Le “primavere arabe” – nate molto probabilmente in maniera autentica, spontanea, dal basso, per motivi economici, di rapporto di classe, per assenza di giustizia sociale – si sono trasformate velocemente, nell’intera regione, in inverni freddi. Questo processo storico che ha visto cadere una serie di governi autoritari, corrotti e nel passato infeudati dall’Occidente, ma anche laici e socialisti, ha spalancato le porte a movimenti islamici. All’indomani dei sollevamenti popolari nella regione nordafricana si sono affermati così una serie di personalità legate a doppio filo con l’Islam politico – o islamismo – ideato da Hasan al-Banna nel 1928, poi evoluto nella potente organizzazione dei Fratelli Musulmani. Nella vecchia Jamahiriya libica i jihadisti, molti dei quali militanti odierni dell’Isis, si sono sbarazzati di Gheddafi grazie all’appoggio di francesi, inglesi e americani; in Marocco, il partito islamico-moderato e legittimista Giustizia e Sviluppo ha vinto le elezioni legislative nel 2012 portando il suo leader Abdelilah Benkirane ad esercitare il ruolo da primo ministro; in Egitto si è affermato inizialmente Mohamed Morsi (poi destituito dalla giunta militare) leader dei Fratelli Musulmani; mentre in Tunisia si è affermato Rachid Ghannouchi, padre spirituale di Ennahda (dall’arabo, “movimento della rinascita”), il partito islamico emarginato nel 1989 dall’ex presidente Ben Ali per le sue tendenze integraliste e estremiste, poi legalizzato dal nuovo governo di unione nazionale all’indomani della rivolta popolare del 2011.

Definito nel 2012 dalla rivista statunitense “Time” tra le cento persone più influenti al mondo, il leader tunisino Rachid Ghannouchi ha avuto in questi anni diversi incontri con i think-tank anglo-americani e pro-israeliani (ad aver svelato questi legami è stato il giornalista francese Thierry Meyssan). Tra questi il “Washington Institute for Near East Policy” (fondato nel 1985 da Martin Indyk ex ambasciatore Usa in Israele oltre che fondatore dell’istituto di ricerca all’interno dell’“American Israel Public Affaire Committee”, la lobby israeliana più forte e influente negli Stati Uniti), il “Saban Center for Middle East Policy” (fondato da Haim Saban, israelo-americano tra gli uomini più ricchi del mondo), il “Council on Foreign Relations” (think tank estremamente influente che ebbe tra i primi dirigenti Paul Warburg, divenuto in seguito primo governatore della Fed statunitense) ed infine ricevendo il “premio Chatam” che si rifà al nome dell’omologo britannico del CFR nordamericano “Chatham House” (O “Royal Institute of International Affairs”). Questo a dimostrare l’implicazione dell’Occidente nelle dinamiche politiche che hanno portato i gruppi islamici ai vertici delle nazioni nordafricane all’indomani delle chimeriche “primavere arabe”.

In Tunisia, l’ingresso di Ennahda dopo decenni di clandestinità nell’agone parlamentare ha tuttavia scatenato una vera e propria diaspora di militanti integralisti –salafiti in primis – che hanno visto nella partecipazione del partito di Rachid Ghannouchi alla vita democratica tunisina un tradimento. La rivoluzione del 2011 come il lassismo ragionato di Ennahda nei confronti dell’integralismo religioso ha permesso l’uscita allo scoperto di questi gruppi – collegati probabilmente con gli attentati che hanno colpito mercoledì il Museo del Bardo – i quali vogliono distruggere quel patrimonio laico forgiato dal padre della Tunisia post-coloniale Habib Bourguiba, che negli anni immediatamente successivi all’indipendenza operò in direzione di una laicizzazione del Paese pur affermando l’identità arabo-musulmana dello Stato tunisino come indica l’articolo primo della Costituzione del 1959. Chi semina vento raccoglie tempesta: il terrorismo che oggi sta insanguinando Vicino e Medio Oriente è stato in passato tollerato o addirittura finanziato dagli stessi che oggi versano lacrime (di coccodrillo).