È oggi impensabile assistere a una seria e profonda ammissione di colpa, da parte di una cultura così egocentrica come quella occidentale fondata sul turbocapitalismo che preferirebbe – anzi preferisce – il suicidio piuttosto che il pentimento. Eppure nel terzo millennio, in altre parti del mondo, c’è qualcuno che ha rifiutato questo binario morto che si regge sui falsi miti della democrazia rappresentativa, della crescita e del progresso, destinato al collasso. Si pensi ad esempio ad alcuni Paesi del Sud America che – prima dello spudorato asservimento fino a tempi recenti agli Stati Uniti d’America – iniziano a deviare la rotta rispetto all’orbita liberista occidentale. Venezuela, Cuba, Ecuador, Bolivia, Argentina, Nicaragua, Brasile: ognuno con le sue peculiarità, ognuno con la sua storia di emancipazione dal colonialismo, ognuno con le sue difficoltà interne. Tutti con l’obiettivo primario di ritagliarsi un “ruolo” – che nella geopolitica è sinonimo di “indipendenza” – sul palcoscenico mondiale, attraverso una solidarietà reciproca che passa per le varie realtà “non-allineate” del nuovo millennio che anch’esse esplorano nuovi modelli socialmente alternativi: Cina, Sudafrica, Siria, Russia, Iran, India, Libano, fino a pochi anni fa la Libia, e persino l’Ungheria.

Alcuni di questi Paesi sono definiti “Brics”, “mattoncini” per tentare di costruire poli alternativi a quello statunitense; sinergia di economie per abbattere il monopolio di quelli che un tempo furono i “garanti del libero mercato”. Alcuni, come la mezzaluna sciita o il movimento Eurasiatico, cercano invece di creare alleanze solide per contrastare i progetti di destabilizzazione intavolati dal Potere internazionale e per ristabilire un contesto di pace reale, senza ipocrisie. E come si pone l’Italia dinanzi a questa silenziosa transizione verso il mondo multipolare? Costretta dagli accordi di Yalta del 1945 a rientrare nella sfera d’influenza statunitense, il Paese non è riuscito dopo la caduta dell’Unione Sovietica ad avviare un processo di autodeterminazione sia al livello nazionale che internazionale. Ridotta a penisola turistica, quindi al rango di attore profondamente marginale, è necessario che l’Italia ritrovi il suo spazio all’interno di questo mondo “multipolarizzante”. Interesse nazionale e soft power devono di conseguenza diventare le linee guida del governo italiano. 

Da un lato tessendo legami, di tipo commerciale e non solo, all’estero in vista di un rapporto di interdipendenza alla pari con tutti i Paesi, poi coltivando relazioni con le elite emergenti in loco, ed infine difendendo l’italianità del Paese e del suo popolo. Dall’altro, appropriandosi della dottrina del soft power (letteralmente, “potere morbido”) coniata nel 1990 dal professore americano Joseph Nye, il quale teorizzava un atteggiamento internazionale che sostituisse la coercizione con la seduzione, la forza con l’autorevolezza, lo scontro delle civiltà con la cooperazione e l’interdipendenza. Solo facendo prevalere gli aspetti immateriali come la cultura, i valori e le virtù politiche, su quelli materiali, come le risorse economiche e militari, l’Italia potrà far saltare il regime monopolista e giocarsi la partita nel mondo, in Europa e nel Mediterraneo.