C’è solo un modo per non farsi inglobare da una prospettiva americanocentrica e farsi inghiottire dalla dottrina Trump: contrapporre la geografia all’ideologia. In questo caso guardare ad Estremo Oriente, di preciso alla Repubblica Popolare Cinese di Xi Jinping e alla sua “Nuova Via della Seta”. I più scaltri e realisti del nuovo establishment italiano, consapevoli che la sovranità integrale non verrà mai concessa, né dall’Unione Europea né dagli Stati Uniti, hanno capito che l’unico modo per riconquistare una politica più o meno autonoma dettata dagli interessi nazionali  è quello di far diventare il nostro Paese il più grande crocevia degli interessi mondiali, un grande tavolo galleggiante sul Mediterraneo in cui si siedono Russia, Cina e Usa. Sfruttare la posizione geografica, diventare l’epicentro degli intrecci globali, ritrovare margini di indipendenza nazionale. Sembra strano a dirsi, ma nel 2019, appare come l’unica strada percorribile se crediamo che il nostro Paese debba avere un ruolo, una visione, un destino.

Ci ritroviamo in questa nuova fase con un’alleanza di governo che per caso o per fortuna alimenta la sua complementarità di istanze e posizionamento sul piano nazionale (Nord e Sud) come su quello internazionale (Est e Ovest). Così mentre la Lega di Matteo Salvini diventa la parte politica che tutela gli interessi del blocco occidentale (vedi la visita di Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, a Wasghington), il Movimento 5 Stelle di Luigi di Maio si fa garante di quelli russi (vedi la visita di Roberto Fico a Mosca con discorso alla Duma) in un momento storico in cui i rapporti tra i due Paesi sono giunti al punto più basso a differenza di quanti credono nella prossimità tra Donald Trump e Vladimir Putin. A rafforzare il rapporto tra il governo italiano e il blocco orientale si è inserita una nuova personalità, Michele Geraci, sottosegretario allo Sviluppo Economico, sinologo e massimo esperto entrato in quota Lega ma con simpatie pentastellate, che ha annunciato la possibilità di appoggiare l’iniziativa Belt and Road Initiative della Cina con l’Italia che diventerebbe il primo – e unico – Paese del G7 a firmare il memorandum che vede l’adesione a questo piano colossale di investimenti articolato sulla costruzione di strade, ferrovie, porti, e in cui la nostra penisola potrebbe diventare il naturale terminale col porto di Trieste nella rotta marittima che attraversa l’Oceano Indiano fino all’Africa per poi piegare verso Nord. Altro che TAV, è con la Nuova Via della Seta che si ridisegnano le geometrie internazionali.

Non sappiamo se in questo passaggio da Occidente ad Oriente, volto a riequilibrare la propensione della nostra politica estera su posizioni filo-americane, ci sia del metodo da parte del governo, di sicuro però qualcosa ci suggerisce che è l’unico modo per non legarsi mani e piedi alla dottrina Trump senza avere nessuna certezza sul tornaconto economico, geostrategico e politico. Se l’alternativa cinese al protezionismo americano anti-europeo non sarà la soluzione ci consentirà almeno di far capire ai cosiddetti alleati che abbiamo la possibilità di giocare anche su altri tavoli. Uno di questi verrà allestito il 22 marzo a Roma in onore della visita di Xi Jinping.