regna l’incertezza in tutta la Penisola. Il re è nudo. Le maglie della sicurezza sono larghissime, le strade deserte, i programmi televisivi sospesi, le redazioni giornalistiche e radiofoniche disertate, i palazzi del potere abbandonati, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, dal Quirinale, resta in silenzio. Non a caso è in questo preciso istante che partono le rivolte, in simultanea, da diverse carceri italiani (una ventina in tutto!). In quelle 24 ore ci sono tutti gli elementi insieme alle congetture nazionali e internazionali per un colpo di Stato. Militare, pacifico, violento, parlamentare, extraparlamentare. Lo Stato profondo è perfettamente consapevole di questo vuoto di potere e il potere ha paura del vuoto. Per scongiurarlo, nell’arco delle 24 ore successive è cambiato tutto, o meglio, la narrazione della realtà ha superato la realtà perché nessuno è stato in grado di spiegarla e di dare le risposte che qualcun altro, nel panico diffuso, avrebbe potuto offrire. Giuste o sbagliate che fossero.

Il servizio di Corrado Formigli per Piazzapulita diventato virale in Italia.

Il servizio dalle sale di terapia intensiva di Piazzapulita (condotto da Corrado Formigli) diventato virale in Italia.

Così in poco tempo arrivano i primi reportage dalle terapie intensive, coi giornalisti in assetto di guerra, loro che la guerra non l’hanno mai vista, l’OMS dichiara “pandemia” e il governo Conte è il primo governo occidentale a far passare un decreto che ferma il tempo e sigilla lo spazio. È un decreto della paura, inquadrato dal frame della psicosi dei mezzi di informazione, immortalato da una fotografia che vede gli autocarri militari a Bergamo mandati a raccogliere i morti, e la polizia che dà caccia agli untori. Tutti a casa. È il requiem ai tempi del Coronavirus. Lo ripetono i ministri, ma soprattutto lo ripetono dalle loro case gli artisti, per consolare un’opinione pubblica governata da capitani impauriti, i quali si aggrappano a star e starlette per contenere una paura collettiva che può trasformarsi da un momento all’altro in rivolta. C’è soltanto una voce a provocare le coscienze, quella del Cardinal Ruini, unico vero artista di questa fase temporale: manda un messaggio agli italiani invitandoli non solo a far la conta dei morti ma anche di fare i conti con la morte. Una realtà dalla quale non si può sfuggire, perché siamo solo di passaggio. Negli attimi decisivi più dello stato di emergenza conta lo stato dell’anima. In fondo anche in Siria si muore per la guerra, in Africa per carestia, in altri Paesi per disastri naturali. Non basta dunque cantare l’inno nazionale dai balconi, bisogna sentirlo addosso, sulla propria pelle, e assumerlo in senso letterale: “siam pronti alla morte, l’Italia chiamò”. Come fanno coloro che la affrontano a viso aperto quando entra nelle nostre vite con violenza: i medici, i militari, nel nostro caso pandemico, anche i volontari della protezione civile.

#restateacasa

#restateacasa

Ora non contano le opinioni sul Coronavirus, tante e contraddittorie, quanto il frame sul Coronavirus, che bisogna comprendere. Anche perché la crisi sanitaria esiste, e quella economica sarà ancora più violenta. Accettarlo, il frame, significa trarne più benefici possibili. E non sono pochi. La Cina da epicentro della pandemia diventa la soluzione del problema, una sponda necessaria; le frontiere riacquisiscono un senso profondo, sacro, quasi religioso, tornano a essere limes; i trattati europei diventano cartastraccia; la società, comunità; gli individui, uomini e donne; la famiglia, un rifugio; la globalizzazione, un processo arrestabile; il superfluo, superfluo. Tutto coincide con la volontà di chi non lo accetta quel frame, perché in fondo quello stesso frame auto-distrugge i suoi stessi iniziatori. Lo stato di emergenza, che rafforza l’establishment, non è per sempre, per questo occorre curare lo stato dell’anima, in attesa del punto di rottura sociale. Già si intravede la stagione dell’amore.