L’Italia potrà intervenire nel Paese africano con una missione di supporto logistico che prevede l’impiego di due aerei C-130 e un aereo 727 per il rifornimento in volo.

Gli ultimi dati Istat fanno tremare anche i più coraggiosi: otto milioni di poveri in Italia, redditi ai livelli del 1986, migliaia di aziende fallite, licenziamenti facili, aumento della disoccupazione, suicidi e fame. La situazione è preoccupante tuttavia queste problematiche di natura sociale ed economica risultano periferiche agli occhi dei membri del Consiglio dei Ministri (Cdm) il quale ha approvato oggi alla Camera il “decreto missioni” relativo al conflitto in Mali. Con il via libera del Parlamento in linea con la risoluzione 2085 del Consiglio Onu – sostenuto da tutti i principali gruppi parlamentari eccetto l’Idv di Antonio di Pietro – e su richiesta dell’Eliseo, l’Italia potrà intervenire nel Paese africano con una missione di supporto logistico che prevede l’impiego di due aerei C-130 e un aereo 727 per il rifornimento in volo per un periodo di due mesi, estendibile a tre. Ad anticipare il decreto missioni votato oggi al Parlamento era stato ieri sera il ministro della Difesa Giampaolo Di Paola davanti alle Commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato, insieme al collega della Farnesina, Giulio Terzi, il quale aveva sottolineato che l’Italia non poteva non partecipare all’operazione militare in Mali. Dopo l’accordo trovato con Washington per l’acquisto dei cacciabombardieri F-35 – i quali costeranno 127 milioni di dollari (99 milioni di euro) ad esemplare – l’Italia persiste nella sua politica guerrafondaia ed allineata agli interessi anglo-americani e francesi manifestando così il suo sostegno logistico e militare. 

Da una parte in Africa, Inghilterra e Stati Uniti non sembrano in grado di reggere con le loro multinazionali la concorrenza economica della Repubblica Popolare Cinese e di altri Paesi emergenti di fatto per mantenere il controllo delle fonti energetiche e dei minerali strategici del continente nero, nonché della regione strategica del Sahel, alimentano la politica neo-conservatrice francese (sperimentata per la prima volta n Afghanistan dal presidente George.W Bush) con l’obiettivo di legittimare l’intervento militare. In Mali, come è avvenuto in Libia, gli anglo-americani non agiscono in prima persona bensì in secondo piano. Non a caso Washington ha concretizzato oggi il suo appoggio alle operazioni delle forze francesi con l’arrivo di aerei cargo C-17, mettendo allo stesso tempo a disposizione una capacità di trasporto da 140 tonnellate di equipaggiamenti e di un’ottantina di uomini. 

Dall’altra parte la Francia, con l’offensiva “Serval”, tenta di proteggere il suo orto (l’ex impero coloniale) dalle avanzate verso sud dei gruppi islamici, Ansar ad Din, al Qaida nel Maghreb islamico (Aqmi) e del Movimento per l’unità e il jihad in Africa occidentale (Mujao). E allo stesso tempo con l’intento di accaparrarsi il bottino maliano ricco di minerali strategici i quali oggi risultano poco sfruttati dalle potenze economiche mondiali: tra questi, oro (il Mali è il terzo più importante produttore di oro dell’Africa), uranio (le esplorazioni sono iniziate da pochi anni e risultano molto interessanti, soprattutto per il gruppo nucleare francese Areva) e diamanti. E l’Italia? L’Italia sperpera denaro con le missioni di “pace” votate dai partiti di destra come di sinista e si allinea agli interessi altrui (forse nemmeno per un paio di briciole), priva, ancora una volta, di una politica estera autonoma.