E’ stata una grande prova di umiltà, lealtà e responsabilità quella di Matteo Salvini che nella prima uscita da vincitore assoluto di questa tornata (7 milioni e mezzo di voti assoluti in più rispetto al 2014, tra cui delle percentuali altissime al Sud) si è affacciato per primo in sala stampa confermando subito ai giornalisti la fiducia nel governo. “Non useremo questo voto per un regolamento di conti interni. Ogni singolo voto che gli italiani ci hanno dato non verrà da me usato per chiedere mezza poltrona in più in Italia. Sarà un periodo economico complicato e siamo perfettamente consapevoli delle difficoltà” ha spiegato il segretario della Lega ai giornalisti che invece non vedevano di annunciare la crisi. 

A differenza di mezzi d’informazione e schieramenti politici minoritari dunque i dati non vanno analizzati con una lente ideologica (destra/sinistra) e di livello di istruzione dei votanti (diplomati / non diplomati) bensì su geografia elettorale (Nord / Sud; Periferie / Città; e Metropoli integrate /Città che restano fuori dall’integrazione globale) e classi sociali (vincitori/sconfitti della globalizzazione). E a leggerli in questo modo si comprende che l’alleanza giallo-verde non è affatto rischio, bensì ne esce ancora più rafforzata nella sua dimensione populista. E poi c’è un dato ancora più importante: Lega (34 per cento) e Movimento 5 Stelle (17 per cento) insieme hanno raggiunto il 51 per cento, arrivando rispettivamente primi nel Centro-Nord e nel Sud, e nel complesso incassando 1,4 percento in più rispetto alle Politiche del 2018. Dopo un anno il governo Conte conferma un consenso plebiscitario sul piano nazionale e su quello europeo ora ha il compito di organizzare in maniera condivisa la spartizione delle cariche che contano: le presidenze di Commissione, Consiglio, Parlamento e Bce (in autunno), oltre al posto di Alto Rappresentante Pesc.  

La strategia giallo-verde “di monopolio del dibattito politico” con annesso “gioco delle parti” ha funzionato alla perfezione a tal punto che dopo aver silenziato l’opposizione per tutta la campagna elettorale è riuscita persino a far perdere ancora più terreno ai suoi avversari diretti: Partito Democratico (6 milioni di voti assoluti in meno rispetto al 2014, con la base che è rimasta la stessa rispetto alle politiche del 2018) e Forza Italia (2 milioni di voti assoluti in meno). Ora a cambiare, con il ridimensionamento di Luigi Di Maio, è solo il rapporto di forza interno alla maggioranza, ma resta un fatto interno alla maggioranza e che probabilmente verrà risolto nelle prossime settimane con l’elaborazione di un nuovo contratto di governo: per finirla con litigi – il più delle volte fabbricati o enfatizzati dall’intero apparato mediatico, sconfitto ancora una volta dagli elettori –, alzare l’asticella nel campo delle riforme, occupare seriamente il potere ed esorcizzare finalmente l’idea di un “partito transatlantico, liberale e securitario” (alla Bolsonaro per intenderci) con Giancarlo Giorgetti leader (e Matteo Salvini in seconda fila) sostenuto sia da Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi.