Sulla scia degli insegnamenti del neo-keynesiano Federico Caffè (nel Dopoguerra, durante il governo Parri, fu consulente del Ministro per la Ricostruzione Meuccio Ruini), i protagonisti del “miracolo italiano” (anni Sessanta) portarono l’Italia a diventare la quarta potenza industriale. Ai personaggi politici quali Giuseppe Dossetti, promotore di un’economia sociale che superasse l’egemonia esercitata dagli economisti liberali devoti al monetarismo classico e riformatore della Cassa per il Mezzogiorno, Amintore Fanfani, organizzatore del sistema corporativo e dello Stato Sociale, Giorgio La Pira, iniziatore del dialogo con l’Unione Sovietica, difensore dell’Industria italiana e attento sostenitore delle politiche sociali, si sono affiancati statisti in veste di imprenditori, profondamente nazionali, quali, per citarne alcuni, Ettore Bernabei, direttore generale della Rai dal 1960 al 1974, Adriano Olivetti, industriale che socializzò le sue fabbriche, Enrico Mattei, fondatore dell’Eni, il quale adottò una politica antagonista a quella delle Sette Sorelle, il cartello economico-petrolifero di natura anglo-americana che dominava avidamente l’economia di settore.

Agli statisti-imprenditori dell’industria pubblica o a partecipazione statale si sono a loro volta sostituite le grandi famiglie del capitalismo di Stato (industria privata) che, seppur utilizzando i principi e le regole del gioco, conservavano una visione nazionale e non trans-nazionale. Arrivarono gli Agnelli, i Pirelli, i Merloni, i Pininfarina, i Marzotto, i Lucchini, i Berlusconi, i Benetton, i Rizzoli, i Del Vecchio e dominarono il mercato per decenni. Poi il lento declino: alcune famiglie-aziende si sono sciolte, altre fanno profitti ma hanno passato il timone o ceduto la società, altre ancora sono in caduta libera o hanno affidato la gestione ad un professionista esterno. Le grandi famiglie hanno così passato il testimone ai nuovi volti del capitalismo italiano che allo stesso modo hanno sempre operato su scala nazionale. Imprenditori cultural-mondani, individualisti, provinciali (nella sua accezione positiva), carrieristi, operanti sul territorio ma anche più presenti nei salotti dell’alta borghesia e in televisione che nelle fabbriche. Un capitalismo spettacolare che si è consumato nei vari Della Valle (scarpe e Fiorentina) e Montezemolo (Ferrari e Circolo Canottieri Aniene di Roma) e che oggi non serve più ai professionisti dell’internazionalismo finanziario. Sono cambiati i modelli culturali dell’economia. Oggi l’imprenditore deve essere cosmopolita, esterofilo, delocalizzatore, anti-nazionale e fregarsene del consenso popolare e mediatico. Esattamente come Oscar Farinetti – fondatore, tra inglesismi e pop-imprenditoria, della catena Eataly – e Sergio Marchionne – nuovo presidente della Ferrari, a.d della Fiat, pardon Fiat Chrysler Automobiles (Fca), con sede ad Amsterdam, fisco a Londra e azienda negli Stati Uniti -.

Le colonne portanti di questa trasformazione del capitalismo italiano sono tre: delocalizzazione, deindustrializzazione e globalizzazione dei mercati. Se prima in un’economia nazionalizzata lo Stato aveva interesse nel preoccuparsi del produttore, del consumatore – che a volte potevano essere gli stessi, come intuì Henry Ford introducendo il Five dollar a day -, e del loro potere d’acquisto (o salario) poiché doveva sostenere tramite i consumi l’intera meccanica economica (produzione – profitto – ridistribuzione salariale – consumo), oggi invece con la globalizzazione dell’economia, sia il produttore che il consumatore, vengono esternalizzati (deindustrializzazione/delocalizzazione e mercato internazionale/concorrenza straniera) perdendo de facto i loro diritti politici primari. Così se la vecchia borghesia industriale, pur sempre capitalista, limitava lo sfruttamento economico (il suo interesse era di fatto garantire i salari e un potere d’acquisto permanente), la nuova oligarchia cosmopolita non ha più bisogno del consumo interno e quindi può permettersi di sacrificare la popolazione. Ecco perché la globalizzazione economica si può tradurre oggi come una massa di disoccupati (Paesi sviluppati) che acquista merci (a rate) prodotte a basso costo da lavoratori stranieri (Paesi sottosviluppati).